La soggettività al comando

Siamo sicuri che quello che la scuola – almeno secondo alcuni – intende preparare sia un futuro sostenibile?

Ho letto con acuto sgomento, e insieme con stupore, il commento di questa collega, cui un genitore (culturalmente fradicio degli umori diffusi da una pessima psicopedagogia, e forse anche vittima dell’ipersensibilità ubiquitaria alla riservatezza) pare abbia detto che il quaderno della figlia è “una cosa personale”, contestando le correzioni, o forse lo stesso intervento didattico dell’insegnante sul materiale privato dell’allieva.

Sono piccoli segni questi, che rivelano l’esistenza di un intero universo parallelo al nostro: e insieme ammazzano ogni speranza che si vada verso un futuro migliore dell’epoca che viviamo. Ciò dovrebbe essere un problema soprattutto per quei genitori troppo protettivi, tanto innamorati del benessere dei figli da passare il proprio tempo ad alzare muri e steccati attorno a loro, per preservarli dagli effetti di ogni esperienza di realtà. Ma quei genitori protettivi sono davvero persuasi di poter garantire ai figli, col proprio fare intrigante, la felicità terrena, a costo di dannarsi l’anima.

Concediamolo pure: il quaderno è una cosa personale. Tuttavia anche il femore e un dente molare sono cose personali; eppure nessun genitore che non sia decotto avrebbe l’ardire di contestare l’intervento riparativo del chirurgo o del dentista dicendo loro che il femore rotto e il dente cariato sono “cose personali”, cose su cui non si deve intervenire per non violare l’intimità del pargolo.

Qui c’è in ballo qualcosa di molto diverso rispetto alla salute del corpo. Decenni di porcherie pseudo-culturali hanno messo nella testa di milioni di individui (non solo genitori) l’idea secondo cui la libera espressività del bambino andrebbe coltivata senza interferenze adulte, poiché esse offenderebbero quella bontà, quella spontaneità primigenie che invece abbiamo l’obbligo di proteggere; l’idea secondo cui le correzioni degli insegnanti, che un tempo erano sano esercizio di virtù intellettuale, non sarebbero che brutali invasioni della soggettività del bambino, una soggettività morbosa che va allevata rispettandone religiosamente la dimensione creativa, poietica, produttiva. Si tratta di una creatività ego-riferita, cioè ritagliata su misura del bambino stesso, divenuto misura di tutte le cose che esistono e destinato a non crescere mai.

Rousseau se la ride alla grande, per questa vittoria sul lungo periodo.

Muore poco a poco la pratica della correzione, contestata in mille salse e con mille dispositivi; muoiono gli standard culturali; muore la scuola capace di attestare ciò che si sa davvero, affidandosi ad una oggettività umanistica, senza tentazioni scientiste; morirà presto o tardi il valore legale del titolo di studio.

Ascende potentemente la soggettività, che raggiungerà il proprio zenith dentro una scuola fatta di tante solitudini isolate, di ignoranze rispettate, nella quale ognuno cuocerà dentro al proprio triste brodo.

E fuori dalla scuola, che sarà di queste assolute, desolanti soggettività?

Sono visioni terribili.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *