Interdisciplinarità come vera innovazione per la scuola del futuro
Non c’è pregiudizio verso le novità, se esse sono migliorative. Ma il cuore d’ogni discorso sulla scuola dev’essere la difesa e la promozione dei suoi scopi primari
La scuola tra riformismo e smarrimento
La scuola italiana, da decenni, vive una tensione profonda tra il bisogno di rinnovamento e il rischio di smarrimento identitario. In nome dell’innovazione si sono moltiplicate proposte che, anziché rafforzare la funzione educativa dell’istituzione scolastica, ne hanno minato le fondamenta. Tra queste, hanno assunto un ruolo centrale quelle teorie nuoviste che promuovono il superamento delle discipline, l’abolizione dei voti, la trasformazione del docente in facilitatore e l’adozione generalizzata di metodologie come la flipped classroom e la peer education. Ma è davvero questa la direzione giusta?
La scuola ‘gentiliana’ e la sua caricatura
È consuetudine additare la riforma Gentile (1923) come origine di tutti i mali della scuola italiana. Quella riforma, ispirata all’idealismo crociano, era certamente informata da una visione gerarchica e disciplinare del sapere. Tuttavia è scorretto sostenere che il sistema scolastico sia rimasto immobile da allora. La scuola media unica del 1962, le riforme degli anni ’90, la Buona Scuola del 2015 e le sperimentazioni didattiche degli ultimi decenni ne hanno modificato profondamente l’impianto. Parlare di immobilismo è una semplificazione ideologica.
Ciò che di ‘antico’ permane è semmai, a parere di chi scrive, solo la separazione netta tra le discipline, che rischia di frammentare il sapere e di renderlo sterile. Ma questa separazione netta non è un dogma: è una struttura che può e deve essere superata attraverso un lavoro pedagogico serio e consapevole.
La proposta di Antonello Giannelli: un fraintendimento pericoloso
A questo riguardo Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, auspicava nel convegno del 2018 “La scuola del futuro – Bellezza, efficacia, sicurezza” l’eliminazione delle singole discipline a favore di un approccio tematico. La proposta, sebbene animata da buone intenzioni, rischierebbe di dissolvere la struttura portante dell’educazione. Le discipline non sono ostacoli, bensì strumenti di accesso al sapere, e la loro autonomia è necessaria per costruire percorsi di senso, per contestualizzare storicamente e culturalmente i contenuti, per formare il pensiero critico.
Eliminare le discipline significa rinunciare alla profondità, alla specificità, alla tradizione del sapere. Significa confondere interdisciplinarità con indistinzione, dialogo con dissoluzione.
Interdisciplinarità: l’unica vera innovazione
La sfida non è abolire le discipline, ma superare la loro compartimentazione. L’interdisciplinarità e la transdisciplinarità rappresentano l’unica via per restituire al sapere la sua unità. A partire dalla scuola secondaria di primo grado e in seguito, in maniera crescente, nella scuola secondaria di secondo grado, è possibile costruire percorsi didattici che mettano in dialogo storia, letteratura, scienze, arte, filosofia. Tale prospettiva richiede una progettazione condivisa tra i docenti, oltre che una formazione adeguata; e richiede, evidentemente, anche una maggiore presenza di personale docente per attivare progetti di codocenza, pur rimanendo nell’ambito di una visione pedagogica che non rinunci alla profondità disciplinare.
L’interdisciplinarità non come scorciatoia, ma come percorso esigente
Nel suo saggio Riscoprire l’insegnamento, il filosofo dell’educazione Gert Biesta1 critica duramente l’ideologia dell’apprendimento come esperienza individuale e fluida, distinguendo tra apprendimento e insegnamento e sottolineando che quest’ultimo è un atto intenzionale, etico e relazionale. L’insegnante non è un facilitatore, bensì un testimone del sapere, un maestro che guida, provoca, accompagna. Biesta denuncia il rischio di una scuola che abdichi alla sua funzione formativa in nome della personalizzazione, della libertà, della fluidità. L’interdisciplinarità, in questa prospettiva, non è dispersione, bensì costruzione di senso e conseguentemente frutto di un insegnamento consapevole, non di una dissoluzione delle strutture.
Massimo Recalcati, ne L’ora di lezione2, difende la centralità della trasmissione del sapere. La lezione non è un momento di passività, ma un incontro che può cambiare la vita e il docente è colui che sa, che desidera il sapere e che lo trasmette con passione. Recalcati denuncia la deriva della scuola come luogo di intrattenimento, dove il sapere viene sostituito dalla performance, dalla facilitazione, dalla gestione emotiva. L’interdisciplinarità, per Recalcati, è possibile se si parte da una solida base disciplinare, da una cultura che non rinuncia alla profondità.
Contro le derive nuoviste
Le teorie di Franco Frabboni3, Daniela Novara4, Cristiano Corsini5 e altri costruttivisti post-Bruner hanno introdotto nella scuola una serie di pratiche che, presentandosi come innovative, hanno spesso prodotto effetti deleteri. La loro teorizzazione di un superamento dei voti nella valutazione in itinere, con conseguente proposta (fortunatamente senza seguito a livello normativo!) della loro abolizione nella valutazione sommativa, ha indebolito la responsabilità e la meritocrazia. La trasformazione del docente in facilitatore ha smarrito la funzione educativa.
