Il voto di consiglio: garanzia di equità nella valutazione o strumento di falsificazione e di frode?

E se il voto di latino lo decidesse il professore di ginnastica, e il voto di matematica la professoressa di religione? Impossibile, vero?


È giunto il momento di dire basta.

È giunto il momento di far emergere nelle scuole quella parte sana, ma troppo spesso silente, costituita dai tanti docenti onesti e appassionati del proprio mestiere. Quei docenti che vengono emarginati e vilipesi da una governance scolastica locale che opera in maniera subdola, per nascondere la verità sui risultati formativi degli studenti e talvolta sulla loro condotta, tollerata oltre ogni ragionevole punto, fino a casi estremi di esplicita violenza.

Cui prodest? A chi giova? Al profitto dell’azienda. Un profitto aziendale misurato in numero di iscritti e con le votazioni che la stessa scuola assegna agli studenti, non coi risultati tangibili in uscita, a posteriori, monitorando il prosieguo dei neodiplomati. Questo, non la valutazione finale che è meramente autoreferenziale, dimostrerebbe il vero “successo formativo”. E alla luce del percorso successivo, quante volte risalterebbe la sostanziale falsità delle valutazioni scolastiche precedenti, la loro evidente manipolazione!

Già durante l’anno (in ogni ordine e grado di scuola, credo, ma sicuramente nella secondaria) le pressioni sono fortissime, da varie direzioni, affinché non si assegnino insufficienze e si chiuda un occhio, o tutti e due, sul comportamento. Basti osservare che in luogo delle note disciplinari sono nate, all’uopo, le annotazioni generiche e i richiami dotati di gradiente di colore (sic!), affinché nulla di sostanziale risulti a fine anno. E quando si assegna, per esasperazione, una nota disciplinare vera e propria, il richiamato rischia di essere il docente, non l’autore della scorrettezza.

Ma la longa manus dei dirigenti scolastici predispone anche una trappola finale, che ormai scatta in maniera spontanea all’interno di consigli di classe dominati da – definiamoli eufemisticamente così – ‘intellettuali organici’ alla dirigenza. Un’autentica truffa, un abominio didattico che quando iniziai a fare questo mestiere non potevo immaginare: il voto di consiglio.

Come tutti i colleghi sanno, ma come pochi genitori e studenti sospettano, le valutazioni assegnate dal docente ai suoi studenti al termine dell’anno scolastico non sono, ai sensi della normativa vigente, voti: sono proposte di voto. Non si tratta cioè dei voti assegnati e conferiti all’atto dello scrutinio, che esprimono numericamente il livello di preparazione (conoscenze, competenze, abilità) raggiunto, misurato dal docente della materia secondo la propria professionalità attraverso i vari metodi di verifica previsti, ma appunto semplicemente di “proposte”, che il docente “presenta” al consiglio di classe. E il consiglio, cioè gli altri docenti, ha la facoltà di modificarle come vuole, senza alcun limite, senza addurre alcuna giustificazione. Senza nulla di nulla.

Ora qualcuno mi spieghi, perché nessuno l’ha mai saputo fare, come potrebbero i colleghi (e come potrei io, nei loro confronti) farsi un’idea seria della bontà o infondatezza delle mie “proposte”. Non hanno il tempo materiale, in un’ora di scrutinio dedicata a 25 studenti; non hanno le competenze necessarie; non hanno in quella materia l’esperienza soggettiva e irripetibile, durata un intero anno scolastico, con ognuno dei ragazzi oggetto dello scrutinio.

