D’Istruzione pubblica: riconoscere, per ricostruire
È nelle sale “D’Istruzione pubblica”, un docufilm importante per comprendere la condizione reale della scuola italiana, le sue cause e le possibilità di cambiamento. Ripubblichiamo, da La Fionda (www.lafionda.org), la riflessione di Davide Sali.
Sono stato alla proiezione del film “D’Istruzione pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre al cinema Beltrade di Milano. Dopo la proiezione c’è stata un’interessante discussione con i due film-makers e con Lorenzo Varaldo, il preside dell’istituto comprensivo “Sibilla Aleramo” protagonista del documentario. Ecco alcune riflessioni scaturite dalla visione del film, a partire proprio dallo stimolante dibattito.
Varaldo ha sottolineato come il punto essenziale del film sia capire se vogliamo una scuola che ‘si schiacci’ sulla situazione reale o sia una sfida, cioè un tentativo di alzare l’asticella delle possibilità culturali oltre ciò che l’orizzonte di nascita delle persone sembra segnare loro come destino. Allo stesso modo Greco ha evidenziato come il film non rimpianga la scuola del passato, innegabilmente autoritaria e unidirezionale («I ragazzi hanno trovato fin qui una scuola arida» è una citazione di Bontempelli del 1999 posta in esergo nel film), ma semmai l’orizzonte entro il quale era inserita, l’idea-guida di una scuola come percorso emancipativo per le classi subalterne e come arricchimento culturale per tutti, anche per gli operai di allora (si pensi all’introduzione delle 150 ore retribuite per il diritto allo studio nel 1973).
Il film vuole denunciare proprio questo tradimento: la scuola neoliberale ha completamente rinunciato a questo obbligo verso i suoi cittadini, a questo compito emancipativo (articolo 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana»), per assumere i connotati di un’azienda che forgia forza-lavoro da impiegare nel mercato, e che vende i suoi prodotti formativi come merci o capitale spendibile nel mercato. Il dilemma insomma non è tra scuola autoritaria e scuola democratica, ma tra scuola emancipativa e scuola giustificazionista e asservita alle esigenze del mercato. Se vogliamo: tra una scuola che forma persone e cittadini e una scuola che forma ingranaggi e merci (il “capitale umano”).
La scuola della Costituzione è quindi una sfida per l’emancipazione; e in questa luce si devono inquadrare alcune polemiche e fraintendimenti sul film, a cominciare dalla questione della critica al pedagogismo. La voce narrante (una bambina) fa chiaramente una distinzione tra pedagogia e pedagogismo: quest’ultimo è l’idolatria di una pedagogia in apparenza progressiva e liberatoria, ma in realtà regressiva e inceppante. In particolare sono criticati quei metodi, spesso di importazione anglosassone, che riducono l’insegnante a un animatore della classe, a una figura che non deve interferire col processo creativo degli studenti. Questa destituzione dell’insegnante, questa riduzione dei programmi scolastici, questa lotta contro la durezza e la fatica richieste dal vero apprendimento sono, nelle riforme scolastiche neoliberali, intese ad abbassare il livello culturale e creare “lavoratori docili”, non a dare gli strumenti per sviluppare una critica al sistema. L’elemento regressivo che fa passare dalla pedagogia al pedagogismo è il fatto che le (sacrosante) critiche all’autoritarismo scolastico, all’idea dell’insegnamento come “raddrizzare il legno storto” e come travaso di nozioni da chi sa a chi non sa, vengono usate come pretesto per rimuovere l’elemento sfidante, progressivo del sapere, fino a scadere in un generale giustificazionismo dell’esistente. Dunque la critica a queste forme di insegnamento dev’essere inflessibile e senza sconti, anche perché – dati alla mano – si riscontra con la loro applicazione un preoccupante calo della preparazione culturale degli scolari.
Di qui si può intendere anche la falsità dell’accusa di “abilismo” che pure è stata rivolta al film, come se esso proponesse una scuola non inclusiva, che non tiene conto delle differenze tra i ragazzi, delle maggiori difficoltà di alcuni e dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA). Al contrario su questo il film è chiarissimo: non si tratta di non accogliere le differenze, ma di non trattare le differenze come un destino ineluttabile. Perché il pedagogismo fa questo: tratta le differenze e le difficoltà come scuse per non alzare l’asticella, come dicendo al ragazzo “sei così, e va bene così: ma non puoi far niente per cambiare”. Il rischio è che l’accoglienza delle differenze, intesa in questo modo, si risolva in giustificazionismo, quiescenza, esenzione dalla sfida e dall’emancipazione.
La stessa perdita del carattere mobile, sfidante dell’avventura del sapere può essere allargata alle questioni sociali. Anche qui l’accettazione delle diversità dei contesti di partenza scade troppo spesso in giustificazionismo e quietismo destinale. Ma non è proprio possibile pensare a un messaggio che sia emancipativo senza essere discriminante? Che dica cioè “vai bene così, le tue condizioni (individuali, familiari, sociali) non intaccano il valore della tua persona; ma proprio per questo puoi assumere responsabilmente questi tuoi limiti e fare qualcosa a riguardo, vedere come e quanto puoi spingerti oltre”. Il pedagogismo crede che ‘spingere oltre’ implichi che quella difficoltà non è rispettata e il messaggio che la persona così com’è non vale, invece è esattamente il contrario: proprio perché con tutte le sue difficoltà è ugualmente degna e ugualmente vale, la persona può sperimentare ed elaborare i modi e le direzioni del suo andare.