La flipped classroom e la peer education, se adottate dogmaticamente, riducono la profondità dell’apprendimento. Il buonismo valutativo e l’empatia indulgente, anche in relazione al rispetto delle regole comportamentali, hanno minato la formazione del carattere.
Come afferma spesso Paolo Crepet, ad esempio in una recente intervista pubblicata il 19 giugno del 2025 dal “Quotidiano di Puglia”, “bisogna tornare a bocciare per recuperare il senso del merito” e “una scuola che non boccia ha fallito”: l’educazione richiede anche sanzioni, limiti, responsabilità. L’empatia non può diventare indulgenza, la comprensione non può diventare deresponsabilizzazione.
Il futuro: una scuola che connetta e non dissolva
La scuola del futuro non può rinunciare alla sua missione formativa. L’interdisciplinarità è la chiave per superare la frammentazione del sapere, se poggia su una solida base disciplinare. Serve una scuola che sappia connettere, non dissolvere; che sappia guidare, non assecondare; che sappia formare, non intrattenere6.
Solo così potremo costruire una scuola capace di educare cittadini consapevoli, critici e liberi anche in un mondo che cambia.
Nel solco delle riflessioni precedenti sull’interdisciplinarità come vera innovazione scolastica necessaria, si colloca un intervento concreto che ho avviato come dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo “Federico Torre” di Benevento, dove ho iniziato il primo anno del secondo triennio di dirigenza. La mia azione si è tradotta anche in una revisione profonda della prova orale dell’esame conclusivo del primo ciclo di istruzione, con l’obiettivo di superare pratiche didattiche ritualizzate e poco significative, in favore di un approccio più rigoroso, formativo e coerente con la visione di scuola che promuovo.
Abolizione della “tesina”: una scelta necessaria
La cosiddetta “tesina interdisciplinare”, da anni proposta dagli alunni come introduzione al colloquio orale, non trova alcun fondamento normativo. Si è trasformata, nel tempo, in una “pappardella” mnemonica, spesso priva di reale significato didattico, che riduceva la prova orale a una mera esposizione svuotata di senso critico e di effettiva valutazione degli apprendimenti. Per questo motivo, considerando che essa non è prevista da alcuna disposizione normativa, ho deciso insieme al mio staff di abolirla formalmente, sostituendola con una richiesta chiara e impegnativa: i candidati devono prepararsi sui programmi di tutte le discipline e affrontare un colloquio che ne verifichi la comprensione, la capacità di rielaborazione e, soprattutto, la competenza nel costruire collegamenti interdisciplinari autonomi.
La centralità del fondo storico
Per favorire questi collegamenti ho indicato una base metodologica precisa: partire dalla contestualizzazione storica degli argomenti. Ogni sapere, ogni disciplina, ogni contenuto trova senso se collocato nel tempo e nello spazio della sua manifestazione. La storia diventa così il tessuto connettivo che permette agli studenti di comprendere la genesi, l’evoluzione e le relazioni tra i saperi. Questa impostazione non solo favorisce l’interdisciplinarità, ma restituisce profondità e senso allo studio, superando la frammentazione gentiliana senza dissolvere le discipline.
Una fase transitoria: criticità e prospettive
Durante la fase di rodaggio, lo scorso anno, ho potuto constatare — anche attraverso la mia presenza alle prove orali — che molti docenti non sono più abituati a porre domande che vadano oltre l’argomento “a piacere” del candidato. In pratica, la “tesina” scritta abolita è stata quasi riproposta oralmente, senza supporto scritto ma con la stessa struttura e funzione. Questo dimostra che il cambiamento è ancora in una fase transitoria. La cultura didattica sedimentata non si modifica per decreto, ma attraverso un lavoro paziente di formazione, accompagnamento e riflessione. Per questo motivo, quest’anno intendo proseguire nella direzione intrapresa promuovendo una maggiore consapevolezza tra i docenti e una più chiara strutturazione della prova orale.
Verso una scuola che connette
Il mio intervento professionale al “Federico Torre” si colloca in piena coerenza con le premesse teoriche espresse nella prima parte di questo scritto. Non si tratta di abolire le discipline, ma di renderle capaci di dialogare. Non si tratta di facilitare l’apprendimento, bensì di guidarlo con rigore e passione. Non si tratta di semplificare la scuola, ma di renderla più esigente, più formativa, più vera. La scuola che immagino è una scuola che connette, che interroga, che forma; una scuola dove l’interdisciplinarità non è artificio retorico, bensì pratica viva, fondata sulla storia, sulla cultura e sulla responsabilità educativa.
NOTE
- Gert J. J. Biesta, Riscoprire l’insegnamento, Raffaello Cortina, 2022.
- Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, 2020.
- Franco Frabboni, Povera ma bella. La scuola fabbrica di futuro”, Erickson, 2011.
- Daniele Novara, Cambiare la scuola si può, Rizzoli, 2018.
- Cristiano Corsini, La fabbrica dei voti, Laterza, 2025.
