Il professor Socrate e la scuola che licenziò il sapere
Che cosa accadrebbe se Socrate insegnasse oggi in un liceo italiano? Verrebbe considerato un maestro straordinario o un docente incompatibile con la scuola contemporanea? Questo racconto immagina il suo approdo in un istituto dove inclusione, competenze, empatia, successo formativo e progettazione sembrano aver sostituito la ricerca della verità e la trasmissione del sapere. Ne nasce una satira amara e provocatoria che, attraverso il processo a un insegnante “colpevole” di far pensare, interroga il senso stesso dell’istruzione e della scuola di oggi.
Il professor Socrate arrivò al liceo “G. Rodari” il primo settembre. Era un uomo di sessantasette anni. Niente PowerPoint. Nessun Ipad. Nessuna frase motivazionale sulla porta dell’aula. Portava una cartella di cuoio lisa. La prima cosa che fece fu togliere dalla parete il cartellone colorato con scritto: NON ESISTONO RISPOSTE SBAGLIATE. Lo arrotolò con cura. Lo consegnò al collaboratore scolastico. «Lo tenga. Potrebbe servirle per coprire una finestra».
Alla prima ora entrò in quinta. Scrisse una sola parola. LIBERTÀ. Poi si girò. «Che cos’è?». Silenzio. Una ragazza alzò la mano. «È… poter essere se stessi». «Cosa significa?». «Essere ciò che si è». «E che cosa sei?». Silenzio. Un altro studente alzò la mano. «Fare quello che voglio». «Posso rubarti il cellulare?». «No». «Perché?». «Perché è mio». «Allora non posso fare quello che voglio». Silenzio. Dopo cinquanta minuti non avevano ancora superato la prima parola. Uno studente uscì dicendo: «Prof, ma oggi non abbiamo fatto niente».
La settimana dopo arrivò la prima mail. “Gentile dirigente, mio figlio torna a casa frustrato. Dice di sentirsi continuamente inadeguato. Il docente non valorizza le risposte ma le demolisce.”
Il dirigente convocò Socrate. «Professore… dobbiamo lavorare sul clima». «Fa troppo caldo?». «No… il clima relazionale». «È falso?». «No… però…». «Allora qual è il problema?».
Durante il collegio docenti si parlò di innovazione. Una docente mostrò quaranta fotografie. Studenti sorridenti. Cartelloni. Puzzle. Post-it. Escape room. Podcast. Video. Murales. Origami filosofici. Alla fine concluse: «L’importante è che i ragazzi siano protagonisti». Socrate alzò la mano. «Di che cosa?». Silenzio. Il verbale riportò: Intervento provocatorio e poco collaborativo.
Al consiglio di classe venne proposto un progetto. Titolo: Pensare senza pensare. Socrate votò contro. Motivazione: «Non capisco quale problema educativo risolva». Il referente rispose. «Il Ministero finanzia questo». «Capisco; il problema che risolve è di ordine economico». Nessuno rise.
Poi arrivarono i voti. Tre. Quattro. Cinque. La scuola entrò nel panico. «Professore, questi voti abbassano l’autostima». «Anche l’ignoranza». «Bisogna essere inclusivi». «Lo sono». «E invece no! Non è affatto inclusivo!». «Interrogo tutti». «Bisogna valorizzare». «Correggere un errore significa prendere sul serio una persona».
Una pedagogista invitata dalla scuola spiegò: «Lo studente costruisce da sé il sapere». Socrate domandò: «Se lo costruisce da solo, perché ci pagano?». Silenzio.
Cominciarono ad arrivare le ispezioni. Questionari. Osservazioni. Griglie. Rubriche. Indicatori. Una voce del protocollo diceva: Il docente non favorisce un clima emotivamente sicuro. L’ispettore chiese. «Lei crea disagio cognitivo?». «Sì». «Perché?». «Perché imparare è accorgersi di avere torto». L’ispettore annotò.
