La memoria. Una riflessione.

Può esistere apprendimento senza memoria? Una riflessione che va al di là, e più in profondità, della solita contesa tra i fautori e i detrattori dell’ “imparare a memoria” a scuola.

1. Cultura e memoria

Discutere di scuola, di insegnamento, di apprendimento, significa rapportarsi – esplicitamente o meno – al tema della memoria.

Se ne sentono tante, oggi, sull’insegnamento: ma rimane che insegnare è anche trasmettere conoscenze, quindi apprendere è anche trattenere le conoscenze dopo la loro trasmissione. La memoria è il trattenimento dei contenuti e delle conoscenze delle più svariate discipline: trattenerle è impedire che fuggano via, che vadano disperse, dimenticate. E se funzione di una cultura (intesa in senso antropologico) è quella di trasmettere il patrimonio di conoscenze di un gruppo umano, dal piccolo villaggio alla grande civiltà, affinché non vada perduto, la medesima cultura, nell’edificare le istituzioni deputate alla trasmissione e al mantenimento dei saperi, deve necessariamente riconoscere un ruolo importante alla memoria. La memoria, quindi, dovrebbe occupare una posizione centrale in tutte le questioni del dibattito sulla scuola, sull’insegnamento e sull’apprendimento.

Prima dell’avvento della cultura scritta, l’uomo tratteneva il sapere con il solo uso della sua memoria, ed era in grado di trasmettere in forma orale e quasi perfetta una quantità impressionante di dati. È cosa nota, infatti, quanto le antiche culture orali avessero una memoria molto più potente delle culture scritte subentrate successivamente. Questo perché la parola viva, impegnando direttamente il canale acustico, è connotata da un aspetto dinamico che attiva nel ricevente una parte maggiore della mente (dell’anima, se preferite), e nella fattispecie anche gli strati emotivi e irrazionali che si trovano nel subcosciente. La parola scritta, invece, è priva di quelle ‘zampine’ e manca di quel naturale aspetto dinamico che ogni forma comunicativa orale è in grado di generare. La Scuola di Palo Alto (California) ritiene che un testo scritto veicoli soltanto il 7% del significato totale del messaggio, mentre la forma orale ne veicoli il 38%. Nel caso in cui venga attivato contemporaneamente anche il canale visivo, questo assume un peso di ben il 55% della totalità di senso del messaggio complessivo (nel canale visivo rientrano l’immagine, la situazione spazio-contestuale, i gesti, persino gli abiti di colui che emette il messaggio).

La superiorità assoluta in quest’ambito della cultura orale ci insegna innanzitutto a rivalutare l’importanza della memoria, e secondariamente a riflettere sulle modalità impiegate per costruire efficacemente il ricordo di lungo termine.

2. Apprendimento e memoria

La memoria umana ha potenzialità molto più elevate di quanto comunemente si immagini. Di per sé, non occupando uno spazio ‘fisico’, non ha virtualmente limiti. Siamo in grado di memorizzare dati praticamente all’infinito: questo, oltre ad essere cosa nota nelle antiche culture orali, è anche stato dimostrato dai moderni studi di psicologia generale e cognitiva. Ciò significa, dal punto di vista evolutivo, che la memoria deve rivestire una funzione importante per la specie umana. A differenza dell’animale, che non ha sviluppato la neocorteccia, l’uomo ‘ha costruito’ una coscienza e funzioni cognitive superiori tra le quali la memoria. La memoria, in poche parole, ci serve. Perché l’apprendimento è fatto di memoria.

Ciò ovviamente non significa che l’elaborazione dei dati venga esclusa: significa che, una volta che i dati siano stati sufficientemente elaborati, la memoria si affaccia in tutta la sua importanza. La memoria è ciò che resta dopo aver concluso l’elaborazione. Una volta che un dato argomento è stato studiato ed elaborato abbastanza, semplicemente lo si ricorda. Una volta che ho sufficientemente compreso qualcosa, ricorderò il senso di questa comprensione come un dato mnemonico e cognitivo a tutti gli effetti. In definitiva la memoria diventa centrale nel tema dell’apprendimento poiché, a stabilire se si è appreso o meno, sarà sempre e comunque una specifica richiesta suscettibile di attivare la memoria.

