Giornalini e cose “difficili”
La parola “difficoltà” sembra diventata una parolaccia, quando si parla di scuola e di apprendimento. Ma il Paese dei Balocchi continua a non esistere.
All’inizio degli anni ’60 leggevo gli album a fumetti per bambini e ragazzi, li chiamavano i “giornalini”, e la mia mamma mi sgridava: “Sempre con la testa nei giornalini. Studia, invece!”
Erano Il Monello, L’Intrepido, Tiramolla, Geppo, e tanti altri. Poi verranno Tex Willer, Blech Macigno, Nembo Kid (il nostrano Superman), Diabolik, e ancora i meravigliosi prodotti della premiata ditta Magnus & Bunker (personalmente ho avuto una vera passione per Gesebel) e Linus… ma questa diventa un’altra storia.
Tornando ai primi anni ’60, nelle pagine della piccola pubblicità dei giornalini ricorrevano varie suggestioni e prodotti: indimenticabili gli occhiali a raggi X per vedere sotto i vestiti (ricordo bene la figurina con il disegno di una bella ragazza in biancheria intima, attorniata da un vago alone che rappresentava i vestiti “superati” dagli occhiali: naturalmente la pubblicità, piuttosto casta data l’epoca, alludeva a ben altro); la “Scuola per corrispondenza Radio Elettra di Torino” per diventare tecnici RadioTV, mestiere allora richiesto e ambito; i libri che ti garantivano di diventare un provetto judoka o chitarrista in 20 lezioni, e altre cose del genere.
Ricordo – e qui arriviamo al punto – la pubblicità di apparecchiature che promettevano l’apprendimento subliminale di lingue straniere: si dovevano applicare sotto il cuscino durante il sonno, e dopo un certo tempo si sarebbe diventati capaci di parlare la nuova lingua “facilmente e senza nessuno sforzo”.
Oggi, 2025, si aggirano come omini di burro per l’Italia personaggi che sostengono che si può imparare e conseguire qualsiasi tipo di conoscenza e di competenza giocando, cooperando spontaneamente, mettendo la propria soggettività sempre in primo piano e davanti a tutto e tutti, e soprattutto senza alcun impegno, senza fatica, senza difficoltà.
Ecco, mi pare che questi personaggi, che credo siano adulti, siano soggetti allo stesso pensiero infantile di quando io da bambino leggevo i miei giornalini: il grande sogno dell’umanità di abolire il lavoro e la fatica, ovvero il trionfo del principio di piacere e l’annichilimento di quello di realtà.
Anche se, a furia di prediche e presenza mediatica, questi omini “teneri e untuosi” hanno convinto “con voce sottile e carezzevole” molte persone che esiste il Paese dei Balocchi, valuti ognuno con più buon senso di Pinocchio e Lucignolo quanto fondamento possano avere le loro teorie.
Esiste un aneddoto, che ritengo credibile, sul famoso soggiorno dei Beatles nell’ashram indiano di Maharishi Mahesh Yogi, nel 1968. Durante il soggiorno John Lennon si lamentò più volte con Donovan, che gli stava insegnando la tecnica chitarristica del finger picking, perché trovava la cosa molto “difficile“. Se si stancò e tirò giù qualche santo finché non gli riusciva, ne è valsa la pena.

Meraviglioso articolo ironico ma vero autentico di chi ha vissuto passo dopo passo quel tempo in cui anche i giornaletti contribuivano a farci CRESCERE nonostante i nostri genitori 🙌🏻
Bravo Bertozzi. Temo che oggi quei giornaletti sarebbero di impervia lettura per parecchi ragazzi -sono troppo “lenti” e contengono troppe parole da leggere. Se poi parliamo segnatamente di Tex, nelle avventure del quale si discute per pagine intere, credo che la sua lettura sia scoraggiata in partenza. Ma se queste tue memorie riguardano altri tempi e quindi altre situazioni, non mi pare affatto che per i Pedagogisti che prendi garbatamente d’infilata, il discorso sia differente. A parte le conseguenze ovviamente. Tragiche.
I nostri “pedagogisti” sono infatti degli autentici giacimenti per eventuali ricerche sul ritardo che i movimenti di idee, un tempo egemonici, manifestano sulla realtà. Ormai mummificati e anacronistici, per dire: con i loro “esami di gruppo”, esprimono idee che sono dei veri e propri reperti stratificati dei diversi momenti culturalmente rilevanti degli anni ’60 (del secolo scorso), che per lo più non hanno neanche vissuto. Di quegli anni ’60, sfrondati di quanto di duro, di dialettico e quindi di ciò che di vitale che c’era in loro, a volte rimasticano pure la terminologia e proiettano gli aspetti autoritari e classisti quasi che esistessero ancora. Out of time.
Caro Al-Farid, sono totalmente d’accordo, quale che sia il giudizio a posteriori che ne possiamo dare adesso, questi propagandisti del nulla che per lo più non li hanno nemmeno vissuti, degli anni ’60 conservano gli slogan, i manierismi, ma non ne capiscono come dici tu la “durezza”, la dialettica, il rapporto col contesto storico.