Alle radici del pedagogismo
È venuto il momento di difenderci sul piano intellettuale da tutte quelle idee che riteniamo velenose o fuorvianti rispetto alla sopravvivenza di un sistema di istruzione degno di questo nome.
Manuale essenziale di autodifesa per scuole e università, recita il sottotitolo di Pedagogismo [1], il libro di recente pubblicazione di Fausto di Biase, professore di Analisi matematica, che si propone di individuare l’humus nel quale affonda le sue radici la drammatica crisi dell’istruzione che travaglia la scuola italiana e non solo.
Autodifesa: in effetti, la scuola sta diventando un luogo ostile, quando non pericoloso, per chi si impunta ad insegnare con rigore e passione la propria materia, nella convinzione di fornire ai discenti non solo i mattoni di un profilo culturale di qualità, ma linfa preziosa per lo sviluppo e la fioritura della propria umanità. Una pretesa che consegna immediatamente chi la nutre nel novero dei docenti obsoleti e noiosi, incapaci di cogliere i nuovi bisogni della società e le aspettative dei ragazzi e aggrappati come ostriche impaurite allo scoglio della lezione frontale, della didattica trasmissiva, nel tentativo patetico in quanto destinato al fallimento di resistere all’ondata impetuosa dell’innovazione che avanza: tecnologie educative, cooperative learning, metodo finlandese, classe renversée, soft skills, ultimi ritrovati per un apprendimento veloce, facilitato, inclusivo, personalizzato e pure divertente.
Il Metodo e Il Progetto sono le due garrule bandiere che sventolano trionfalmente sulla superficie frastagliata e franata, in seguito a costante attività sismica il cui vasto epicentro si situa tra Bruxelles e Roma, dell’istituzione scolastica; chi non marcia al seguito, ha bisogno di una bussola per non perdersi: sono in gioco la dignità professionale, il senso di quello che si sta facendo, l’amore per il sapere. Quanto alla scuola, essa sta andando allegramente alla deriva, fra i ruscelli tortuosi di mille iniziative ed educazioni e le acque stagnanti di una burocrazia invasiva e c’è il rischio che finisca o per arenarsi in qualche secca in cui sopravviverà a forza di iniezioni di digitale, o per evaporare nel mare magnum dell’insipienza, a profitto di qualche altra agenzia formativa più consona alle esigenze dei tempi.
Chi pensa che la descolarizzazione, lontano dall’essere il traguardo di una società libera e garante dell’autorealizzazione dei suoi membri, sia piuttosto il volto nemmeno troppo nascosto di nuove ignoranze e nuove servitù, farebbe bene a prepararsi ad una sorta di guerra di posizione, nella speranza di riuscire a riafferrare il timone della malandata imbarcazione e di indirizzarla su una rotta ragionevole, attraverso paesaggi di inaspettata bellezza, ma ardui da raggiungere, come tutto ciò che ha a che vedere con il sapere. Per sfuggire a gorghi, secche e scogli e mettersi in mare aperto per seguire virtute e conoscenza, è necessario disporre di una mappa delle acque in cui si naviga e delle loro peggiori insidie: Pedagogismo si rivela a questo proposito uno strumento prezioso, perché circoscrive con chiarezza quelle idee portanti che hanno sconquassato il sistema scolastico, dalle elementari all’Università.
Sono correnti di provenienza atlantica, ma ampiamente nutrite da fonti zampillate nel vecchio continente. Le diverse innovazioni che hanno snaturato – in senso etimologico – non solo la scuola, ma l’idea stessa di educazione sono in generale di importazione anglosassone e devono il loro successo innanzitutto alla potenza geo-politica ed ideologica dell’anglosfera, più che alle loro virtù intrinseche, visto il conclamato disastro educativo di USA e Inghilterra.
Tuttavia, esse affondano le loro radici in un contesto culturale più profondo, in un substrato concettuale che ha prodotto una visione dei processi educativi imperniata su naturalismo e formalismo, culto della spontaneità dell’apprendimento e culto degli strumenti formali che consentono di imparare: un combinato disposto, solo apparentemente contraddittorio, che prospera sull’avvilimento e lo svuotamento dei contenuti dell’apprendere e sulla rimozione di acquisizioni fondamentali della cultura elaborata nel corso dei millenni dall’umanità.
Da un lato, affermazione, sulla scia di Rousseau, dell’istruzione come processo naturale con tempi innati diversi per ogni bambino, dall’altro, nel solco di un allievo di Dewey -W. H.Kilpatrick- centralità degli strumenti intellettivi formali, ben sintetizzata dalla formula imparare ad imparare, al cui successo ha contribuito non poco la sua consacrazione come competenza chiave da parte del Consiglio Europeo del 2006 [2].
Corollario del primo pilastro sono la negazione del ruolo del maestro e il puerocentrismo, del secondo lo slittamento della didattica dai contenuti disciplinari alle metodologie (meglio, naturalmente, se di importazione e digitali).
Si vengono, così, a creare quelle che Fausto di Biase individua a ragione come false antitesi: [3] fra discente e materia, fra metodo e contenuto. Sono, queste, fra le pagine più significative del libro, quelle che aiutano l’insegnante che vive con disagio, ma senza sufficiente consapevolezza teorica, l’attacco al proprio profilo professionale e al proprio sapere disciplinare a comprendere l’inconsistenza di questa impostazione e la sua rozzezza.
Basterebbe citare l’osservazione di Hegel sul metodo come movimento del contenuto stesso, cui si richiama l’autore, per fare giustizia del profluvio di raccomandazioni di esperti a libro paga delle aziende informatiche, di formatori in tutto e niente, di rapporti europei servilmente ripresi da circolari ministeriali nostrane, ma senza volare così alto è sufficiente guardare la realtà che emerge nelle aule, dove a furia di imparare ad imparare si impara sempre meno, senza per questo avere, generalmente, acquisito competenze basilari e nemmeno un metodo di studio autonomo.
Evidentemente, il disastro denunciato da più parti richiederebbe un’analisi radicale e coraggiosa, ovvero non ideologica, dell’orientamento pedagogico dominante nella scuola e un cambio di rotta, invece si vuole correggere l’intossicazione puerocentrica e formalistica con robuste dosi degli stessi farmaci che l’hanno provocata. Come sottolinea nell’introduzione Gregorio Luri, studioso di pedagogia e insegnante spagnolo, di fronte alla constatazione di un fallimento educativo è insensato insistere per cambiare la sella di un cavallo morto, nell’illusione di riportarlo in vita, fornendogli strumenti più innovativi.
Logica elementare e buon senso imporrebbero di cambiare cavallo, ma a mio giudizio i padroni della scuderia o difettano di logica e buon senso, oppure sarebbero ben felici di sotterrarlo definitivamente il cavallo, e con esso seppellire anche quella trasmissione culturale che, lungi dall’essere passiva immersione nel passato o vieto nozionismo, è garanzia di pienezza umana, oltre che nutrimento per processi cognitivi vitali.
E proprio nel ripudio della cultura – che finisce per divenire ripudio della nostra umanità – in nome di una scelta monistica che vede la società prima separata dalla natura (una natura concepita nell’ottica meccanicistica) e poi inglobata in essa e dunque sottomessa alle stesse ferree leggi che reggono quest’ultima, di Biase colloca le radici di quelle idee che hanno finito per operare una pressione disgregante sulla società e sulla scuola. Alla luce di questa opzione che caratterizza diverse manifestazioni rilevanti della modernità, l’incontro fra naturalismo pedagogico e formalismo assume una coerenza che a prima vista sembrerebbe non esserci.
Se l’educazione, come sostiene Rousseau nell’Emile, deve favorire lo spontaneo processo che conduce l’individuo a governare se stesso, le conoscenze rischiano di divenire un fardello che incombe sulle spalle del giovane con tutta la forza del patrimonio culturale ereditato dal passato; pertanto, privilegiare l’acquisizione di abilità formali non necessariamente vincolate ai contenuti fornisce un fondamento a quel processo dell’autoformazione della personalità teorizzato dal filosofo ginevrino che, altrimenti, rischia di essere campato nel vuoto, come già aveva intuito Ernesto Codignola. Lo stesso Rousseau nel Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes aveva riconosciuto la difficoltà di districarsi tra originalità e artificialità nella natura umana.
Inoltre, naturalismo e formalismo condividono lo stesso carattere di astrattezza: astraggono letteralmente l’uomo dalla complessa rete di relazioni che lo lega alla società per esaltarne un’ipotetica natura ideale e non corrotta da un lato, dall’altro astraggono le abilità formali da quei contenuti nei quali solamente esse possono manifestarsi e maturare. In profondità, entrambi rappresentano le due facce – la libertaria e la rigorosa – di una medesima medaglia che è quella del rifiuto della dimensione storica, intesa come concreto agire degli uomini nel mondo e riflessione su tale agire.
Leggi di natura dall’incerta definizione e processi mentali senza oggetto finiscono per limitare fortemente, come mette in guardia Fausto di Biase, la possibilità di scelta, l’assunzione di responsabilità e, in definitiva, la libertà, conculcata da quelle leggi di necessità che traspaiono sia dietro la natura, sia dietro le abilità formali. Né è casuale che il trionfo del pedagogismo nelle aule sia contemporaneo allo svuotamento della democrazia che investe tutto l’Occidente, dove alla retorica sui diritti dell’uomo fa da riscontro il dominio effettivo del “non c’è alternativa” che da slogan thatcheriano è diventato sostanza delle decisioni politiche, comprese quelle che investono l’ambito scolastico.
