Contro la “neurodiversità”
“Il movimento [per la neurodiversità] ha buone intenzioni, ma privilegia le persone con autismo ad alto funzionamento e trascura coloro che lottano con forme gravi di autismo”.
Non potei fare a meno di sentirmi un po’ in ansia prima dell’incontro con Thomas Clements. Questo trentenne britannico ha quella che una volta veniva chiamata sindrome di Asperger e si descrive come “leggermente autistico”. Prima del nostro incontro a Londra avevo avuto poche occasioni di interagire da vicino con persone autistiche, quindi mi chiedevo come comportarmi e come avrebbe reagito alle mie azioni. Mi avrebbe guardato negli occhi? Avrei dovuto provare a stringergli la mano?
Nonostante la mia apprensione, l’incontro è andato bene. Clements si confonde moltissimo in mezzo alla gente e tende a evitare situazioni del genere, ma non ha problemi con le interazioni individuali. Ci siamo incontrati nel West End, abbiamo pranzato con pollo katsu al curry e poi abbiamo fatto una passeggiata nella vicina Chinatown, la sua zona preferita della città.
È apparso subito evidente che Clements è straordinariamente dotato. Come la maggior parte delle persone con autismo “ad alto funzionamento”, si lascia ossessionare da pochi argomenti e gode a immergersi completamente in essi. Ho scoperto che è profondamente affascinato dalla Cina e dal Giappone e che ha vissuto in entrambi i paesi, dove ha lavorato come insegnante di inglese. (Ha detto di essersi sentito più a suo agio e “accettato” in entrambi i paesi che nel Regno Unito, perché essere straniero spesso “mascherava” le stranezze comportamentali per le quali normalmente verrebbe rimproverato). Mentre passeggiavamo per Chinatown, parlava un mandarino e un cantonese che sembravano fluenti, per ordinare prima un paio di panini al vapore con carne di maiale da un venditore ambulante e poi due bottigliette di liquore cinese in un supermercato.
Oltre alle sue doti linguistiche, Clements possiede una conoscenza approfondita del cinema d’autore e dell’hip hop americano, britannico e cinese. Le sue eccezionali capacità sono indubbiamente legate al suo essere, come lui stesso afferma, un “Aspie”, ma non considera l’autismo un dono. Per Clements, l’autismo rende la vita quotidiana più difficile. È qualcosa di cui farebbe volentieri a meno.
«Non so bene cosa siano i segnali sociali e non ho idea di cosa intendano le persone con “linguaggio del corpo”», mi ha detto. «Detesto le chiacchiere superficiali, quindi ho offeso molte persone senza nemmeno rendermene conto. Le conversazioni con me sono solitamente a senso unico, perché tendo a indirizzarle verso gli argomenti che mi interessano e a sovraccaricare gli altri di informazioni senza considerare il loro livello di interesse, ma sto imparando a moderarmi.»
Di conseguenza, per Clements costruire e mantenere relazioni è estremamente difficile, e trovare una ragazza è ancora più complicato: per gli uomini autistici come lui, “le opportunità di fare sesso con qualcuno sono scarse, e le possibilità di trovare una partner sessuale a lungo termine sono ancora più esigue”, ha affermato.
Clements vive in modo indipendente in una casa condivisa vicino a Cambridge e si guadagna da vivere come traduttore dal tedesco all’inglese; ma la vita del fratello minore Jack, che si trova all’estremo opposto dello “spettro”, è completamente diversa.
«Jack non comunica verbalmente come noi», ha scritto Clements nel suo libro autopubblicato The Autistic Brothers: Two Unconventional Paths to Adulthood (2018):
Jack riesce a pronunciare singole parole e frasi semplici, ma la sua capacità di costruire frasi spontanee è limitata… Non potrà mai vivere la vita di un adulto normale. Avrà bisogno di assistenza a tempo pieno per il resto della sua vita, il che richiederà che qualcuno si occupi della sua igiene personale. Gli vogliamo tutti un bene immenso, ma allo stesso tempo siamo costretti ad accettare la dura realtà che non avrà mai una carriera, una casa, una macchina o una famiglia come noi. È una cosa difficile da accettare.
Il Disturbo dello Spettro Autistico (A.S.D. è l’acronimo adottato in lingua inglese, n.d.t.) è una condizione, o un insieme di condizioni, caratterizzata da difficoltà nelle interazioni sociali e nella comunicazione, interessi ristretti, comportamenti ripetitivi e sensibilità sensoriale, sintomi che “compromettono la capacità della persona di funzionare correttamente a scuola, al lavoro e in altri ambiti della vita”, come afferma il National Institute of Mental Health degli Stati Uniti. La quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM -5) dell’American Psychiatric Association (2013) elenca tre livelli di gravità per l’A.S.D., basati sull’entità della compromissione della comunicazione sociale e sui modelli di comportamento ristretti e ripetitivi.