3. Come funziona la memoria

Esaminiamo alcuni aspetti dell’apprendimento al fine di comprendere meglio il funzionamento della memoria. Innanzitutto va operata la distinzione tra memoria di breve termine e memoria di lungo termine.

La memoria di breve termine è la memoria di lavoro, quella che ci permette di operare ‘in tempo reale’ senza fatica. È quella che ci fa ricordare il nome di un paese scorto su di un cartello stradale per pochi secondi. Funziona in modo automatico, ma ha capacità e durata limitate: si ricordano, in modo spontaneo, quantità limitate di dati, che a loro volta svaniscono in breve tempo.

Nel caso in cui, invece, le informazioni siano opportunamente trattate, elaborate, ripetute, ripassate, esse diventano suscettibili di essere trasferite nel registro di lungo termine. Questo non presenta limite né di quantità né di durata. È questa la vera memoria, che realizza il vero apprendimento, poiché è a questo serbatoio di lungo termine che si attinge per richiamare i dati nel momento in cui ci vengono richiesti o ci servono per effettuare qualsiasi operazione. La memoria di lungo termine, quindi, è ‘la memoria illimitata in termini di quantità e durata contenente dati suscettibili di essere richiamati in qualsiasi momento per qualsiasi necessità’.

Se un dato è stato ben immagazzinato, lo si può ricordare alla perfezione anche a distanza di molti anni. Se si studia bene, si può memorizzare un’enorme quantità di dati con grande precisione, e si possono ricordare bene quei dati a distanza di anni. A volte sarà necessario effettuare un richiamo (in termini scolastici, un ripasso); ma i dati che sono stati ben memorizzati non possono svanire e potranno sempre essere richiamati con un impegno relativamente modesto. Va da sé che se, invece, non avrò memorizzato i dati in maniera sufficientemente completa, questi stessi dati, oltre a non poter essere richiamati prontamente in futuro, prima o poi andranno del tutto perduti.

È questo il vero scopo della trasmissione dei saperi di una civiltà. Se trasmettessimo i dati soltanto per un tempo definito, avremmo semplicemente fallito l’obiettivo di conservare il nostro patrimonio culturale affinché non vada perduto. Trasmettere dati per un tempo limitato equivale a perdere quegli stessi dati alla conclusione di quel tempo. Ne deriva che una memoria temporanea, limitata, è quasi una contraddizione in termini.

E dunque: una volta che una civiltà abbia dichiarato preziosi determinati saperi disciplinari, una volta che questi siano stati definiti dei veri e propri ‘tesori’ la cui custodia diventa una priorità assoluta, allora essa cercherà di trasmetterli con il fine di conservarli per sempre, con cura, senza danneggiarli. E questa trasmissione sarà considerata in sé un valore imprescindibile ed elevato.

4. Memoria e scuola

Ma in che modo una civiltà trasmette i dati e i contenuti delle discipline? I dati si conservano e si trasmettono mediante supporti fisici, quindi libri, biblioteche, adesso anche dispositivi digitali. Ma anche mediante i docenti nelle scuole e nelle università. L’intero sistema di istruzione e tutti coloro che vi prestano servizio, dalla scuola elementare all’università, ha un ruolo decisivo in questa trasmissione, che non riguarda solo i singoli individui e la loro istruzione e crescita personale, ma appunto l’intera cultura di cui essi fanno parte (sempre che essi vogliano continuare a farne parte).

Ed è proprio sulla scuola che è necessario porsi una domanda: siamo sicuri che le strategie operative attualmente applicate siano adatte alla corretta e completa memorizzazione dei contenuti disciplinari?

Consideriamo innanzitutto i libri di testo, che sono il principale supporto dell’allievo. Ci siamo accorti dei cambiamenti che negli ultimi anni hanno subito? Ci siamo resi conto di quanto attestino un costante declino verso una qualità peggiore? Tanti docenti, delle più svariate discipline, possono testimoniare che i testi adottati nelle scuole secondarie vengono continuamente rivisti dalle case editrici in versioni ridimensionate e qualitativamente peggiorate: dove con “testi” ci riferiamo non solo al libro nella sua globalità, ma specificamente alla sua parte verbale, a quello che vi si legge. Spesso interi passaggi risultano drasticamente riassunti, a scapito della chiarezza e della completezza, o mancanti, e il docente che non se li ritrova più è costretto a integrare e supportare quel libro con testi più vecchi (l’innovazione non è sempre un bene). I docenti si adeguano spesso a questo declino, e sempre più frequentemente scelgono i testi da adottare basandosi su quanto essi sembrano “accattivanti”: il che quasi inevitabilmente significa libri con più figure e meno testo, più facili, insomma libri più poveri.

