I fannulloni della finta inclusione
L’inclusione è diventata la parola più usata, e forse più abusata, della scuola italiana. Ma cosa succede quando un principio giusto viene trasformato in alibi? Questo articolo prova a smascherare una delle forme più diffuse di ipocrisia educativa.
C’è una figura sempre più diffusa nella scuola italiana. Non alza mai la voce. Non assegna troppi compiti. Non pretende molto. Non corregge quasi nulla. Non studia, non approfondisce, non si aggiorna, non prepara lezioni particolarmente curate. Però ha sempre pronta la parola magica: inclusione. È il docente che ha trasformato un principio sacrosanto in un lasciapassare universale per la mediocrità. L’inclusione autentica è infatti un valore importante, che va conquistato prima ancora che difeso. Nessuna persona seria potrebbe negarlo. Il problema nasce quando smette di essere un obiettivo educativo e diventa un alibi professionale oltre che una maschera morale.
«Non si può essere troppo esigenti.»
«Bisogna tenere conto delle fragilità.»
«Non possiamo mettere in difficoltà gli studenti.»
«L’importante è farli sentire accolti.»
Frasi apparentemente nobili che, in alcuni casi, nascondono una verità molto meno edificante: “non ho voglia di lavorare abbastanza per insegnare davvero“. Perché insegnare sul serio richiede tempo, energie, studio, preparazione, correzioni, confronto, rigore. È molto più semplice abbassare l’asticella e chiamare questa rinuncia “didattica inclusiva”.
Nella scuola di oggi, quella che si autodefinisce inclusiva e “delle competenze”, si diffonde una forma di pigrizia particolarmente insidiosa: quella che si traveste da virtù. Il docente apertamente svogliato è almeno riconoscibile. Quello che si ammanta di buoni principi è molto più difficile da smascherare. Si presenta come comprensivo, empatico, accogliente. In realtà confonde sistematicamente inclusione con semplificazione indiscriminata, comprensione con indulgenza, rispetto con assenza di richieste, sostegno con deresponsabilizzazione, valutazione formativa con promozione automatica.
Il risultato è una scuola in cui si chiede sempre meno e questo abbassamento viene celebrato come progresso pedagogico. Il vantaggio di questo approccio è evidente: consente di sottrarsi a qualsiasi critica. Se fai notare che uno studente non sa scrivere, sei “selettivo”. Se sottolinei che non conosce i contenuti essenziali, sei “non inclusivo”.
Se pretendi impegno e responsabilità, diventi rigido, antiquato, insensibile. Così l’inclusione diventa insieme uno scudo per proteggere l’inerzia e una clava per colpire chi lavora con serietà.
Ma l’inclusione autentica non consiste nel fingere che tutti abbiano raggiunto gli obiettivi. Consiste nel mettere ogni studente nelle condizioni di crescere davvero. E per farlo servono competenza disciplinare, preparazione didattica, tempo, pazienza, rigore, coraggio. Serve, soprattutto, la volontà di non mentire agli studenti. Perché dire a un ragazzo che “va tutto bene” quando non possiede né le conoscenze né le competenze necessarie non è inclusione. È abbandono mascherato da gentilezza.
Diciamolo chiaramente: il vero inclusivo è il docente che insegna, non quello che promuove senza insegnare. La scuola italiana, invece, è sempre più piena di adulti che, per sentirsi buoni, rinunciano a essere onesti. Promuovono senza basi, semplificano all’infinito, evitano il conflitto e poi si autoproclamano campioni dell’inclusione. Ma il prezzo lo pagano gli studenti, soprattutto i più fragili. Perché chi parte svantaggiato ha ancora più bisogno di docenti preparati, esigenti e seri. Non di adulti che, per quieto vivere, scambiano la compassione con l’assenza di insegnamento. La loro non è compassione. È crudeltà travestita da buonismo.
Dietro certi discorsi zuccherosi non c’è una pedagogia innovativa. C’è qualcosa di molto più ordinario: la fatica evitata. L’inclusione, ridotta a slogan, diventa così il modo più elegante per dire:“Non pretendo molto da te, perché non pretendo molto nemmeno da me.”
