Il rigore come atto d’amore: perché la scuola del merito è l’unica vera scuola dell’inclusione
Una scuola seria, giusta ed esigente pone i pilastri su cui fondare il nostro domani.
Ho quasi 49 anni, da 16 anni insegno nelle scuole pubbliche e private, medie e superiori, nella mio comune di nascita e di residenza, ed anche nella sua provincia più profonda. Mi sono occupato di matematica, fisica, chimica, biologia, informatica di base, igiene e sicurezza e sostegno agli alunni con certificazione di disabilità; ho tenuto lezioni in classe e in laboratorio, ho tenuto, per centinaia di ore all’anno, ripetizioni pomeridiane per ragazzi di scuole di ogni ordine e grado, preparandoli ai compiti, alle interrogazioni, agli esami di riparazione di settembre (ora di agosto) ai test d’accesso alle facoltà universitarie ed ai vari esami di analisi matematica, fisica, chimica.
Ci sono state mattine in cui entrare in classe somigliava a un atto di fede. Guardavo i ragazzi seduti dietro i banchi—quelli che messaggiavano di nascosto con lo smartphone, quelli con lo sguardo perso oltre il vetro, quelli che portano sulle spalle il peso di un’ansia da prestazione che non sanno decifrare—e mi son chiesto quale fosse il mio vero compito, il compito di noi docenti. Siamo lì per essere specchi benevoli di ogni loro fragilità, o siamo lì per accendere un fuoco e forgiare il loro carattere?
Chi vi scrive si è diplomato in un liceo scientifico degli anni Novanta, in un’epoca in cui la bocciatura era una possibilità reale, drammatica, ma anche terribilmente feconda. Mi sono laureato in Chimica Industriale nel 2002, sotto il vecchio ordinamento, quando gli esami erano monoliti che richiedevano mesi di isolamento e di studio matto e disperatissimo. Non lo dico per sterile nostalgia del “si stava meglio quando si stava peggio”. Lo dico perché quella scuola, pur con tutte le sue spigolosità, mi ha insegnato una cosa fondamentale: il valore del limite. E, soprattutto, mi ha insegnato che rispettare uno studente significa prenderlo sul serio.
Oggi, muovendoci tra i corridoi di una scuola sempre più orientata al “buonismo” pedagogico, all’iper-tutela e alla rimozione di ogni ostacolo, sorge spontanea una domanda che Il Gessetto, con il quale ho l’onore e il piacere di collaborare, pone da tempo con coraggio: stiamo facendo davvero il bene dei nostri ragazzi, o stiamo solo proteggendo noi stessi dal fastidio del loro fallimento?
L’inganno del buonismo: la compassione che svalorizza
Negli ultimi decenni, la parola d’ordine della politica scolastica è stata “inclusione”, un termine nobile che è stato tuttavia svuotato del suo significato originario. Includere non significa abbassare l’asticella fino a farla toccare terra affinché tutti possano scavalcarla senza sforzo. Quella non è inclusione: è accondiscendenza.
Quando trasformiamo la valutazione in un mero atto burocratico, quando promuoviamo “per non traumatizzare”, stiamo implicitamente dicendo allo studente: “Non credo che tu sia in grado di fare di meglio”. È questo il messaggio più distruttivo e classista che si possa lanciare alle nuove generazioni: in realtà in quel momento l’istituzione scolastica se ne sta lavando pilatescamente le mani di loro, dei nostri ragazzi, li sta trattando come un problema ingestibile, qualcosa di rognoso, quindi quel ragazzo che non ha fatto nulla per tutto l’anno lo promuoviamo semplicemente per levarcelo dalle scatole. Promoveatur ut amoveatur!
Il vero classismo non è la selezione basata sul merito; il vero classismo è una scuola liquida che non insegna più nulla, perché i figli delle famiglie benestanti troveranno comunque la loro strada grazie al capitale culturale ed economico di partenza, mentre i figli delle famiglie più fragili verranno privati dell’unico ascensore sociale rimasto: una formazione solida e rigorosa.
La scuola del sei politico mascherato e del dissenso taciuto per evitare i ricorsi al TAR non è una scuola democratica. È una scuola che abdica al proprio ruolo costituzionale. L’articolo 34 della nostra Costituzione parla chiaro: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. La Costituzione non parla di “tutti a prescindere dall’impegno”, ma tutela il merito come strumento di emancipazione.
La chimica del carattere: l’importanza del “no” e del fallimento
Da uomo di scienza, sono abituato a guardare le reazioni per quello che sono. In chimica, se non si scalda la miscela alla temperatura corretta, se non si introduce il giusto catalizzatore, la reazione semplicemente non avviene. Non si possono convincere gli atomi a legarsi con le buone intenzioni o con una pacca sulla spalla.
La crescita umana segue regole non troppo diverse. Il fallimento scolastico—una brutta verifica, un debito formativo, persino una bocciatura—non è un trauma indelebile da evitare a tutti i costi, ma un reagente fondamentale nel processo di maturazione.
