La falsa empatia che sta logorando la scuola

Nelle scuole italiane cresce una forma di “falsa empatia” che, invece di aiutare i fragili, diventa il pretesto per attaccare docenti competenti e minare l’autorevolezza. Dietro il volto buono si nasconde spesso un risentimento non elaborato, che produce danni profondi al clima educativo, agli studenti e all’intera istituzione scolastica. Questo articolo ne analizza i meccanismi psicologici, filosofici e pedagogici.


Spesso ciò che viene sbandierato come “empatia” non è affatto empatia: è rabbia non riconosciuta che cerca uno sbocco legittimo. La maschera del “prendersi cura dei più deboli” funziona allora come un rifugio morale, una strategia che permette di convogliare un’aggressività repressa verso un bersaglio sostitutivo e che rende l’attacco socialmente accettabile. In altre parole: una forma di aggressività passiva travestita da virtù. Questa dinamica che potrebbe sembrare marginale, oggi, nella scuola italiana, ha assunto dimensioni sistemiche. Sempre più spesso, infatti, assistiamo a figure professionali che hanno un conflitto irrisolto con l’autorità e che per questo provano un risentimento immediato verso quegli insegnanti che incarnano competenza, fermezza, autorevolezza. È un risentimento che non può essere espresso apertamente, perché verrebbe riconosciuto come ostilità o isteria. Serve dunque una copertura morale. E quale maschera funziona meglio dell’empatia? Il loro motto implicito è chiaro:

“Io difendo i fragili. Io sono empatica. Dunque io mi oppongo ai cattivi!”

Peccato che questa dinamica non nasca dall’amore per il fragile, ma dalla possibilità di usarlo come leva etica per colpire altri colleghi (spesso i più competenti, spesso uomini, spesso severi); colpire chi incarna legittimamente l’autorità, dunque, ma senza assumersi la responsabilità di un tale gesto. Il “fragile” diventa il pretesto per colpire il sistema. Il risultato, ovviamente, è paradossale: il più bisognoso non viene realmente aiutato, mentre il clima collegiale si deteriora e si diffonde un moralismo tossico che ostacola proprio chi lavora con serietà e competenza.

La potenza di questo meccanismo sta nel suo carattere inattaccabile. L’empatia è una virtù indiscutibile: chi oserebbe criticarla senza apparire crudele? Così la rabbia rimane nascosta dietro un’aureola di bontà apparente. Nietzsche avrebbe chiamato tutto ciò risentimento: l’impotenza che si traveste da virtù, la debolezza che costruisce una morale in cui attaccare il forte diventa un atto “buono”. La cura del debole diventa allora una forma elegante per giustificare la propria ostilità verso chi possiede competenza, forza, autorevolezza. È la “morale degli schiavi”: un sistema valoriale fondato su rancore, frustrazione e aggressività inibita. Molti insegnanti pseudo-empatici, antiautoritari e “mammine” rientrano perfettamente in questa tipologia antropologico-esistenziale: persone che sentono la necessità di attribuire a questa loro (falsa) empatia il valore di scudo morale.

Freud parlerebbe di formazione reattiva: l’impulso aggressivo e, dunque, moralmente inaccettabile viene mascherato da un comportamento opposto come dolcezza, premura o cura. È un modo socialmente accettato per sublimare la propria rabbia: attaccare i colleghi “in nome degli alunni fragili” permette di sfogare pulsioni senza doverne rispondere. In termini morali si dà sfogo alla propria cattiveria mentre ci si continua a percepire come “buoni” e “giusti”.

Anche Hannah Arendt ci aiuta a capire questo meccanismo: nella banalità del male le buone intenzioni diventano un alibi per non assumersi responsabilità adulte. Nella scuola ciò si traduce nel mantra“io sto con i fragili” che diventa un modo per evitare il conflitto reale e spesso, per evitare il rigore, la disciplina e la competenza.

Carl Jung aggiungerebbe che la moralità più zelante rivela quasi sempre un’ombra non integrata: chi reprime la propria aggressività la proietta all’esterno, vede aggressività negli altri e si costruisce una maschera di bontà proprio per non guardarsi dentro. In questo caso l’empatia diventa il velo che nasconde la parte più oscura di sé e che, non riconosciuta, agisce comunque: sabotando la scuola, minando l’autorità e attaccando i docenti competenti.

È tempo di dirlo con chiarezza: l’empatia di molti insegnanti non è empatia. È rabbia camuffata.

Non proteggono il fragile: lo brandiscono come arma.
Non difendono i deboli: li usano per colpire altri colleghi.
Non lottano per gli studenti: lottano per affermare il proprio orgoglio ferito.

Ed è per questo che i veri insegnanti, quelli preparati, seri, coerenti, sono da anni il bersaglio privilegiato di questo sistema pseudo-empatico alimentato da pedagogisti altrettanto “empatici”. La violenza con cui vengono attaccati i veri insegnanti è spesso sproporzionata, ingiustificata, a tratti quasi patologica. Perché non è critica: è puro sfogo emotivo. È rancore che assume spesso i tratti dell’ideologia pedagogica, ma che in verità non è affatto tutela dei fragili: è una vera e propria guerra all’autorevolezza del ruolo dell’insegnante.

Il prezzo di tutto questo, purtroppo, lo pagano prima gli studenti, poi la scuola e la cultura. E, inevitabilmente, lo pagherà l’intera società. Anzi, lo sta già pagando. Ed è un prezzo che non possiamo più permetterci.

7 Commenti

  1. Si tratta esattamente dello stesso meccanismo messo in atto dai “tifosi”, dai fiancheggiatori dei terroristi palestinesi contro le vere vittime delle azioni terroristiche, e cioè gli israeliani e gli ebrei in generale. Tutti propal, tutti schierati con Hamas, tutti che fanno i buoni col dolore degli altri, senza minimamente comprendere la realtà.

  2. Reputo sia uno degli articoli che presenta una disamina , fra le più eccellenti, che ben si attaglia alla realtà che si vive nelle scuole. Mi sono sentita meno sola, pensando a quanti altri insegnanti, promotori della bellezza della antica e, ormai, morta professione, che di simile ha soltanto il nome che porta immeritatamente, si sentano amareggiati, impotenti e preoccupati per il futuro, previsto volutamente, delle giovani generazioni. L’evoluzione dei pochi provoca fastidio e, per non permettere di rompere il loro adorato equilibrio di compiacenza, viene applicata la legge della punizione con l’isolamento sociale, all’interno del contesto scuola, dai conduttori della morale degli schiavi.

  3. Docenti e Presidi si vantano di essere empatici per accaparrarsi consensi dei genitori di cui temono i ricorsi. Si chiama prostituzione. E sbeffeggiano i docenti che lavorano con dedizione, scienza e coscienza e non si fanno intimidire.

  4. Docenti e Presidi si vantano di essere empatici per accaparrarsi consensi dei genitori di cui temono i ricorsi. Si chiama prostituzione. E sbeffeggiano i docenti che lavorano con dedizione, scienza e coscienza e non si fanno intimidire.

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