Il tempo negato nell’educazione

Puerocentrismo e rimozione del tempo negli epigoni odierni di Rousseau.

Puerocentrismo e mutamento antropologico

Una delle conseguenze meno discusse, ma più profonde, del puerocentrismo contemporaneo è la progressiva dissoluzione della distinzione tra il pensiero infantile e quello adulto. Non si tratta di una semplice questione pedagogica, ma di un mutamento antropologico più ampio, che investe il modo in cui concepiamo la formazione, il sapere e, soprattutto, il tempo.

Nel momento in cui il pensiero del bambino viene considerato non come in fieri, ma come già compiuto nella sua essenza, la distanza tra ingenuità e sapere, tra spontaneità e riflessione, tra immediatezza e mediazione concettuale viene ridotta fino a scomparire. Il bambino non è più qualcuno che diventa, ma qualcuno che è già. L’adulto, di conseguenza, non rappresenta più il punto di arrivo di un percorso formativo, ma una possibile deviazione, spesso guardata con sospetto.

Questa inversione non è neutra. Essa modifica il senso stesso dell’educazione, che da processo di trasformazione tende a ridursi a tutela dell’immediatezza soggettiva.

La caduta della distanza formativa

La distinzione tra pensiero infantile e pensiero adulto non implica un giudizio morale o una gerarchia di valore. Si tratta, piuttosto, di una distinzione epistemologica. Il pensiero adulto è un pensiero attraversato dal sapere: segnato dall’errore, dalla correzione, dalla memoria della tradizione e dalla disciplina dell’astrazione. È un pensiero che ha imparato a non coincidere con il proprio sentire immediato.

Il pensiero infantile, al contrario, non è privo di razionalità, ma è privo di storicità concettuale. Esso si colloca in una prossimità originaria all’esperienza, in cui il vissuto e il pensiero tendono a sovrapporsi. Non si tratta di una mancanza, ma di una condizione iniziale, che richiede mediazione per essere superata.

Negare questa distanza significa negare la funzione formativa della cultura. Se non esiste uno scarto da colmare, l’educazione non appare più come un processo di trasformazione, ma come un accompagnamento privo di direzione. Non introduce il soggetto in un mondo che lo precede, ma si limita a preservare ciò che il soggetto già manifesta. In questo modo, la cultura perde il suo carattere di alterità e diventa uno sfondo opzionale.

Il tempo come vittima silenziosa

È in questo contesto che il tempo educativo tende a essere rimosso. Il tempo non è un semplice contenitore neutro delle esperienze, ma la condizione stessa della formazione. Apprendere non significa soltanto accumulare vissuti, ma attraversare una non-immediatezza: attendere, esercitarsi, fallire, tornare sui propri passi.

Il tempo forma perché introduce una sottrazione. Sottrae il soggetto alla coincidenza con ciò che sente e lo costringe a confrontarsi con ciò che lo precede e lo eccede. Senza questa sottrazione non si dà concetto, ma solo flusso di esperienze.

Se il bambino viene pensato come già completo, il tempo appare superfluo. La gradualità, la progressione e l’idea stessa di soglia perdono legittimità. La maturazione viene interpretata come un’imposizione esterna, e il rinvio come un atto arbitrario dell’adulto. In questa prospettiva, il tempo non forma: semplicemente accade.

L’illusione dell’autosufficienza originaria

L’idea che il bambino possieda già in sé le strutture del pensiero maturo esercita un forte fascino. Essa solleva l’adulto dalla responsabilità della trasmissione e idealizza l’infanzia come luogo di autenticità originaria. Tuttavia, questa rappresentazione ignora un dato essenziale: il pensiero concettuale non emerge spontaneamente dall’esperienza.

Il sapere non è un’espansione naturale della vita, ma una sua rielaborazione critica. Esso richiede linguaggi non immediati, mediazioni simboliche, memoria dei grandi del passato e un tempo che non coincide con il semplice vivere. Richiede, soprattutto, una guida capace di indicare ciò che ancora non è visibile.

La funzione educativa dell’adulto non coincide con l’imposizione di contenuti, ma con la custodia delle soglie formative. Essa consiste nel rendere intelligibile ciò che richiede attesa, esercizio e distanza, mantenendo aperto lo spazio del “non ancora” come condizione della crescita.

Tempo educativo e implicazioni sociali

La negazione del tempo formativo non resta confinata all’ambito educativo. Essa produce effetti più ampi sul tipo di soggetto che una società tende a formare. Una cultura che rimuove la distanza educativa favorisce soggetti poco disposti a tollerare l’attesa, la frustrazione e la complessità, e inclini a percepire ogni mediazione come un ostacolo.

Il rifiuto del tempo educativo si traduce così nel rifiuto delle mediazioni simboliche e istituzionali. Ogni rinvio appare come abuso di potere, ogni limite come violenza. Ma una società che non riconosce il valore del rinvio fatica non solo a educare, ma anche a governare.

Dove il tempo è ridotto a semplice accadere, viene meno anche la legittimità della promessa, del percorso e della formazione lenta del giudizio. Il risultato non è una maggiore libertà, ma una maggiore esposizione all’immediatezza, al consenso e alla pressione dell’ambiente.

In definitiva

Difendere la distinzione tra pensiero infantile e pensiero adulto non significa svalutare l’infanzia, ma prenderla sul serio. Significa riconoscere che crescere è un processo e che il tempo non è un nemico della libertà, ma la sua condizione.

Restituire centralità al tempo educativo significa restituire senso alla formazione come cammino e non come semplice espressione di ciò che già siamo. Tra l’infanzia e il pensiero adulto esiste una distanza necessaria e feconda, che non va negata ma attraversata. È in questa distanza che il soggetto smette di reagire e comincia a pensare.

Purtroppo tutta la pedagogia dominante da queste antiche fondamenta rousseauniane ha impostato progressivamente, e continua ad impostare, tutti i suoi elaborati concettuali.

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