Riflessioni di una maestra

Come vede la scuola di oggi una docente entrata in ruolo trentadue anni fa? Ecco una lettera che abbiamo ricevuto.

Negli anni ’70 la scuola italiana era la punta di diamante a livello mondiale. Il ruolo dell’insegnante quale “pubblico ufficiale” (tutt’oggi esistente, in teoria) conferiva al docente un senso di responsabilità educativa che veniva attuato facendo rispettare ai bambini regole, comportamenti, lessico, compiti.

La scuola era una cosa seria. Non si andava a scuola per stare con gli amici, anche se gli amici c’erano esattamente come oggi; alla scuola primaria si entrava sapendo che il gioco andava sostituito con lo studio, con una manualità guidata nell’uso della scrittura, con una “buona condotta” che doveva essere adottata da tutti.

Il ruolo del docente oggi non ha più quell’autorità, e chi nutre ancora il desiderio di portare tutta una classe a raggiungere una maturità comportamentale va incontro a una pesante frustrazione e al rischio di un esaurimento nervoso, come si diceva un tempo, o come oggi si dice di una sindrome di burnout, diffusa in una percentuale molto alta dei docenti.

La figura del maestro e professore è oggi alle dipendenze di un dirigente d’azienda che, grazie alla legge 107/2015, ha tutto l’interesse a rendere il proprio istituto comprensivo (parlo della realtà che conosco di persona) un luogo di futuri operai di una società digitalizzata. Gli alunni sperimentano fin dai primi mesi di vita un mondo virtuale, col rischio di inficiare le capacità cerebrali di una mente in via di sviluppo.

Come vive e come si sente, in questo contesto, un insegnante che continui a vedere nel singolo alunno il potenziale di un adulto integro e consapevole e della bontà insita nell’essere umano (che è una visione forse idilliaca, ma necessaria e stimolante per il proprio impegno lavorativo)?

Il docente mette la sua competenza a disposizione di ciascun alunno in un contesto ambientale, la classe, che esprime la capacità di saper vivere insieme pur essendo tutti diversi. L’ambiente classe è l’ambiente di apprendimento primario: se in classe, tra studenti divenuti “utenza” o “minori in custodia ai docenti” manca quell’atmosfera di collaborazione, riconoscimento e rispetto reciproco, il ruolo del docente è come se venisse spostato da un luogo istituzionale chiamato scuola a un luogo di mercato, un porto di mare, dove decine e centinaia di persone risultano interessate solo ai propri affari personali. Quando manca la consapevolezza di essere parte di un preciso tipo di ambiente istituzionale, possiamo comportarci sottraendoci alle regole per il semplice motivo che non le percepiamo.

Nelle modalità riconosciute dalla storia umana, l’esperienza di studio, apprendimento, conoscenza di sé e del mondo avviene attraverso una disciplina comportamentale. Un tempo la scuola non era per tutti, perché non tutti potevano permettersi di dedicare i primi quindici anni della propria vita a un solo compito: far crescere le capacità cerebrali, per usare poi il nostro ‘muscolo’ più longevo in maniera utile e creativa per sé e per la comunità. Oggi la scuola è giustamente un obbligo per tutti. Ma un obbligo a che cosa?

Negli ultimi dieci anni siamo riusciti a rendere la scuola un luogo di accoglienza dei minori, spostando l’attenzione delle famiglie verso progetti legati al territorio (biblioteche, visite guidate, laboratori, gemellaggi, progetti teatrali, opportunità sportive, chi più ne ha più ne metta) e sottraendo valore alla vera attività che la scuola prevede: l’apprendimento cognitivo e, di conseguenza, comportamentale. Sappiamo bene infatti che, senza le capacità cerebrali stimolate nella giusta maniera, la relazione con i simili risulterà difficoltosa, se non patologica: intelletto e coscienza di sé collaborano insieme.

Cancellando il valore e quindi l’importanza di un allenamento alle capacità cognitive nelle materie curricolari, a favore dell’interesse verso una decantata “offerta formativa” ricca di attività aggiuntive, tutte le metodologie che un insegnante ha per il ruolo che ricopre, rivolte allo sviluppo armonico del bambino (per dirla con Agazzi), diventano inutili.

La didattica di classe deve sottostare al PTOF; la propria materia d’insegnamento è interrotta e scalzata da ricorrenze e progetti. L’attenzione non si concentra mai sul creare un clima di convivenza a scuola, perché la convivenza, per così dire, si sposta subito nel mondo: siamo tutti uguali, tutti abbiamo diritto all’inclusione, per cui non ha importanza se manca la buona condotta in classe. L’insegnante è preso al laccio di un’ideologia futurista che proietta un mondo di tecnici, dove l’arte, la poesia, la musica, diventano giochi sofisticati dell’IA e poemi di Chatgpt. Correggiamo compiti uguali, copiati e incollati da Wikipedia da anni; permettiamo un’omologazione sociale senza precedenti, offrendo come unico collante “progetti territoriali” avallati dai “patti di corresponsabilità” firmati dai genitori. La famiglia impone all’insegnante ciò che il dirigente offre.

Siamo nell’era della modernità, non possiamo negarlo, ma procediamo come se fossimo ignari degli effetti collaterali di un uso del digitale sui cervelli in via di sviluppo, pubblicati da anni nelle maggiori riviste e ricerche in ambito mondiale, europeo e nazionale.

Quasi il 70% dei docenti, si legge, è in burnout. E questa – triste paradosso – è una cosa buona, perché dimostra come il senso di responsabilità educativa sia ancora insito in molti docenti che hanno studiato a lungo per fare questo lavoro, ma ormai sono impossibilitati a svolgerlo perché insegnare una disciplina a scuola non si può più.

Ogni alunno deve esprimere se stesso: solo questo conta oggi. E noi docenti dobbiamo accogliere e idolatrare ogni diversità, senza che ci sia concesso indurre i singoli ad avere un comportamento consono comune. La nostra antica autorevolezza era finalizzata a uno sviluppo dell’integrità attraverso un uso delle capacità intellettive: come la si può esercitare quando il programma prevede tre anni di “progetti” che mai mettono l’accento su un apprendimento basato sulla memorizzazione?

In sintesi, perduta la forza educativa del poter impartire una disciplina collettiva attraverso lo studio, il docente impiega le sue ore nel contenere bambini senza regole, apparentemente felici (una felicità foriera di inquietudine, senso di inadeguatezza, ansie, veri e propri disturbi) che la scuola sia un laboratorio pratico, dove l’uso del cervello sui libri è secondario, se non inutile.

Riflessioni di un’insegnante entrata in ruolo nel 1994, che augura e tutte le giovani colleghe e i giovani colleghi di maturare una salda deontologia interiore, per riuscire a dare quel che si può del nostro amore e delle nostre capacità a un’umanità intelligente: a quei fanciulli che sapranno riconoscerlo perché non istericamente impegnati solo a esprimere se stessi, ma calmi e ricettivi di quel che può essere appreso.

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