In definitiva i testi scolastici si sono progressivamente trasformati da descrittivi e analitici a meramente descrittivi: una perdita enorme. Ne risultano sacrificati il concetto, la definizione, il rigore (non era Lucio Russo che parlava di “de-concettualizzazione”?). Ma ciò incide anche sulla memoria, perché la memorizzazione di un argomento che non sia stato ben definito e concettualizzato è molto più difficile. La pagina accattivante e la figura colorata possono al massimo stimolare la primissima attenzione dello studente, il suo ‘volgersi a qualcosa’ che deve confluire nella memoria di breve termine. Ma una volta superato il primo step dell’attenzione, tutta questa sovrabbondanza iconica non aiuta affatto la memorizzazione, anzi interferisce con essa producendo piuttosto una distrazione. D’altro canto neppure l’eccesso di discorsività, la prolissità, la ridondanza dei discorsi, quel tipico periodare che con l’intento di semplificarli “gira attorno” ai contenuti anziché affrontarli con decisione per quello che sono – stiamo parlando di un’altra caratteristica dei testi scolastici odierni – favorisce la memorizzazione. Il complesso lavoro di memorizzazione infatti richiede elaborazione paziente e ripetuta, ripasso, superamento dello scoglio linguistico, e l’enfasi sul dato figurato interrompe necessariamente la qualità di questo processo di memorizzazione.

Ma a danneggiare il processo di memorizzazione sono anche tutte le infinite interferenze con lo studio, l’eccesso di stimoli, a cominciare dall’uso e abuso del telefono. Spesso si dice che i giovani di oggi siano cambiati. Non è vero. Quello che è cambiato è il mondo in cui sono inseriti, la scuola che forniamo loro, un ‘servizio’ di qualità scadente caratterizzato da ipertrofici diritti e scarsi doveri che a poco servono per quanto concerne la qualità dello studio e la serietà della memorizzazione.

Le didattiche buro-pseudo-pedagogiche oggi in voga, che cosa propongono? Innanzitutto il “coinvolgimento”. Ebbene la dinamica del coinvolgimento non è altro che la somministrazione di stimoli in grado di attivare la sfera emotiva, la quale non coincide (per fortuna) col piano logico-razionale della coscienza. Non possiamo quindi condividere la tesi per la quale l’attivazione della sfera emotiva faccia bene ai processi di memorizzazione. Anzi, non fa bene affatto! La memorizzazione è un processo razionale. Se la sedimentazione e la stratificazione del sapere richiedono non l’attenzione iniziale ma la concentrazione prolungata, non la breve enfasi emotiva ma il lungo e paziente lavoro di elaborazione e trattamento dei dati, l’emozione rischia di interrompere questi processi e bloccarne l’attivazione.

Oggi le emozioni vanno molto di moda a scuola. Addirittura viene attivato un numero enorme di “progetti sulle emozioni”. Questo, oltre ad aver creato molta confusione su che cosa sia un insegnamento efficace, ha danneggiato la mentalità stessa dell’insegnamento, la corretta idea di che cosa debba giustamente fare a scuola il docente. Il risultato è che molti docenti, genitori e studenti si sono assuefatti all’idea che coinvolgere emotivamente l’allievo sia una cosa sacrosanta e sempre utile; mentre, a ben pensarci, tale processo può anche danneggiare l’apprendimento (e pure, ma questo è un altro discorso, prestarsi a una vera e propria manipolazione). L’emozione è di breve durata, è temporanea; la sedimentazione del sapere, che punta alla costruzione della memoria, dev’essere duratura e stabile.Le due istanze, pur essendo entrambe utili sotto certi rispetti, sono tra loro confliggenti. Infatti gli studiosi di psicologia dinamica sanno benissimo che l’emozione stanca, mentre l’attività cognitiva di per sé non stanca. Perché questo? Perché l’emozione ha origine in una ‘regione’ molto più vicina alla componente fisiologica dell’uomo, mentre il pensiero e di conseguenza la memoria sono attività più distaccate dalla fisiologia. Un’enfasi continua sulle emozioni non fa bene all’apprendimento.

