I segnali di declino culturale
E la scuola, che ruolo gioca? Una rilettura dei testi di Lucio Russo, alla ricerca di una risposta.
Il 12 luglio 2025 ci ha lasciati Lucio Russo, uno degli intellettuali più originali ed importanti che avevamo in Italia. Nel 1996 pubblicò La rivoluzione dimenticata, saggio di storia della scienza che tentava di ricostruire (con una grandissima documentazione) il sapere scientifico e tecnologico del mondo ellenistico: ottica, scenografia, catottrica, geografia, meccanica, pneumatica, astronomia, medicina e così via. Non voglio, in questa sede, elencare i meriti di questo testo – e le sue ricadute sulla mia visione della storia o sulla mia didattica in classe – bensì concentrarmi sulle riflessioni che Russo inserisce nell’epilogo del volume, nel quale egli si pone interrogativi sul futuro della scienza e, più in generale, sulla trasmissione del sapere. Leggiamo:
«Gli scienziati che tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX crearono ciò che viene generalmente considerata la scienza moderna […] avevano ricevuto una formazione “classica”, della quale era parte essenziale la geometria euclidea, che trasmetteva il metodo dimostrativo e la capacità di usare consapevolmente modelli teorici del mondo concreto».
Lucio Russo prosegue poi mettendo in luce il «legame tra la crisi del rapporto con la civiltà classica e la crisi della scienza, che, seguendo quella di altri settori della cultura, ha accelerato i tempi negli ultimi decenni del XX secolo». Mostra, infatti, come l’irrazionalismo ha sempre più spazio non solo tra il grande pubblico, ma anche in posizioni di prestigio (gli stessi scienziati), che fino a pochi decenni fa erano impensabili. Una delle piaghe che indica come causa di questa crisi è l’abbandono, nelle scuole e soprattutto nei licei, del metodo dimostrativo (assieme alla geometria euclidea, che ne è la base), in favore di una didattica basata sul principio di autorità: «Il metodo “scientifico” così trasmesso consiste nell’accettazione passiva del mistero e delle contraddizioni e nella rinunzia a spiegazioni razionali della realtà». Se, infatti, noi non spieghiamo in che modo Euclide, Archimede, Ipparco, Eratostene, Galileo, Newton, ecc. sono arrivati alle formulazioni delle loro leggi matematiche o fisiche, ma insegniamo solo la “formuletta da ricordare”, slegata dal metodo scientifico, non facciamo altro che diffondere l’idea che «la realtà sia troppo complessa per essere capita da menti umane»
Sempre nell’epilogo della Rivoluzione dimenticata, Russo identifica uno dei segnali del declino culturale che può precedere un tracollo analogo a quello avvenuto nel II secolo a.C., cioè «la crescita esponenziale del numero di ricercatori e degli articoli scientifici pubblicati [in parallelo al]l’abbassamento, anch’esso esponenziale, del loro livello medio, il ruolo crescente di mode scientifiche effimere, l’imporsi del relativismo nel dibattito epistemologico e la profonda trasformazione del ruolo sociale della scienza, che si sposta sempre più dalla produzione al consumo».
Nel 2022, ventisei anni dopo La rivoluzione dimenticata, Lucio Russo pubblica un altro testo molto importante, che può essere visto come integrazione del suo saggio degli anni Novanta, e cioè Il tracollo culturale. In esso analizza perché e in che modo il mondo scientifico greco ellenistico è collassato nel giro di pochi anni attorno al 146-145 a.C. e perché tale catastrofe è stata rimossa dalla nostra memoria collettiva, al punto che ancora oggi storici molto noti come Alessandro Barbero negano sia quello splendido periodo scientifico e tecnologico, sia il suo crollo. Anche in questo caso, non è mia intenzione – in questo articolo – approfondire i contenuti del saggio, la cui lettura consiglio a tutti coloro che stanno leggendo queste righe.
