Ci vuole coraggio
La risposta del Gessetto alla nota dell’Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani.
Qualche giorno fa, dopo un nostro seguitissimo post che rilanciava un pungente intervento di Luciano Canfora, abbiamo ricevuto un comunicato di ANPE (Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani) con preghiera di pubblicazione. A differenza dei pedagogisti ‘social’, che troppo spesso al dissenso rispondono con il ban o il blocco, noi riteniamo che il confronto pubblico sulla scuola non si eluda, ma si affronti. Per questo pubblichiamo volentieri il testo pervenuto, non senza premettere alcune nostre considerazioni molto schiette.
Innanzitutto, appare quantomeno singolare da parte di ANPE denunciare e rigettare come “generalizzanti” le critiche del prof. Canfora alla pedagogia contemporanea, visto che da diversi decenni il discorso pedagogico dominante costruisce la propria rilevanza pubblica, e la propria fortuna istituzionale, sopra la manifesta compattezza e ricorsività delle tesi e dei metodi promossi dalla categoria presso gli insegnanti.
In particolare da decenni la pedagogia, senza che dal suo interno si levino mai voci di dissenso, rappresenta i docenti (specie della scuola secondaria) come una figura drammaticamente deficitaria: aridi nozionisti, freddi e inumani valutatori, mai empatici, sempre inadeguati, incapaci di far crescere i giovani e prepararli al futuro, meccanicamente “trasmissivi”.
Questa rappresentazione caricaturale dei docenti italiani – ampiamente diffusa nella manualistica pedagogica, nei corsi di formazione, nella divulgazione, e con singolare sicumera e arroganza sui social – non è un artificio retorico occasionale, ma una vera e propria categoria polemica, strutturale, che li colpevolizza mettendoli nella perpetua condizione di dover giustificare le proprie scelte professionali quando esse non siano allineate a quei dettami pedagogici. Ne è scaturito un vero e proprio genere narrativo denigratorio, una vituperatio magistrorum, che non a caso ha favorito sia il successo mediatico di alcuni paradigmi culturali ed educativi promossi dai medesimi pedagogisti, sia la proliferazione di bisogni formativi degli studenti presentati sempre come inappagati e bisognosi di relative figure salvifiche (ovviamente incarnate, ancora e sempre, dai pedagogisti). Bisogni che, sinceramente, a volte non sembrano neppure del tutto disgiunti dagli interessi personali di chi, su questa continua delegittimazione della classe docente, ha costruito il suo florido mercato di corsi di formazione, pamphlet e convegni in batteria.
E allora non è anche questa una critica “generalizzante” nei confronti di un’intera categoria professionale, quella dei docenti, non meno di quella mossa da Canfora ai pedagogisti? Veniamo al merito, dunque, e alla seconda contestazione dell’ANPE: la mancanza “di fondamento scientifico”.
Sui nodi tematici dell’influsso esercitato dal pedagogismo sulla scuola negli ultimi decenni, esiste ormai una vasta letteratura specialistica fortemente critica, totalmente ignorata nel dibattito corrente. Basti ricordare, tra gli altri, l’ormai storico e documentatissimo lavoro di E. D. Hirsch Jr., recentemente tradotto in italiano, Le scuole di cui abbiamo bisogno. E perché non le abbiamo, che descrive analiticamente i gravissimi danni causati negli Stati Uniti da quelle stesse teorie pedagogiche oggi imposte in Italia, e che mostra come molte delle affermazioni attribuite alle neuroscienze vadano in realtà in direzione opposta rispetto a quanto comunemente sostenuto dai pedagogisti. O ancora, restando in Italia, i contributi esperti e meditati di Giulio Ferroni, Lucio Russo, Massimo Bontempelli, Fabio Bentivoglio, Giorgio Israel, che hanno affrontato con rigore il rapporto tra sapere disciplinare, insegnamento e formazione. Tutte voci critiche sistematicamente silenziate o, per usare il lessico in voga tra i pedagogisti, “estroflesse” dal dibattito.
Il richiamo alla “scientificità” e alla “validazione internazionale” della ricerca educativa, che sistematicamente viene opposto dai pedagogisti contro ogni evidenza empirica, anche la più quotidiana e comune, denunciata dai docenti, merita in sé certamente una discussione. Ma senza infingimenti, senza sottacere quelle criticità dei processi di validazione in ambito pedagogico che invece vengono anche queste sistematicamente ignorate: scarsa terzietà dei valutatori, circolarità citazionale, prevalenza dell’allineamento teorico e ideologico sui risultati empirici. A cui si aggiunge l’assenza di una verifica finale realmente sistematica – sistematica non significa limitata a poche classi di docenti entusiasti – fondata sull’esperienza professionale degli insegnanti: i quali, al contrario, sono troppo spesso trattati come meri esecutori di modelli prescrittivi, e non come soggetti epistemicamente competenti e portatori autentici delle regole di appropriatezza del mestiere.
Per quanto concerne, poi, l’esistenza di una pluralità di orientamenti pedagogici, anche istituzionalizzati in distinte associazioni di categoria, noi siamo disposti a riconoscerla: ma quando, nel corso di questi decenni così critici, uno di questi soggetti istituzionali ha mai preso le distanze da pronunciamenti e uscite a dir poco irrazionali sulla scuola come “luogo del fare e non della teoria” o sul docente come “colpevole di inutili spiegoni”? In assenza di prese di distanza pubbliche, o almeno di segnali di un dibattito interno alla categoria dei pedagogisti, è del tutto legittimo difendere la nostra dignità senza operare quei distinguo che oggi ci vengono richiesti.
