Un esame migliore
Qualche impressione sul nuovo colloquio all’esame di Stato. Una maggiore sobrietà; e soprattutto la fine dell’artificiosità di molti collegamenti interdisciplinari.
Dopo i primi giorni degli Esami di Stato 2026, una prima impressione sembra ormai consolidarsi: il nuovo colloquio appare più convincente del precedente. Non si tratta soltanto di una diversa organizzazione dell’esame, ma di un diverso modo di concepire la valutazione.
Per molti anni il colloquio è stato dominato dal rituale dei cosiddetti collegamenti interdisciplinari. Un’espressione suggestiva, certamente, ma che nella pratica si è spesso tradotta in un esercizio di abilità: saltare di palo in frasca più che di autentica riflessione culturale. Era sufficiente un’immagine, una parola o un oggetto per avviare una sequenza pressoché obbligata e insulsa: da una fotografia a Pirandello, da Pirandello alla crisi del Novecento, dalla crisi all’effetto Joule, all’inglese, fino all’educazione civica. Non perché tali connessioni fossero necessarie o illuminanti, ma perché il formato dell’esame richiedeva, quasi per principio, di attraversare tutte le discipline mediante un qualche artificio associativo, spesso davvero imbarazzante.
L’esito era spesso prevedibile. I collegamenti risultavano costruiti a tavolino, talvolta deboli, altre volte forzati, non di rado perfino involontariamente caricaturali. Più che accertare la solidità delle conoscenze, si finiva per assistere impotenti alla costruzione di narrazioni nelle quali ogni argomento toccato aveva il solo compito di introdurre quello successivo.
L’interdisciplinarità autentica, tuttavia, è altra cosa e non si può certo sviluppare tra sei discipline in un colloquio di pochi minuti che parte da una foto. Nasce quando un problema richiede realmente il concorso di prospettive differenti (che occorre conoscere profondamente); non quando si pretende di dimostrare che ogni argomento possa condurre indistintamente a qualsiasi altro. Se tutto è collegabile con tutto, il collegamento perde il suo valore conoscitivo e si riduce a un espediente formale.
La nuova impostazione rompe finalmente questo schema. E lo fa, anzitutto, restituendo centralità a ciò che dovrebbe caratterizzare ogni esame: la possibilità di interrogare davvero (“Presidente, posso davvero fare delle domande di storia? Sì, lo può fare!”).
Il colloquio si apre con uno spazio dedicato alla presentazione del candidato. È una scelta semplice, ma significativa. La commissione viene posta nelle condizioni di conoscere il percorso dello studente, le esperienze o gli interessi coltivati, ma soprattutto di ascoltarlo nel suo incedere argomentativo e nell’uso della lingua italiana. Prima di valutare, ascolta; prima di interrogare, comprende chi ha di fronte.
Successivamente si entra nel merito delle discipline. Non più sei, ma quattro. Una riduzione soltanto apparente, che si traduce in un sensibile incremento della qualità della valutazione. Con un numero più contenuto di discipline, il tempo torna a essere una risorsa. Diventa possibile approfondire, chiedere chiarimenti, verificare il ragionamento, osservare come il candidato costruisca un’argomentazione, affronti un problema, giustifichi una scelta. In altre parole, si valuta ciò che realmente conosce e sa fare, anziché la sua abilità nel passare con rapidità da un argomento all’altro.
In questa stessa direzione si potrebbe auspicare un’ulteriore semplificazione, non meno significativa sul piano culturale. Un ritorno, nella prima prova scritta, a una forma di tema argomentativo di lingua italiana, articolato a partire da una scelta ristretta e ragionata di quattro tracce, essenziali e ben calibrate, riportate su una sola paginetta. Una prova che rimetta al centro la costruzione del pensiero, senza la mediazione di decine e decine di pagine di materiali preconfezionati, fotocopiati in eccesso e poi scopiazzati a pezzi. Una mole documentaria che, oltre a gravare inutilmente sul piano ecologico, finisce per trasformarsi in un’occasione di riproduzione di idee e citazioni già pronte, più che in un banco di prova delle effettive capacità espressive, critiche e argomentative dello studente.
Il paradosso del modello precedente era evidente: più discipline significavano inevitabilmente meno approfondimento. Nel tentativo di toccare tutto, si finiva spesso per verificare poco o nulla. Il colloquio assumeva così la forma di una procedura, una successione di rapidi cenni, nella quale erano frequentemente gli stessi candidati a orientare il percorso verso i temi più familiari, triti e ritriti.
Il nuovo esame appare invece più sobrio, più lineare e, proprio per questo, più serio. Rinuncia all’effetto spettacolare(!) dei collegamenti universali e recupera la funzione propria di un esame: conoscere uno studente, comprenderne il percorso e accertare con equilibrio ciò che ha realmente appreso.
Forse è questa la novità più importante. L’esame di maturità smette di essere una prova di destrezza associativa e viene ad essere ciò che dovrebbe sempre essere: un dialogo sul sapere, sulle competenze e sulla crescita intellettuale della persona. Potrebbe essere molto di più. Ma intanto dal 2026 è meglio del passato.

Devo dire che nelle linee generali sono d’accordo. Ci sarebbe molto da cambiare però. Innanzitutto evitare la sciagurata decisione di comunicare a febbraio quali saranno le materie. Dopo di che finirla di gonfiare i voti e assegnare a destra e a manca con la ridicola farsa degli interni che più il presidente vincono tre a due sugli esterni che provano ad attenersi a una minima parvenza di oggettività. Potrei continuare ma mi fermo qui.
Molto d’accordo su tutto, a partire dal giudizio complessivo sul vecchio esame ( assurdo, artificioso, pretenziosamente ridicolo: nocivo, aggiungerei) e in particolare sul primo scritto. E tuttavia rimane il problema delle materie escluse dalla quartina d’esame che rischiano di essere trascurate del tutto negli ultimi mesi dell’anno.