La vera inclusione non consiste nell’eliminare gli ostacoli fino a cancellare il percorso.
Consiste nell’accompagnare ciascuno a superarli. Richiede più lavoro, non meno.
Più professionalità, non meno. Più responsabilità, non meno. Tutto il resto è retorica.
E spesso, una retorica molto comoda. Perché non c’è niente di più facile che sembrare buoni quando si è semplicemente poco disposti a fare bene e seriamente il proprio mestiere.

Sono perfettamente d’accordo…Nella mia carriera d’insegnante curricolare solo una/due volte ho avuto un docente di sostegno che meritava lo stipendio mensile…per la maggiore non fanno nulla,a volte nemmeno prendono appunti…Mi chiedo come il ministro dell’istruzione può permettere tutto questo e perché non si differenzino gli stipendi…altro che meritocrazia…per non parlare di quelli di potenziato….che hanno anche il coraggio di dire :è una pacchia….e io, madre, insegnante di lettere, moglie, figlia…non ho il tempo nemmeno di gestire serenamente le mie occupazioni familiari…
È una china che iniziò piano piano dopo gli anni 70. Molti di noi si adeguarono per paraculaggine, così agli scrutini erano sempre discussioni. Dopo che i miei allievi andavano alle superiori, il giugno successivo andavo a leggere i tabelloni per fare i riscontri con i nostri livelli di uscita. Le mie valutazioni erano sempre confermate.
Vero. Io docente di musica solo da poco ho iniziato la battaglia drl “ti metto 6 perché lo meriti davvero” e non perché hai un pdp che mi fa fare meno fatica nello spiegarti con dolcezza e competenza perché è difficile leggere uno spartito. Ci metto più tempo ma quando vedo il sorriso mi vergogno di non averlo fatto prima per tutti. Fanculo il pdp.
Il docente non può trasformarsi nel precettore pubblico di ogni suo singolo alunno. Non può neanche portare miracolosamente alunni meno dotati al livello dei più bravi, per giunta senza farli faticare. Quello che si è visto sinora è stato un livellamento verso il basso. Che è diventato emergenza nazionale, anche se si ha paura di dirlo apertis verbis.
Su questo punto occorre essere chiari e necessariamente duri. Devono prevalere gli interessi della collettività e del Bene comune, anche se questo può -parzialmente e/o momentaneamente- penalizzare qualcuno in qualcosa. Oggi la Scuola non è l’unica erogatrice di informazioni e deve concentrarsi su una serie di acquisizioni cognitive fondanti (“Grund”), sia dianoetiche che noetiche. Quindi si deve puntare a erogare e a verificare seriamente, secondo il merito, un patrimonio disciplinare ragionevolmente comune. Questa esigenza non ha un colore politico: è puro buon senso.
Come è sempre successo fino a qualche lustro fa, ci saranno quelli più bravi e interessati in una disciplina e quelli più bravi e interessati in un’altra. Ci saranno anche quelli più bravi e quelli meno bravi in assoluto, quelli più veloci e quelli più lenti, quelli più portati allo studio e altri che cambieranno genere di studi oppure, esaurito l’obbligo (che andrà necessariamente elevato) andranno a lavorare.
Qualche genio, così come in passato, sfuggirà alla rete scolastica e insieme a qualche “naif” e a qualche artista, avrà modo di esplodere in futuro e di comporre canzoni come quella dei Pink Floyd. Insomma, ci saranno anche dei prezzi da pagare ma la Scuola tornerà a funzionare, nell’interesse di tutti.
E aggiungo che da quando sono entrati nella scuola docenti di sostegno laureati in psicologia, la situazione è peggiorata ulteriormente… purché tali docenti non hanno le competenze disciplinari per aiutare i ragazzi… mettono solo scuse e giustificazioni… la scuola italiana è diventata un lazzaretto… ci sono più docenti di sostegno che insegnanti disciplinari… è il vero non incluso è colui che studia e fa il proprio dovere