Elaborare. A questo serve la scuola. Fare in modo che le diversità potenziali, fluttuanti dei bambini e ragazzi trovino nel tempo e nella profondità un modo di incanalarsi, di incarnarsi, di trovare una forma. Questa fa la scuola della Costituzione, la scuola che possiamo definire ‘libertaria-elaborante’: dà gli strumenti alle diversità per trovare una forma che sia loro. Contrariamente alla scuola autoritaria non in-forma dall’alto, ma fornisce gli strumenti perché ognuno possa trovare da sé la forma più congeniale. La scuola ‘libertaria-immediata’ invece, quella del pedagogismo, rinuncia all’elaborazione. In un passaggio del film Varaldo nota come la scuola neoliberale rinunci addirittura al pensiero discorsivo. Discorso è un altro nome dell’elaborazione: formare al discorso, saper leggere e scrivere bene è emancipante proprio perché dà gli strumenti per trasformare il caos emotivo, intellettuale, spirituale che si agita in ognuno di noi in un cosmos (più o meno) soddisfacente.
Se, allora, si tiene ben fermo che lo scopo della scuola è mettere in condizione di elaborare e trovare una propria forma, diviene certo possibile sperimentare tranquillamente anche altre forme di insegnamento, dalla flipped classroom a espressioni artistiche e conoscenze non concettuali. Ma la verità è che anche i programmi ‘classici’ e ‘ortodossi’ si lasciano perfettamente interpretare in questo senso: studio i grandi del passato perché hanno qualcosa da dire a me ora, perché mi forniscono chiavi di lettura e possibilità di cambiamento difficilmente attingibili in altro modo. Se l’idea della fatica dell’elaborazione rimanesse centrale, se la serietà di questo lavoro non fosse intaccata, allora non ci sarebbe ragione di non sperimentare anche insegnamenti alternativi, che se ben usati possono ovviare a problemi come l’eccessivo nozionismo. Ma il problema è che essi oggi sono utilizzati in un sistema che ha completamente perduto lo scopo emancipativo. Il sapere serve se cambia la vita, se aiuta l’elaborazione della visione, altrimenti non è che un guscio vuoto.
Qui sta il rovesciamento messo in atto, in buona o in cattiva fede, dai detrattori di “D’Istruzione pubblica”: è la scuola libertaria-immediata, quella neoliberale del potere economico alleato col pedagogismo, la vera scuola autoritaria. Con la sua retorica fluida, con l’idea di diversità e inclusione trattate come destini, essa sta creando “un altro essere umano” (così dice Bensayang nel film). Ma creare dall’alto l’uomo nuovo non è forse il tratto più distintivo degli autoritarismi e dei fascismi? Nella scuola neoliberale la cosa è più fine, più subdola: non si dice che i bambini siano da “raddrizzare”, certo, ma con la retorica della celebrazione della diversità si passa surrettiziamente il messaggio che non occorre far fatica per elaborare se stessi e il mondo, che andando perfettamente così non c’è necessità di fare altro. Dunque, più precisamente, la scuola neoliberale non costruisce un essere umano diverso: semplicemente impedisce che si formi. L’individuo neoliberale è fluido, mobile, non appartiene a niente, non ha valori stabili, si crogiola nell’immediatezza come nel suo elemento precipuo. Il tipo umano neoliberale è l’individuo del mercato: egli ha solo appetiti effimeri da soddisfare attraverso le merci, e si percepisce come “capitale umano” e “imprenditore di sé”, cioè come portatore di una diversità narcisistica da spendere nel mercato.
Quale scuola contrapporre, dunque, alla scuola neoliberale? Non quella autoritaria che fingesse di non vedere i problemi odierni e le diversità per riprendere una (in)formazione dall’alto dura e senza sensibilità; ma una scuola libertaria-elaborante, emancipativa, costituzionale, che non sia appiattimento giustificazionista e quietista senza per questo scadere nell’attaccamento ossessivo al passato.
Serve adattamento. Adattarsi è avere sensibilità per il contesto, per le diversità, per gli ostacoli e i limiti, ma mantenendo ben fermo lo scopo. Scopo della scuola è far coltivare ed elaborare il desiderio, il talento, l’inclinazione, la vocazione di ognuno, che si annuncia – ma solo si annuncia – nella scintilla dell’immediatezza: non schiacciarla autoritariamente né aderirvi acriticamente. Dare gli strumenti critico-elaborativi per sviluppare una propria visione del mondo, per stare coscientemente nel mondo. Predisporre tutte le condizioni perché una tale visione possa nascere, senza imporla né atrofizzarla.
E l’adattamento deve innanzitutto fare i conti col contesto nel quale la scuola opera oggi, che vede un generale regresso delle capacità cognitive e dello spazio di attenzione, causato anche dall’esposizione prolungata a strumenti tecnologici, e una crescente fragilità emotiva e psicologica. Adattarsi a tutto questo non significa affatto celebrarlo come diversità, ma accoglierlo e impegnarsi per far fiorire dai problemi una visione elaborata che trovi una propria via d’uscita. Il disagio e il problema va rispettato e accolto, non negato e liquidato, ma non deve essere mai assunto come statico. Il disagio dice sempre qualcosa e può anche aprire prospettive nuove: la scuola si deve prefiggere il compito di dare gli strumenti per elaborarlo e farne scaturire una prospettiva soddisfacente.
Il progetto di una scuola costituzionale che sia emancipativa e liberante, nel senso di capace di fornire gli strumenti critici per elaborare la propria singolarità e costruire così, faticosamente, una propria visione del mondo che possa illuminare vie di possibile cambiamento, è quanto mai urgente. Per realizzarlo, occorre prima smascherare la retorica repressiva e autoritaria che si nasconde dietro le parole seducenti della scuola neoliberale. “D’Istruzione pubblica” denuncia esattamente questo, ed è un contributo preziosissimo in questa direzione.
Davide Sali
È specializzando in filosofia all’università San Raffaele e membro del collettivo politico milanese IdeeSottosopra.