E allora un confronto pubblico, serio e documentato sul futuro della scuola, come quello per cui ANPE dichiara adesso la sua disponibilità, non può eludere questi punti critici, non può disprezzare l’esperienza meditata di chi lavora nella scuola, non può fondarsi sulla delegittimazione sistematica del lavoro intellettuale e professionale dei docenti.
Il disagio manifestato nel comunicato di ANPE di fronte alla critica del prof. Canfora non è un argomento, è un sintomo: segnala l’assenza di un reale dibattito, che la pedagogia in Italia ha scelto di non affrontare mai pubblicamente, presentandosi come una voce sostanzialmente monocorde e ideologicamente orientata.
La presa di parola di migliaia di docenti di comprovata esperienza, sostenuta da intellettuali di riconosciuto prestigio, non può più essere liquidata come rumore di fondo né come reazione nostalgica. È un fatto pubblico e politico, che interpella direttamente chiunque abbia responsabilità nel dibattito educativo.
Noi non ci fermeremo: avvertiamo come irrinunciabile, per il senso di responsabilità che la Costituzione affida alla scuola e a chi vi opera, il nostro impegno per il bene del Paese.
Pedagogia e scuola: l’ANPE risponde alle recenti dichiarazioni attribuite al prof. Luciano Canfora
In relazione alle recenti dichiarazioni attribuite al professor Luciano Canfora e diffuse da alcuni organi di informazione e piattaforme online, nelle quali i pedagogisti vengono descritti come responsabili di un presunto impoverimento dell’istruzione scolastica e accusati di mascherare i problemi della scuola con teorie astratte, l’ANPE – Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani ritiene doveroso intervenire pubblicamente.
Tali affermazioni, per come circolano nel dibattito mediatico, risultano generalizzanti, prive di fondamento scientifico e dannose per un confronto serio e costruttivo sul futuro della scuola italiana. Esse contribuiscono ad alimentare una contrapposizione artificiale tra saperi disciplinari e scienze dell’educazione, contrapposizione che non trova riscontro né nella ricerca internazionale né nelle pratiche educative più efficaci.
La pedagogia contemporanea è una disciplina scientifica consolidata, fondata su evidenze empiriche, meta-analisi e contributi interdisciplinari provenienti, tra gli altri, dalla psicologia cognitiva e dalle neuroscienze educative. Studi ampiamente riconosciuti a livello internazionale dimostrano che metodologie didattiche basate su valutazione formativa, feedback strutturato e apprendimento attivo migliorano in modo significativo gli esiti scolastici, senza in alcun modo sostituire o svilire i contenuti disciplinari.
Anche il termine “nozionismo”, frequentemente evocato in senso polemico, non rappresenta una svalutazione del sapere, ma una categoria critica storicamente utilizzata per indicare modelli didattici esclusivamente trasmissivi, incapaci di favorire comprensione profonda, pensiero critico e trasferimento delle conoscenze. La pedagogia non si oppone alle conoscenze, ma ne promuove un uso significativo e duraturo.
I pedagogisti, lungi dal costituire una “setta” o un corpo ideologico, operano quotidianamente nella scuola e nei servizi educativi con strumenti professionali riconosciuti: analisi dei bisogni educativi, progettazione inclusiva, supporto ai docenti, valutazione dei processi di apprendimento. Il loro contributo è orientato alla riduzione delle disuguaglianze, alla prevenzione della dispersione scolastica e al miglioramento complessivo della qualità dell’istruzione.
Come Presidente nazionale dell’ANPE, respingo con fermezza narrazioni che delegittimano una professione e una disciplina scientifica sulla base di semplificazioni o slogan. La scuola italiana ha bisogno di alleanze culturali, non di polemiche divisive.
L’ANPE rinnova pertanto la propria disponibilità a un confronto pubblico, serio e documentato, fondato sui dati della ricerca e sul rispetto reciproco tra saperi umanistici e scienze dell’educazione, nella convinzione che solo un dialogo informato possa contribuire realmente al rafforzamento del sistema scolastico del nostro Paese.
Roma, 25 gennaio 2026, Maria Angela Grassi, Presidente Nazionale ANPE

Il paradosso della Pedagogia post-moderna degli ultimi 25/30 anni si consuma -sempre più chiaramente nel tempo- nel suo porsi come teorizzazione *separata* rispetto al suo stesso oggetto di studio -l’istruzione. Detta separazione, ormai scopertamente rivelatasi come mortale *contrapposizione*, è tanto maggiore quanto più la Pedagogia insiste nel voler dogmatizzare i suoi assunti ideologici chiudendosi alla critica degli operatori e scegliendo di veicolare gli umori familisti prospettando mondi illusori.
Essa arriva così a negare, tanto sfrontatamente quanto incredibilmente, l’evidenza dei fatti, che pure ne sanciscono il fallimento e il pesante danno sociale; al punto da costituirsi essa, scandalosamente, come il nemico vicino, l’antagonista principale della reale prassi educativa.