La didattica: scienza o arte?
Periodicamente ai docenti vengono raccomandate o impartite le stesse teorie pedagogico-didattiche presentate come “nuove” e come “scientifiche”.
Quando noi docenti ci confrontiamo con i pedagogisti, oltre alla taccia di essere reazionari e passatisti ci viene spesso imputato di essere pigri, perché ignoriamo le nuove teorie pedagogiche e didattiche e non vogliamo aggiornarci. Quasi sempre ci viene detto che si tratta di saperi avvalorati dalla scienza e quindi in qualche modo irrefutabili. All’obiezione di buon senso che quelle teorie nuove non sono affatto, e che dopo tanto tempo non sembrano affatto sortire i risultati desiderati, replicano invariabilmente dicendo che non vengono applicate abbastanza o che vengono applicate male.
Spesso, a dir la verità, sembra che i nostri interlocutori non abbiano le idee molto chiare sulla “scienza” e in particolare sulle scienze umane, cui sembrano attribuire i dogmi di una teologia rivelata piuttosto che l’esercizio della libertà e la pratica del dubbio. Ma vorrei far loro notare che quelle teorie anche noi docenti le abbiamo esaminate, studiate, in qualche caso anche sperimentate; il fatto è che non le riteniamo valide né dal punto di vista teorico né da quello pratico – semplicemente perché non funzionano.
Sul fatto poi che siano nuove, col corollario implicito che siano migliori e pertanto debbano necessariamente essere applicate da tutti, propongo un piccolo florilegio dall’introduzione di un testo di pedagogia del 1992, a firma di uno studioso molto influente, da poco scomparso, che fu a lungo preside della facoltà di scienze dell’educazione dell’università di Bologna. I corsivi e le virgolette sono nel testo originale.*
Il presente Manuale di didattica generale intende filmare – ad alta quota – il pianeta della didattica che sempre più risplende di luce propria nel sistema solare dell’educazione […]. Queste nostre pagine scatteranno, quindi, un set di macrofotogrammi sui paesaggi teorici della didattica […]. Apriamo questo manuale con una tesi che sembra indossare inconfutabili abiti di “oggettività”: il secolo che sta per tramontare – il ventesimo – è stato, per quanto concerne il campo dell’educazione, il secolo della pedagogia. Bene. Se spostiamo ora i nostri riflettori interpretativi dentro una futurologica sfera di cristallo, e la interroghiamo sui primati formativi del vicino domani, appare nitida questa profezia: il ventunesimo secolo sarà, con alti indici di probabilità, il secolo della didattica. (p. VII)
[…] occorre oggi assegnare una patente epistemologica “forte” alla didattica mediante la formalizzazione/legittimazione di una sua veste scientifica (una vera e propria scienza della didattica). (p. IX)
[…] La didattica è dotata di un proprio specifico alfabeto, di un linguaggio specialistico che la identifica concettualmente, la fonda epistemologicamente, la progetta e la realizza empiricamente. (p.5)
L’intento dell’autore era quello di fondare e di proporre una didattica come scienza. Il libro in realtà si rivela una raccolta composita, a volte anche interessante, di minuziose nomenclature e tassonomie, esposizioni di argomenti e riflessioni, suggerimenti di metodi e strategie, con una spiccata predilezione per termini e metafore immaginifiche (treni, binari, stazioni, pezzi degli scacchi, dischi rossi e verdi, fotogrammi, zaini, stelle fulgidissime, fiches pedagogiche e tavoli metacognitivi ecc.). Ma da posizioni teoriche di questo tipo si può arrivare al passo – se la didattica dev’essere una scienza e cioè qualcosa di incontestabile – di imporre una determinata e una sola didattica a chi quotidianamente la utilizza come strumento professionale, cioè agli insegnanti che si trovano tutti i giorni in prima linea a confrontarsi con alunni, classi, colleghi e scuole vere e non di carta. In questo humus culturale è fiorita la scuola dei progetti, dei PCTO, delle competenze, delle mille e mille escogitazioni didattiche imposte ai docenti.
Nessun docente vuole rifiutare a priori la pedagogia, nuova o vecchia che sia. Ma ogni docente dimostra che esistono varie e differenti metodologie didattiche, tutte con una validità e un campo di applicazione, non ne esiste una sola che possa pretendere di costituire un modello assoluto e imperativo. E che sta solo nella preparazione, nella professionalità, nell’esperienza di chi insegna decidere – in autonomia e in scienza e coscienza – quale metodo, quali strumenti, quale didattica utilizzare, nella relazione educativa effettiva e non in un accademico iperuranio.
(*) Franco Frabboni, Manuale di didattica generale, Bari, Laterza, 1992; le citazioni sono tratte dall’edizione del 2000.

Non mi stupisce tanto il delirio del testo quanto il fatto che Laterza, che ho sempre considerato un editore competente, permettesse di dare alle stampe pagine simili.
Non parlo del contenuto, ma della folle sequenza di corsivi e virgolette.
Quanto al contenuto, aria fritta travestita da Luna Park.