Arrivò il giorno della denuncia. Le accuse erano numerose. Non valorizzava. Non includeva. Non facilitava. Faceva domande troppo difficili. Non usava metodologie innovative. Correggeva gli errori. Faceva sentire ignoranti gli studenti. L’accusa più grave era l’ultima: Socrate corrompe i giovani. Il processo disciplinare durò tre giorni. Alla fine il presidente disse. «Ha qualcosa da dichiarare?». Socrate sorrise. «Mi accusate di non essere inclusivo. Eppure non ho mai escluso nessuno dalla fatica di pensare. Mi accusate di essere poco empatico. Ma io considero ogni studente abbastanza intelligente da sopportare la verità. Voi, invece, li considerate troppo fragili perfino per un quattro. Li proteggete dall’errore. Dal fallimento. Dalla vergogna. Dall’ignoranza. Li proteggete da tutto… tranne che dalla stupidità e dall’ignoranza. Mi accusate di spiegare troppo e nel contempo di spiegare troppo poco, troppi argomenti. Avete paura delle nozioni al punto che alcuni pedagogisti strumentalizzano il concetto di maieutica per giustificare una libera espressione di opinioni priva di esame critico. Becero relativismo. Per qualche motivo vi siete convinti che trasmettere conoscenze significhi opprimere. Così avete abolito il maestro. Avete abolito il sapere. State tentando di abolire perfino la verità. Parlate continuamente di competenze. Ma una competenza senza conoscenza è soltanto un’abilità addestrata priva di intelligenza e consapevolezza. Parlate di pensiero critico. Ma quando uno studente mette realmente in discussione le vostre idee lo chiamate problematico. Parlate di inclusione. Ma escludete chiunque osi dire che esistono risposte sbagliate. Parlate di libertà. Ma avete paura di qualsiasi parola che possa dispiacere e volete censurare e punire chi non la pensa come voi. Vi preoccupate del benessere degli studenti. E dimenticate la loro intelligenza favorendo indirettamente il loro stesso malessere. La scuola è diventata un luogo curioso. Non insegna più a sapere. Non insegna più a pensare. Insegna soprattutto a mentire. A sopravvivere. A evitare reclami. A compilare moduli. A giustificare stipendi. A far sembrare che tutti imparino. Persino l’ignoranza, ormai, pretende la sufficienza. Mi rimproverate di umiliare gli studenti. Io ho umiliato soltanto le loro false certezze e le loro presunte conoscenze. Voi invece umiliate ogni giorno la loro intelligenza e li private del loro diritto all’istruzione garantito dalla costituzione». Silenzio. Il presidente abbassò lo sguardo. Poi lesse la sentenza. «Licenziamento per incompatibilità con il modello educativo dell’istituto». All’uscita nessuno salutò. Un collega sussurrò. «Potevi adattarti…». Socrate sorrise. «Anche Atene me lo consigliava».
Il giorno dopo la scuola pubblicò sui social una frase ad effetto: “Una scuola che mette sempre lo studente al centro“. Millecentododici like. Duecentoventiquattro cuoricini. Centonovanta commenti entusiasti. Nessuno, però, si accorse di ciò che era accaduto negli anni. La scuola dell’inclusione aveva finito per escludere il sapere dall’istruzione. La scuola delle competenze aveva lentamente alimentato l’incompetenza. La scuola del merito aveva licenziato Socrate e premiato con incarichi, progetti e avanzamenti di carriera docenti che avevano imparato soprattutto a compiacere dirigenti, pedagogisti e formatori, spesso rinunciando a studiare. La scuola dei progetti aveva progettato, con impressionante efficienza, la fine dell’istruzione. La scuola dell’empatia aveva discriminato proprio gli studenti più fragili: quelli che avrebbero avuto più bisogno di conoscenze solide per emanciparsi dalla propria condizione sociale e che ora venivano rassicurati anziché istruiti. La scuola del successo formativo garantito aveva smesso di garantire il successo dell’istruzione. Garantiva, al massimo, il diploma. E consegnava alla società giovani sempre meno preparati, sempre più incapaci e sempre più dipendenti da altri per comprendere il mondo. Così, mentre le percentuali di promossi aumentavano, diminuivano silenziosamente le conoscenze, la capacità di ragionare, la qualità delle professioni, dei servizi, del dibattito pubblico e, infine, della stessa democrazia. La scuola aveva imparato a far sentire tutti all’altezza. In realtà aveva semplicemente smesso di farli crescere. E forse il vero processo non era stato quello contro Socrate. Era stato quello contro il sapere. E quella volta, a differenza di Atene, la cicuta non fu bevuta da un uomo, ma da un’intera scuola e, forse, da un’intera società ormai allo sbando.

Meraviglioso!