La verità, che non viene detta, è che il voto di consiglio serve a decidere a tavolino, senza problemi, promozioni, bocciature e recuperi a settembre: in maniera completamente arbitraria e in barba a qualunque criterio docimologico. Si può così legalmente decidere, su proposta di un membro del Consiglio (non necessariamente il coordinatore), che lo studente tal dei tali, al quale è stata assegnata dal docente una valutazione negativa (anche gravemente insufficiente e che non lascia spazio ad interpretazioni), venga promosso aumentando d’incanto il voto in pagella di quanto basta a raggiungere la sufficienza. E questo anche contro il motivato parere, supportato dai riscontri ufficiali sul registro, di chi ha assegnato quella valutazione, decisa non certo a cuor leggero e dopo un anno di duro lavoro. E non mancano ricorsi al voto di consiglio per modificare valutazioni già sufficienti, ma non ritenute idonee per ragioni ancora puramente opportunistiche. Magari “l’immagine dell’Istituto”, magari la sezione o la classe ritenute “migliori” che quindi devono ottenere molte valutazioni finali d’eccellenza.

A mio parere, questo modo di operare è semplicemente scandaloso.

La soluzione a questo scempio ci sarebbe: il diritto di veto. Il docente dovrebbe avere la facoltà di opporsi a questi autentici colpi di mano, veri e propri atti di violenza professionale nei confronti di persone che cercano di svolgere al meglio il proprio dovere, consce di rivestire un ruolo sociale importante. Diritto di veto che farebbe salvo, ovviamente, l’altrettanto pacifico diritto di chiunque ne abbia titolo, all’interno e all’esterno della scuola, di verificare la veridicità di quanto attestato sul registro del professore, la sua buona fede, l’insussistenza di un accanimento personale, la sua capacità di valutare. Con le gravi sanzioni conseguenti.

La questione non è rivendicare l’infallibilità e l’insindacabilità del lavoro degli insegnanti, che ovviamente non sussistono, ma proteggerlo quando è serio, perché oggi la parte sana del corpo docente è la più esposta e indifesa. Dico “sana” perché sinceramente considero malata l’altra, quella che si preoccupa di organizzare classi e cattedre e “successo formativo” a tavolino ed emargina le poche persone serie. Malata poiché ha prodotto e sta producendo danni irreparabili alla società, così come sta creando false aspettative nei giovani.

E chi è che fa le spese della situazione attuale, di questo lassismo mascherato da attenzione e da inclusione? Sono proprio le fasce più deboli della società, quei ragazzi a cui uno Stato degno di questo nome deve offrire prospettive vere, serie, attraverso percorsi d’istruzione rigorosi: dare le stesse possibilità a tutti ma permettere che emergano i migliori (lo dico con Gramsci!) e non per un vantaggio economico, politico o personale.

Occorre restituire centralità e dignità al corpo docente, alla parte sana degli insegnanti che c’è, e soffre. Perché la scuola siamo noi con i nostri studenti, prima di tutto.

Alla parte malata si può solo dire, col poeta, “considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti”… o consigliare di cambiare mestiere.

11 Commenti

  1. Sottoscrivo in pieno il tema di questa riflessione. Il voto di consiglio è una delle più bieche porcherie che esistono nella scuola di oggi. Di fatto vanifica il duro e faticoso lavoro di un intero anno del docente della singola disciplina. Di fatto si fa beffe del lavoro del singolo docente, si fa beffe dell’ apprendimento, si fa beffe del merito (perché offende gli studenti che si sono davvero guadagnati il bel voto), confonde le acque, maschera tutto il marciume che c’è nelle classi…in modo che non si veda…fino all’ esame di quinta (dove a volte i nodi vengono al pettine, ma sempre più spesso anche lì vengono nascoste le magagne). Un vero e proprio attentato mortale alla funzione docente.

      1. Sono d’accordo, ritengo che il lavoro di un docente non possa esere negato dai poteri forti. Abbasso la schiavitú!!! Professori che hanno 6 o 7 ore a settimana sono privati dei loro diritti giornalmente e considerati inferiori nonostante il loro impegno e dedizione e amore per lo studio.

  2. Questa petizione è il perfetto esempio di come certa retorica nostalgica e autoritaria tenti di mascherarsi da “difesa della scuola”.

    Il testo non difende l’istruzione: difende un’idea gerarchica e paternalistica della scuola in cui il docente “serio” coincide automaticamente con il docente rigido, incontestabile e legittimato a decidere senza contraddittorio. È una visione profondamente anacronistica.

