Cosa significa scuola difficile?

“Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno come possono. Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi, cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punto…”,
Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXV.


“Chi vuole una scuola difficile ovvero con più compiti e bocciature, vuole in realtà una scuola penosa, dolorosa, lacrimevole, miseranda, triste, sentenzia Vanessa Roghi nell’articolo “Cosa significa scuola difficile” pubblicato il due settembre su La Repubblica.

Superata la stupefazione e il primo istinto sarcastico di mormorare tetri l’anatema contro il riso di Jorge da Burgos ne Il Nome della Rosa, o il grido di frate Remigio davanti all’inquisitore Bernardo che “ebbene sì, e avremmo anche scannato voi tutti, se ne avessimo avuto modo!”, cerchiamo a ritroso nel testo i passaggi logici che, a partire dall’iniziale e condivisibile “La scuola facile, si dice, penalizza soprattutto le persone più svantaggiate, che avranno un diploma di serie B”, hanno potuto condurre l’autrice, in venti righi, alla condanna della nostra infera, funerea, micidiale idea di scuola. Idea che sino a ieri eravamo riusciti a tenere astutamente celata (ma “sarebbe meglio essere onesti, e dire le cose come stanno”) anche a noi stessi.

Perché noi siamo contro la scuola facile, è vero: se per facile si intende una scuola che per consentire a tutti di arrivare alla sufficienza, in ossequio a un malconcepito concetto di inclusione, abbassa indefinitamente il livello dell’istruzione impartita e richiesta: che è quanto accaduto negli ultimi anni con gravissime conseguenze per gli individui e per la società. Ma a quella terribile sentenza conclusiva, da questa confessione, come si perviene?

Se siete contro la scuola facile, volete “una scuola difficile“, – argomenta l’autrice con un artificio retorico tra i più basilari. Ma gentile Roghi, se non si vuole il caldo, non significa che si voglia il freddo: semplicemente si può volere una temperatura equilibrata, confortevole, adeguata alle attività che si devono svolgere; dato che la scuola italiana è divenuta molto, troppo facile nel senso appena detto, noi vogliamo che smetta di esserlo, non che diventi difficile. Le difficoltà a scuola ci sono perché sono insite nelle cose da apprendere, in quanto l’apprendimento delle discipline non è quello naturale della postura eretta, della deambulazione o della lingua materna (acquisizioni, peraltro, non così facili e anzi impossibili senza imitare gli adulti): la scuola secondo noi non è il luogo dove le difficoltà di apprendimento si cancellano, ma dove si incontrano, e dove si impara ad affrontarle e superarle con la guida dei docenti e con l’impegno personale in sinergia con le attitudini e i talenti (parolaccia poco inclusiva? è evangelica però) di ciascuno; e pensiamo che la soddisfazione e l’appagamento degli studenti, come in tutte le attività, abbiano molto a che fare con questo incontrare e affrontare le difficoltà. Dove sono la pena e il dolore?

– E voi, è ovvio, per scuola difficile intendete “maggiore durezza nelle valutazioni” (con “più bocciature”) e “più compiti a casa“, – continua. Ma noi non abbiamo mai suggerito di dare più compiti a casa di quanti se ne diano, né ricordiamo di aver mai udito avanzare da nessuno una simile richiesta; casomai di non smettere di darne come spesso viene sostenuto. E le valutazioni noi le vogliamo non più dure, ma coerenti con i risultati delle prove, non gonfiate, realistiche rispetto agli apprendimenti. Quanto alle bocciature non ne desideriamo nessuna, ma riteniamo che la scuola debba deliberare tutte quelle giuste, cioè tutte quelle utili al raggiungimento vero, con un anno di tempo in più, di un’istruzione adeguata da parte dello studente; e pensiamo che garantire a tutti la promozione, o addirittura valutazioni buone ed eccellenti, a prescindere dai risultati conseguiti non sia né un incentivo ad impegnarsi né un esempio educativo di equità. Dove sono le lacrime, dov’è la miseria?

Voi pensate che la vita non sia “un pranzo di gala”, e che “occorre impararlo presto, fin dai banchi di scuola“. Oddio, che la vita sia un pranzo di gala ci pare che solo un adulto assai sciocco possa pensarlo; che invece i bambini e i ragazzi capiscano che non lo è (se ancora non l’hanno capito), e soprattutto comprendano che l’impegno e la fatica servono in tutte le attività della vita, ci sembra un dovere tanto dei genitori quanto degli educatori responsabili. Ma queste, cara Roghi, sono ovvietà quasi imbarazzanti da puntualizzare. Dov’è la tristezza?

Ma allora questa vostra ammissione “sgombra il campo da ogni equivoco”: la difficoltà che volete è quella di più compiti a casa e più bocciature, quindi volete “una scuola penosa, dolorosa, lacrimevole, miseranda, triste”. Santo cielo, che volo pindarico! Volli, sempre volli, fortissimamente volli”, disse un poeta difficile di quelli che non si studiano più; un altro poi, che ancora un po’ si studia ma si avvia a diventare troppo difficile anche lui per la scuola di oggi, disse “codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Noi la nostra idea di scuola sappiamo bene qual è, sappiamo spiegarla da soli, la vogliamo fortemente difendere e attuare: non fateci recitare la parte di Jorge da Burgos o Remigio da Varagine, e voi non recitate quella di Bernardo Gui.