La genealogia delle idee alla base delle sedicenti “più moderne teorie pedagogiche” evidenzia quanto poco nuove esse siano e al contempo spinge ad una riflessione piuttosto stimolante sulla facilità con cui un modello educativo impostato su spontaneità, autonomia, autorealizzazione, esperienza si sia adattato allo stampo della scuola-azienda coniato dalla riforma Bassanini- Berlinguer alla fine del XX secolo, su impulso delle associazioni imprenditoriali e degli organismi di governo sovranazionali. In un concreto contesto politico- sociale dominato dalla sfera economica, il “buon” bambino al centro del processo di apprendimento si è trasformato in un cliente esigente e capriccioso che reclama la sua dovuta dose quotidiana di intrattenimento e voti all’altezza del suo egocentrismo e delle aspettative familiari. Il rifiuto del maestro, bollato come impositivo e lontano dai suoi centri di interesse, ha gettato il discente nella rete di imbonitori di svariate tipologie, accomunati comunque dal perseguimento di loro interessi che nulla hanno a che vedere con educazione e formazione e tutto con le logiche di mercato.
Una pedagogia che si voleva liberatrice, rimuovendo dal proprio orizzonte la complessità del sapere e la difficoltà dello studio, ha finito per configurare una nuova scuola di classe [4], in cui ad essere penalizzati sono proprio i ragazzi provenienti dai ceti economicamente e culturalmente svantaggiati che difficilmente al di fuori dell’istituzione scolastica possono intraprendere un percorso di crescita culturale e di acquisizione di conoscenze e competenze che permettano loro un futuro anche professionale dignitoso.
La scuola dell’inclusione, in realtà, è una scuola dell’ignoranza condivisa, che perpetua ed amplia le differenze sociali: ma finita la ricreazione scolastica, si comincia a fare sul serio. Per alcuni, si mettono in moto relazioni familiari, portafogli genitoriali, rendite di posizione; per i più si prospettano lavoretti a tempo determinato, fuga all’estero, impieghi sottopagati e frustranti, con contorno di corsi di formazione a volontà per imparare ad imparare.
C’ è davvero molta materia di riflessione in questo libro di Fausto di Biase: sono diverse le pubblicazioni che denunciano il degrado della scuola, la sua subordinazione alle esigenze di ambiti ad essa estranei, l’avvilimento del lavoro degli insegnanti. Pedagogismo ha il merito peculiare di andare oltre il dato fenomenico per cogliere alla radice il fondamento teorico di una realtà che è sotto gli occhi di tutti, ma che viene spesso interpretata attraverso un approccio moralistico o sociologico. Il filone in cui si inserisce questo studio è quello che ha prodotto sul tema le analisi più profonde e più originali, quelle che squarciano con rigore argomentativo e spessore culturale la narrazione pedagogica dominante: penso a Bontempelli, Badiale, Di Remigio, Israel, Hirsch con i quali di Biase intrattiene di pagina in pagina un dialogo costante.
Ne è nato un libro illuminante e scomodo, destinato a sconcertare e scontentare molti, anche nelle file dei critici delle attuali politiche scolastiche; lo smascheramento della trappola della pedagogia progressiva non mancherà di suscitare malcontento e discussioni in chi, conscio del male, fatica a farne una diagnosi e a tirare alcune conclusioni. Di trovarsi al centro di una discussione autentica, cioé non viziata da pregiudizi ideologici, ma guidata dalla razionalità dialogica che l’autore riconosce come tratto specifico (e sempre più negletto e compresso) della cultura occidentale, è quanto auguro a questo testo pubblicato da una piccola coraggiosa libera casa editrice e, quindi, fuori dai canali privilegiati della promozione editoriale, specialisti in chiacchiera pseudoculturale.
NOTE
[1] F. di Biase, Pedagogismo. Manuale essenziale di autodifesa per scuole e università, Petite Plaisance, Pistoia, 2025.
[2] https://www.indire.it/content/index.php?action=read&id=1506&graduatorie=0
[3] L’ autore si è già occupato delle false antinomie della pedagogia dominante nell’ambito dello studio della matematica in https://blog.petiteplaisance.it/fausto-di-biase-le-false-antinomie-della-pedagogia-progressiva-e-il-degrado-della-scuola-linsegnamento-della-matematica-ai-tempi-della-pedagogia-progressiva/
[4] Fondamentali, a questo proposito, le osservazioni di Gramsci, citato dall’autore, nei Quaderni del carcere. Gli intellettuali, Editori Riuniti, Roma, 1971, in particolare pp.138-148.
Fernanda Mazzoli
È autrice di testi narrativi e di saggi, fra i quali Scuola liquida. La liquidazione della scuola pubblica e diversi articoli pubblicati sulla rivista Koiné e sul sito del Roars sono dedicati all’analisi delle dinamiche e delle tendenze che caratterizzano la scuola attuale.
Collabora con il blog Invito alla lettura della casa editrice Petite plaisance, scrivendo recensioni letterarie e commenti su temi di attualità. Ultimamente, in Aquiloni nella tempesta ha curato una raccolta di testimonianze sul periodo del Covid, raccontato da chi non ha accettato la narrazione dominante.
Insegna Francese in un Liceo Linguistico.