    La parte più inquietante è la divisione moralistica tra “parte sana” e “parte malata” del corpo docente. È un linguaggio ideologico, aggressivo e pericoloso: chi non condivide questa impostazione viene delegittimato come “malato”, quasi fosse un nemico della società. Non è cultura democratica, è tribalismo.

    Inoltre la petizione costruisce un falso bersaglio: nessuno sostiene che gli insegnanti debbano essere insultati o screditati. Ma pretendere maggiore “protezione” contro critiche e contestazioni rischia di tradursi in minore trasparenza e minore responsabilità. In qualsiasi professione che esercita potere sulle persone — soprattutto sui giovani — il controllo e la possibilità di contestazione sono fondamentali, non opzionali.

    Anche il continuo attacco all’inclusione è gravissimo. Si insinua che inclusione significhi abbassare il livello, quando in realtà una scuola moderna dovrebbe essere capace di coniugare rigore e accessibilità. Contrapporre merito e inclusione è intellettualmente disonesto: significa ignorare decenni di pedagogia, sociologia e ricerca educativa.

    E poi c’è la retorica del “lassismo” e dei “migliori” che devono emergere. Ma una scuola pubblica non è una macchina per selezionare élite morali autoproclamate. Il suo compito è formare cittadini critici, non riprodurre modelli autoritari fondati sull’umiliazione, sulla paura o sulla nostalgia di una scuola punitiva.

    Infine, il tono della petizione tradisce esattamente ciò che dice di combattere: arroganza, vittimismo corporativo e incapacità di autocritica. Chiunque abbia davvero a cuore la scuola dovrebbe chiedere più dialogo, più strumenti, più formazione e più responsabilità condivisa, non una crociata contro studenti, famiglie e colleghi accusati di essere la “parte malata”.

    Una scuola democratica non ha bisogno di professori intoccabili. Ha bisogno di insegnanti autorevoli, preparati, empatici e capaci di mettersi in discussione.

  3. Ci sono insegnanti severi ma rispettati. E poi ci sono quelli che, incapaci di creare stima, cercano di sostituirla con la paura. Questa petizione appartiene chiaramente alla seconda categoria.

    Dietro tutta la retorica sul “rigore”, sulla “parte sana” della scuola e sui giovani da salvare, si legge una cosa sola: il rancore personale di chi non è riuscito a evolversi insieme al mondo e ora vive ogni critica come un affronto alla propria fragile idea di autorità. È impressionante quanto il testo parli continuamente di colleghi “malati”, studenti viziati, inclusione distruttiva e società decaduta senza mai mostrare un grammo di autocritica. Tipico di chi ha trasformato l’insegnamento non in una missione educativa, ma in una guerra personale contro chiunque non si pieghi.

    La verità è che gli insegnanti davvero bravi non hanno bisogno di proclamarsi “gli ultimi seri rimasti”. Non hanno bisogno di dipingersi come martiri perseguitati. Non hanno bisogno di lasciare dietro di sé tensioni, proteste, rifiuto e conflitti continui per sentirsi autorevoli. Chi è davvero competente viene ricordato con rispetto, persino dagli studenti più difficili. Chi invece viene costantemente respinto dovrebbe smettere di accusare il mondo intero e iniziare a chiedersi se il problema non sia il proprio evidente fallimento umano e professionale.

    E la cosa più inquietante è il tono quasi vendicativo con cui si parla della valutazione scolastica: come se il voto non fosse uno strumento educativo ma un’arma morale con cui punire studenti e colleghi “colpevoli” di non condividere la stessa visione tossica e antiquata della scuola.

    No, questa non è difesa della cultura. È il monologo amareggiato di una persona che sembra aver scambiato la cattedra per un risarcimento psicologico.

    Ed è sinceramente deprimente pensare che qualcuno con questa idea dell’educazione possa ancora rappresentare la scuola davanti a degli studenti.

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