• Il valore del limite: capire di non sapere è il primo passo verso la conoscenza. Se eliminiamo il voto negativo, eliminiamo la bussola che permette al ragazzo di orientarsi.
• La resilienza: come possiamo pensare che questi giovani affrontino i rifiuti della vita, i licenziamenti, le delusioni amorose o le complessità del mondo adulto, se noi docenti li abbiamo tenuti sotto una campana di vetro fino a 19 anni?
• La gioia della conquista: non c’è gioia in un traguardo raggiunto senza fatica. Quando regaliamo la sufficienza, togliamo al ragazzo il sapore impagabile di quel 7 o di quell’otto sudato, conquistato dopo notti passate sui libri. Gli togliamo l’orgoglio di poter dire: “Ce l’ho fatta da solo”.
Sotto il velo della protezione, stiamo crescendo una generazione fragile, a cui abbiamo tolto il diritto di misurarsi con le proprie forze. Li amiamo così poco da non ritenerli capaci di reggere il peso di un brutto voto? Io credo di no. Io credo che i nostri ragazzi siano infinitamente più forti e pieni di risorse di quanto la pedagogia ministeriale voglia farci credere.
Una scuola meritocratica è un atto di giustizia sociale
Sgombriamo il campo da un equivoco ideologico: la meritocrazia non è l’antitesi della solidarietà. Una scuola rigorosa ed esigente è il più grande alleato della collettività.
Se la scuola non certifica più le reali competenze, se il diploma diventa un pezzo di carta distribuito a pioggia, chi guiderà le aziende di domani? Chi progetterà i ponti? Chi curerà i nostri malati? Chi si occuperà della transizione industriale e tecnologica del nostro Paese?
Quando difendiamo una scuola selettiva—nel senso più nobile del termine—stiamo difendendo il bene comune. Stiamo garantendo alla società che le posizioni di responsabilità verranno occupate da chi ha dimostrato di avere le competenze e l’etica del lavoro necessarie per farlo.
Al contrario, la scuola del disimpegno produce una forma subdola di inganno sociale: illude i giovani di essere pronti per un mondo che, fuori dal cancello dell’istituto, non farà sconti a nessuno. Il mercato del lavoro, la ricerca scientifica, la vita stessa, non applicano le griglie di valutazione “morbide” dei nostri consigli di classe.
Ritornare all’autorevolezza: l’orgoglio di stringere un gessetto
Per realizzare questa inversione di rotta, dobbiamo partire da noi. Dobbiamo ritrovare l’orgoglio della nostra professione. Essere insegnanti non significa essere psicologi dilettanti, animatori turistici o assistenti sociali. Noi siamo custodi di una tradizione culturale e traghettatori di conoscenza. La nostra autorevolezza non nasce dalla severità fine a se stessa, ma dalla coerenza. I ragazzi fiutano l’autenticità a chilometri di distanza. Sanno perfettamente quando un professore è severo perché è frustrato e quando, invece, è esigente perché ha a cuore il loro futuro.
Quando un docente entra in classe con un gessetto in mano (o davanti a una lavagna digitale, poco importa lo strumento), deve portare con sé il peso e la bellezza della propria disciplina. Che sia la Chimica, la Storia, il Latino o la Matematica, dobbiamo mostrare ai ragazzi che quelle materie sono mondi straordinari che meritano rispetto e fatica per essere compresi.
Dobbiamo avere il coraggio di dire: “Questo lavoro è insufficiente, perché tu vali molto più di quello che hai scritto su questo foglio. E io non mi accontento delle briciole del tuo talento”. Questo non è un atto di crudeltà; è il più puro, autentico e struggente atto d’amore che un educatore possa compiere.
Conclusioni: l’impegno de Il Gessetto per il futuro
Cari colleghi che seguite Il Gessetto,
la nostra battaglia non è contro i ragazzi, ma per i ragazzi. Siamo l’argine rimasto a difesa di una scuola che non vuole arrendersi al declino culturale e alla mediocrità eletta a sistema.
Non dobbiamo temere di passare per “anacronistici” o “reazionari”. Esigere lo studio, punire la maleducazione, bocciare chi non ha raggiunto gli obiettivi minimi non significa essere spietati. Significa credere nel futuro dell’istituzione scolastica. Significa rimettere al centro la dignità dell’insegnamento e il valore dell’impegno personale.
Guardiamo negli occhi i nostri studenti domani mattina. Guardiamoli non come vittime da tutelare, ma come i futuri pilastri della nostra società. Chiediamo loro molto, chiediamo loro tutto, perché solo chiedendo tanto si scopre la grandezza di ciò che si può dare. Torniamo a essere maestri severi, giusti e profondamente innamorati del loro domani. Solo così faremo davvero il loro bene. E quello di tutti noi.

Che amare qualcuno significhi viziarlo è un’idea nefasta che apre le porte a ogni possibile corruzione prossima ventura. Questa idea è penetrata nella nostra Società in quanto evita il conflitto generazionale, che però è importante perché la personalità dell’allievo e del figlio si costituisca in maniera autonoma e sana.