Qui voglio solo porre la mia lente d’ingrandimento su un passo importante del capitolo 3, intitolato Filosofia, in cui Lucio Russo cerca di dimostrare come il tracollo culturale sia avvenuto anche fuori dall’ambito prettamente scientifico, poiché il sapere non è per comparti stagni e il collasso di alcune discipline segue o va in parallelo al declino generale della cultura. È un passo che ritengo molto importante per chiunque sia insegnante, oggi, perché va a toccare un nodo centrale delle pedagogie tanto di moda nel mondo scolastico odierno:
«Appare chiaro che, come Panezio, anche Filone, Carmide e Antioco avevano abbandonato la ricerca filosofica e, concentrandosi sulla retorica e la trasmissione di un pensiero sincretico che cercava di mediare e fondere gli elementi più semplici delle varie scuole, si erano posti l’obiettivo di trasmettere alle élite romane una versione divulgativa della tradizione filosofica greca. I risultati più avanzati erano tralasciati, sia perché era molto difficile trasmetterli a profani, quali erano i generali e i magistrati romani cui si rivolgevano, sia perché la vita di cortigiano era difficilmente comparabile con un’attività impegnativa di studio e ricerca. […] Nell’altra opera parzialmente conservata Filodemo polemizza ancora con Diogene di Babilonia, difendendo l’autonomia (e la superiorità) della retorica dalle discipline che potevano fornire un contenuto ai discorsi degli oratori. Non c’è da stupirsi: la svalutazione dei contenuti rispetto alle forme della loro trasmissione è una caratteristica tipica dei periodi di grave declino culturale»
Dunque, ecco che Russo indica con chiarezza un altro dei segnali di un periodo di declino culturale: dare più importanza alle forme di trasmissione (ed ecco peer-tutoring, flipped classroom, EAS, debate, learning-by-doing e chi più ne ha, più ne metta) che a quello che si vuole trasmettere, cioè i contenuti (ed ecco la svalutazione delle conoscenze a favore delle più aleatorie ed irrazionali competenze). Un problema che aveva già sollevato duecento anni fa F. Hegel nel suo Sull’insegnamento della filosofia nei ginnasi del 1812: «Secondo la mania attuale (tipica nella pedagogia) non si deve venire istruiti sul contenuto della filosofia: si deve piuttosto imparare a filosofare, senza contenuto. […] Il perenne cercare e bighellonare qua e là senza contenuto, questo modo di procedere soltanto formale, questo elucubrare e sofisticare, ha come conseguenza la vuotezza di contenuto e la vuotezza di pensieri nelle teste: ha insomma il risultato che non si sappia proprio nulla»
Concludo l’articolo con un piccolo brivido per chi, come me, ha letto in modo approfondito i testi di Lucio Russo (La rivoluzione dimenticata, L’America dimentica, Segmenti e bastoncini, Il tracollo culturale, Perché la cultura classica) e sa quanto siamo stati vicini, nel II secolo a.C., a perdere completamente e per sempre il metodo scientifico. Dico “per sempre”, perché anch’io – come Russo – condivido il pensiero che le idee e le invenzioni sono poche, nella Storia, ed avvengono una sola volta. E ciò che è perduto, lo è quasi certamente per sempre. Pertanto, il rischio odierno di gettare a mare la millenaria trasmissione delle conoscenze per inseguire mode pedagogiche irrazionaliste potrebbe portare ad una rapida (cioè nel giro di poche generazioni) e vasta distruzione del sapere, poiché coloro che ricevono l’istruzione nelle scuole di oggi, coi nuovi metodi, non saranno più in grado di comprendere i testi scientifici e culturali complessi del passato.
Analogamente avvenne col più grande filosofo della natura romano, cioè Plinio il Vecchio (I secolo d.C.), il quale non era in grado di capire i testi scientifici greci di Eratostene di Cirene, scritti due secoli prima, riguardanti gli antipodi e che erano una conseguenza geometrica ovvia della sfericità della Terra. Anzi, Plinio li derideva pure, perché egli non comprendeva più il concetto di gravità radiale (cioè “verso il centro” della Terra), andato perduto col sapere ellenistico:
«C’è poi chi sostiene che vi siano uomini che abitano dalla parte opposta della Terra, che chiamano antipodi, con i piedi rivolti contro i nostri. Ma come possa accadere che essi non cadano, o che noi non cadiamo, è cosa che non si capisce. Né si può credere che là l’acqua resti sospesa, né che vi sia una regione abitabile, poiché il caldo del sole dovrebbe bruciarla interamente.» (Naturalis Historia, II, 161–162).

Sottoscrivo in tutto e per tutto. Anch’io ho letto una buona parte dei testi dell’immenso prof. Russo ed ogni giorno combatto in trincea a scuola contro le sciocchezze del pedagogismo dilagante!
I testi e gli interventi di Lucio Russo sono sempre da meditare. I segni di ‘medioevo’ sono tanti, o perlomeno a me sembra di scorgerli da molti anni, in svariati ambiti e atteggiamenti. Per fortuna le conoscenze e le scienze oggi non sono appannaggio e prerogativa di una determinata nazione, o di una determinata civiltà: dunque probabilmente non torneremo tutti, sulla Terra, a credere nel sistema geocentrico o nella chimica dei quattro elementi o nella medicina dei quattro umori fondamentali. Oppure l’illusione che l’intelligenza artificiale possa supplire a ogni nostra ignoranza causerà un abbandono vasto e totale delle conoscenze? Vedremo, vedranno. Intanto noi, che ci troviamo al limitare delle ere, abbiamo una scelta non facile: ritirarci negli eremi, e come amanuensi medievali lavorare per salvare la cultura e trasmetterla a tempi migliori e più ricettivi, o frequentare le città (le scuole) continuando a sforzarci di acculturare i nostri contemporanei? Siamo Gessetti: dunque la seconda!