5. Rimettere al centro la ragione

E allora invece di continuare a insistere sul ‘mettere al centro’ le emozioni degli studenti (pardon, del singolo studente, anzi “della singola studentessa e studente” come oggi si deve dire), sarebbe assai meglio focalizzarsi di più sulla qualità dei processi cognitivi. E comprendere che un’attività cognitiva corretta e disciplinata non solo non stanca, ma restituisce quella particolarissima soddisfazione che si prova quando si riesce a ricordare bene le cose, a esporle in modo completo e chiaro, con un linguaggio formale bello ed elegante (anche l’apprendimento di un buon linguaggio richiede memoria!). In questo caso lo studio diviene virtù, come ben sapevano i Greci. Analizzando la definizione aristotelica di virtù: “la virtù è uno stato abituale che produce scelte, consistente in una medietà rispetto a noi, determinato razionalmente, come verrebbe a determinarlo l’uomo saggio, medietà tra due mali, l’uno secondo l’eccesso e l’altro secondo il difetto” (Etica Nicomachea, II, 6 1107a) si può vedere quanto l’enfasi venga posta sulla stabilità (lo “stato abituale”, che si conquista con l’esercizio ripetuto e quindi con la memoria) e sulla capacità della parte razionale dell’anima di crearla (“determinato razionalmente”). In definitiva, per diventare virtuosi, ogni istanza più o meno istintiva e irrazionale dovrebbe essere dominata e controllata dalla razionalità, non viceversa. E per ottenere questo è assolutamente necessario ridimensionare l’eccessivo peso che nella scuola di oggi è stato erroneamente attribuito alle emozioni e al coinvolgimento.

La stabilità è il connotato principe della memoria. Tale stabilità può essere acquisita soltanto a patto di esercitare prioritariamente e ripetutamente la razionalità rispetto alle emozioni. Così si costruisce il buon ricordo, così si fissa il ricordo qualitativamente eccellente, il nostro ‘tesoro’. Quando si dice dogmaticamente“non devi studiare a memoria, ma devi imparare a ragionare”, di fatto non si sta rendendo un buon servigio all’apprendimento, perché si sta screditando una sua componente fondamentale e necessaria. Si sta screditando uno dei beni più preziosi che l’essere umano possegga. Sarebbe bene… ricordarcelo più spesso. E ricordarlo anche agli altri, in particolare a tutti coloro che si occupano di scuola.

Dario Roman
Ha insegnato sociologia, psicologia, storia della pedagogia, teorie e tecniche della comunicazione. Attualmente è docente di filosofia nei licei, e interviene pubblicamente su temi di filosofia, storia, arte, esoterismo.
Laureato in Sociologia all’Università di Trento (2000) e in Filosofia teoretica all’Università Ca’ Foscari Venezia (2015), dal 2010 è cultore, studioso e ricercatore nel campo della metafisica orientale, delle categorie dell’Essere, dei simboli e dell’esoterismo.
Con il suo trattato Uno sguardo dall’alto (Aracne 2015), che raccoglie le sue riflessioni nel campo della metafisica e della modernità, il suo Prospettive (Aracne 2019), miscellanea di alcune brevi analisi di filosofia, arte e metafisica, e il suo Terramater (EtaBeta 2026), approfondita indagine sulla natura, sulle proprietà e sul comportamento della «materia», ha iniziato a dar prova dell’accuratezza delle sue analisi e della capacità di comunicarle. Osservatore attento dei molteplici aspetti della decadenza dell’età moderna, e conseguentemente del declino dell’attuale sistema d’istruzione, dal 2025 è sostenitore dei princìpi de IL GESSETTO, e a favore di una seria rivalutazione di un’istruzione di qualità e dei valori legati ad una corretta trasmissione dei saperi. A tal fine contribuisce all’attività del comitato con alcune analisi destinate alla pubblicazione nel relativo blog.

Un commento

  1. Ovviamente sono d’accordissimo. Faccio solo una piccola precisazione, mi è capitato di dire ai miei alunni: “non studiate a memoria, senza prima avere CAPITO”. Quando mi riportavano delle filastrocche imparate malamente e meccanicamente a memoria e che naturalmente dimenticavano istantaneamente appena finita l’interrogazione. Ma credo che ci siamo capiti.

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