La scuola inclusiva che ha paura del quattro
Un quattro descrive una preparazione insufficiente o umilia uno studente? E un sei regalato è davvero inclusione o, al contrario, una forma più sottile di rinuncia? In questo articolo metto in discussione una delle convinzioni più diffuse nella scuola contemporanea: l’idea che il voto debba proteggere gli studenti dalla realtà anziché descriverla. Forse la vera inclusione non consiste nel fingere che abbiano imparato, ma nel continuare a credere che possano ancora imparare.
Nella scuola contemporanea si sta affermando un’idea tanto diffusa quanto raramente esplicitata: il voto non dovrebbe descrivere la realtà della preparazione di uno studente, ma produrre determinati effetti psicologici. Non dovrebbe dire come stanno le cose, ma come vorremmo che lo studente si sentisse. Così, se uno studente è preparato, il voto può ancora rappresentare il suo livello di conoscenze, possibilmente con una certa generosità. Se invece non è preparato, improvvisamente il criterio cambia. A quel punto il voto non deve più descrivere la realtà, ma incoraggiare, motivare, proteggere, evitare traumi, ansia, frustrazione e umiliazione. È una concezione curiosa. La valutazione dovrebbe essere oggettiva solo quando è positiva. Quando diventa negativa, invece, dovrebbe smettere di essere una valutazione e trasformarsi in una carezza. Il problema è che, così facendo, la scuola smette di misurare l’apprendimento e inizia a somministrare placebo.
Alla base di questa impostazione c’è un gigantesco fraintendimento. Molti docenti e pedagogisti sembrano attribuire all’insufficienza un significato che essa non ha mai avuto. Vivono il quattro come fosse una condanna definitiva, un marchio esistenziale, una sentenza senza appello pronunciata sulla persona. Come se un quattro dicesse: “Tu sei un fallimento”. Ma un voto non dice questo. Un voto, se usato correttamente, dice semplicemente: “Oggi, in questo momento, rispetto a questi obiettivi, la tua preparazione non è sufficiente”. Nient’altro. Non parla del valore della persona. Non parla del suo futuro. Non parla delle sue possibilità. Parla del presente. Confondere queste dimensioni significa attribuire al voto un significato assolutistico che il voto non possiede. Il paradosso è evidente: coloro che accusano gli altri di identificare lo studente con il voto sono spesso i primi a compiere questa medesima identificazione.
Chiariamo bene una cosa: un’insufficienza non chiude un percorso. Lo apre. Dice allo studente che esiste ancora qualcosa da imparare. Dice che può migliorare. Dice che il risultato dipende, almeno in parte, dal suo studio, dalla sua attenzione, dal suo impegno, dalla sua capacità di correggersi. In altre parole, gli restituisce responsabilità. Ed è proprio questa responsabilità ad essere profondamente inclusiva. Perché significa continuare a credere che quello studente possa ancora arrivare dove oggi non è arrivato. Al contrario, regalargli un sei quando possiede una preparazione da quattro significa comunicargli qualcosa di molto più inquietante: “Per te va bene così”. Non è incoraggiamento. È rinuncia.
La retorica dominante sostiene che regalare sufficienze significhi includere. È possibile sostenere l’esatto contrario. Il sei regalato è una forma di discriminazione mascherata da bontà. Perché comunica allo studente che da lui non ci si aspetta realmente una preparazione adeguata. Che non vale nemmeno la pena chiedergli di fare quello sforzo necessario per raggiungerla. È un abbassamento delle aspettative travestito da sensibilità. Una pietà pedagogica che finisce per essere profondamente offensiva. Quando smettiamo di chiedere ad uno studente di imparare, non lo stiamo aiutando. Stiamo smettendo di credere nelle sue possibilità.
Esiste poi un secondo problema. La scuola sembra voler eliminare qualsiasi esperienza negativa. L’insufficienza diventa un evento da evitare ad ogni costo. Ma quale adulto può veramente formarsi in un ambiente dove ogni ostacolo viene cancellato? La vita reale non funziona così. Non ogni colloquio va bene. Non ogni concorso viene superato. Non ogni progetto riesce. Non ogni relazione dura. Imparare a convivere con piccoli insuccessi, comprenderli, elaborarli e superarli costituisce una delle competenze psicologiche più importanti della vita adulta. Se la scuola sterilizza ogni esperienza di fallimento, non rende gli studenti più forti. Li rende più fragili. Più ansiosi. Più incapaci di tollerare la frustrazione. Più impreparati davanti ad una realtà che, fuori dalle mura scolastiche, continua ostinatamente a non regalare risultati.
L’idea secondo cui un voto negativo produca automaticamente traumi è espressione di una psicologia ingenua avvolta da un manto di sterile sentimentalismo. Ciò che ferisce uno studente non è un quattro. Lo ferisce l’idea che quel quattro definisca ciò che egli è. Ma proprio questa idea viene continuamente alimentata da chi pretende di eliminare le insufficienze. Se ogni quattro diventa moralmente inaccettabile, allora ogni quattro acquisisce inevitabilmente un peso enorme. Il voto viene trasformato in un giudizio sulla persona proprio nel tentativo di impedirlo. È il classico caso in cui si produce esattamente ciò che si voleva evitare.
La vera inclusione consiste nel mettere ogni studente nelle condizioni di imparare. Non nel fingere che abbia imparato. Dire la verità sulla preparazione è il primo atto di rispetto nei confronti dello studente. Perché solo chi conosce il punto da cui parte può sapere quale strada deve ancora percorrere. La falsa sufficienza, invece, interrompe il percorso. Lo studente crede di sapere ciò che in realtà non sa. La scuola certifica competenze inesistenti. La famiglia riceve un’immagine falsata. La società eredita cittadini meno preparati. E lo studente paga il conto più tardi, quando la realtà presenterà una verifica molto meno indulgente di quella scolastica.
Forse questi “docenti-mammine” sono mossi dalle migliori intenzioni. Forse desiderano davvero evitare sofferenze. Ma le buone intenzioni non bastano. Perché esiste una differenza enorme tra prendersi cura di qualcuno e impedirgli di confrontarsi con la realtà. Proteggere continuamente uno studente dalle conseguenze della sua impreparazione significa impedirgli di sviluppare quella resilienza, quella responsabilità e quella fiducia nelle proprie possibilità che nascono soltanto dal superamento delle difficoltà.
Insomma, la scuola non dovrebbe distribuire illusioni. Dovrebbe distribuire occasioni di crescita. E talvolta la prima occasione di crescita inizia proprio con un quattro. Perché un quattro dice: “Oggi non basta”. Un sei regalato, invece, dice qualcosa di molto più pericoloso: “Per te basta così”. Ed è difficile immaginare una forma di esclusione più subdola di questa.

Analisi precisa . Recita infatti il proverbio che la strada per l’Inferno è lastricata di buone intenzioni. )Se posso, allargando un po’ il campo, vorrei citare “… Lewert e Becker, secondo i quali non solo fra fenomeni normali e devianti esiste una frequente sovrapposizione, ma proprio le principali istituzioni create per prevenire, reprimere e curare la devianza divengono la principale causa della devianza stessa” (Pier Paolo Giglioli).