8 Commenti

  1. Grazie, concordo con tutte le osservazioni in risposta all’ennesima provocazione di queste ‘penose istituzioni’ da “ultimi tempi”. La scuola sarebbe una cosa seria, se non fosse diventata ignobilmente “seriale”, da “serial killer”, alla faccia del bene della società e dell’amore del prossimo, a partire proprio dai bambini e dagli adolescenti😟

  2. Fare riferimento alla parabola evangelica dei talenti in modo strumentale (è davvero una provocazione a cui non ho resistito) per sostenere una scuola falsamente selettiva (vedi letto di Procuste)…ma non mi dilungo perché altre volte ho commentato contro l’ideologia della scuola “dura” e “pura”…dei voti e delle bocciature perfettamente inutili a favorire i “talenti” di ciascuno…denota un’ignoranza della gnomica evangelica in senso esegetico e teologico…prima avere il buon senso di consultare qualche buon commento a riguardo per evitare di lanciarsi senza paracadute in una maldestra e un po’ “disonesta” copertura dell’autorità evangelica per sostenere la propria infondata convinzione. La parabola dei talenti illumina sotto l’aspetto esistentivo l’oscurità di chi è pigro nel volere il bene nel senso più esteso, indipendentemente dalla quantità dei talenti ricevuti. I talenti rappresentano soprattutto i doni spirituali: l’individuo che ricevendone uno lo sotterra indica una chiusura egoistica funzionale solo al suo interesse; un ripiegamento su se stesso. Dalla scuola possono uscire individui con ottimi voti e che diventeranno anche uomini di successo – per il mondo – ma che hanno seppellito l’unico talento importante: la caritas e la pietas. Con buona pace di tutte le sovrastrutture burocratiche e gerarchiche da cui è appesantita la scuola Italiana dal 2000 ad oggi: una realtà tragicomica con i “dirigenti” manager…commissioni simil “dottor Stranamore”…acronimi da “clinica dello scienziato pazzo”; “compiti di realtà” che sono simulazioni … collegi docenti trasformati in una melassa utile a provocare crampi mentali e come lassativo della creatività e della capacità di empatia. La scuola dovrebbe educare soprattutto al valore della persona umana, al rispetto degli altri e dei luoghi, alla capacità di relazione e comunicazione … le nozioni disciplinari o il cosiddetto “apprendimento” in senso tecnico è un margine relativo della vita (non si apprende solo a scuola). Non è compito della scuola dire: “non hai raggiunto la sufficienza nelle varie prove e ti boccio”. La sufficienza rispetto a chi? Rispetto a cosa?

    1. Grazie di aver commentato, gentile Silvio, ma anche nel Suo discorso è molto arduo, almeno per me, discernere e seguire un filo logico. Pensare che in greco “discorso” si diceva logos. Ma sono altri tempi, noi non ne abbiamo più bisogno, se come Lei dice “le nozioni disciplinari o il cosiddetto apprendimento in senso tecnico è un margine relativo della vita”.

  3. Gentile Rebuffat … scusi per il mio limite…ma non capisco sostanzialmente cosa abbia voluto esprimere nella sua risposta al mio post. Forse dovrebbe rivedere un po’ il senso proprio dei termini come ad es. l’aggettivo “relativo” che non vuol dire che qualcosa non sia importante. Il mio è stato un “logos” critico con tratti ironici e metaforici … “chi può capire capisca”. Cordiali saluti.

  4. Gentile Silvio, se posso concordare con lei su quali siano, in ultimo, gli aspetti più importanti di un’esistenza, mi sembra che la sua attribuzione alla scuola del compito di insegnarli sia fuori luogo. Se inevitabilmente la relazione con il docente e con i compagni di classe diventano anche un’occasione di crescita umana e “spirituale”, non è questo il motivo per cui esiste il luogo “scuola”. Il motivo è dotare gli studenti di mezzi anche tecnici (altrimenti, a che serve che il docente sia laureato?) per affrontare una realtà complessa, e non c’è nulla di caritatevole nel fingere che li abbiano appresi se ciò non è vero.

  5. Gentile Rebuffat …non ha capito (ho finge di non aver capito) quello che ho scritto. Ha usato un costrutto arzigogolato e astruso cercando di farmi dire ciò che non ho detto. Io ho risposto per le rime all’articolo iniziale che ardiva riferirsi al Vangelo (i famosi “talenti”) per supportare una scuola tecnicistica e aziendalistica (attenzione al suffisso “istica”). Lei ha usato in entrambe le proposizioni la congiunzione “anche” amalgamando tutto per cercare di cadere sempre in piedi e dire tutto e il contrario di tutto. Ha usato l’avverbio “inevitabilmente”, con un senso “fatalistico”, preceduto dalla congiunzione ipotetica “se” cosicché afferma e nega (nel senso che ne dà o se ne percepisce una connotazione svalutativa come disvalore) contemporaneamente ciò che dichiara subito dopo….così svuota l’ambito pedagogico entrando ipse in una evidente contraddizione con l’azione formativa. Per usare un’iperbole è come dire: “se inevitabilmente in Italia si muore di lavoro … e si muore davvero (3 morti al giorno) è comunque “un’occasione di crescita umana e ‘spirituale'”. Inoltre esordire con un preconcetto assoluto invece di una premessa argomentativa condivisa introducendo imperiosamente “il motivo” con ciò che segue, indica un atteggiamento ideologico e un’infondatezza argomentativa perché frammenta, dissociandolo in modo schizofrenico, il contesto antropologico. La proposizione finale rappresenta un tentativo sofistico di confondere il piano dialogico perché mette in contrapposizione (in modo capzioso) l’essere “caritatevole” con l’apprendimento o con il “fingere di aver appreso i “mezzi tecnici” … (lapsus freudiano: come se l’uomo fosse un robot da programmare, eterodiretto) cose che io non ho mai detto…!!! Sarebbe illogico, infatti, stabilire standard di apprendimento tecnicistico (attenzione al suffisso “istico”) rispetto ai quali risulta “salvato” l’essere caritatevole.

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