I criteri diagnostici per l’autismo di Livello 1 includono “difficoltà nell’avviare interazioni sociali”, “risposte atipiche o inefficaci alle altrui iniziative di socializzazione”, “tentativi [strani e tipicamente infruttuosi] di fare amicizia” e “problemi di organizzazione e pianificazione che ostacolano l’indipendenza”. Il Livello 2 include “marcati deficit nelle abilità di comunicazione sociale verbale e non verbale”, “limitata capacità di avviare interazioni sociali”, “comunicazione non verbale marcatamente anomala”, nonché “rigidità di comportamento”, “difficoltà ad affrontare i cambiamenti” e “disagio e/o difficoltà a cambiare il centro di attenzione o il comportamento”. Il livello 3 comprende “gravi deficit nelle capacità di comunicazione sociale verbale e non verbale [che] causano gravi compromissioni del funzionamento”, “un’iniziativa molto limitata nelle interazioni sociali e una risposta minima alle altrui iniziative di socializzazione”, “estrema difficoltà ad affrontare i cambiamenti”, “comportamenti ristretti/ripetitivi [che] interferiscono notevolmente con il funzionamento in tutte le sfere” e “grande disagio/difficoltà a cambiare il centro di attenzione o il comportamento”.
Le persone con diagnosi di autismo di Livello 3 tendono ad avere grandi difficoltà nell’interagire con gli altri e possono sembrare del tutto prive di abilità sociali. Ad esempio, il DSM -5 descrive “una persona che sa usare solo poche parole di linguaggio comprensibile e che raramente si appresta ad un’interazione sociale e, quando lo fa, adotta approcci insoliti solo per soddisfare i propri bisogni e risponde solo ad approcci sociali molto diretti”, aggiungendo che tali individui necessitano di “un supporto molto consistente” nella vita quotidiana. Al contrario, le persone con autismo di Livello 1 possono funzionare in modo indipendente con qualche supporto. (Il Livello 3 corrisponde strettamente agli 11 casi riportati dallo psichiatra austro-americano Leo Kanner saggio fondamentale del 1943, mentre il Livello 1 corrisponde alla forma lieve di autismo descritta dal pediatra austriaco Hans Asperger negli anni ’30).
Circa il 40% dei bambini con autismo non parla affatto.
Le stime sulla prevalenza dell’autismo variano notevolmente e sembrano essere aumentate drasticamente negli ultimi due decenni. Un comunicato stampa diffuso nel 2012 dai Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) stimava che la prevalenza nei bambini di otto anni negli Stati Uniti fosse di uno su 88, con un aumento del 78% rispetto alla stima del 2004; l’ultima stima del CDC si attesta intorno a uno su 59. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che un bambino su 160 nel mondo sia affetto da autismo, osservando che esistono “molte possibili spiegazioni” per l’apparente aumento della prevalenza, “tra cui una maggiore consapevolezza, l’ampliamento dei criteri diagnostici, migliori strumenti diagnostici e un migliore scambio di informazioni”. Sottolinea, tuttavia, che il tasso di autismo nei paesi a basso e medio reddito, soprattutto in Africa e America Latina, è sconosciuto.
Nonostante lunghe ricerche, non sono riuscito a trovare dati precisi su quanti bambini con diagnosi di autismo rientrino in ciascuno dei tre livelli di gravità. Tuttavia, secondo il CDC, circa il 40% dei bambini autistici non parla affatto e almeno un quarto acquisisce un linguaggio di base tra i 12 e i 18 mesi di età, per poi perderlo. I risultati di uno studio longitudinale condotto in Australia e pubblicato nel 2016 sono in qualche modo coerenti con questa stima: complessivamente, è emerso che il 26,3% dei 246 bambini autistici esaminati utilizzava “meno di cinque parole spontanee e funzionali” alla fine dello studio e il 36,4% non utilizzava “frasi di due parole”. Queste cifre risultavano leggermente superiori secondo altre misurazioni e in base alle segnalazioni dei genitori, che indicavano che quasi il 30% non “nominava più di due oggetti” in modo coerente e oltre il 43% non utilizzava “frasi con un nome e un verbo” in modo coerente alla fine dello studio.
L’autismo si presenta spesso con comorbidità. Più della metà dei bambini con disturbo dello spettro autistico (ASD) presenta anche una disabilità intellettiva (definita come un QI inferiore a 70) e fino alla metà manifesta sintomi di disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD). I bambini autistici vengono ricoverati in ospedale psichiatrico con una frequenza molto maggiore rispetto agli altri: il 13% dei ricoveri è dovuto a problemi psichiatrici, contro il 2% dei bambini senza ASD. Negli adulti autistici, la prevalenza nel corso della vita di ansia e depressione è rispettivamente del 42% e del 37%. L’autismo si presenta spesso in concomitanza con l’epilessia, con la percentuale più alta riscontrata in coloro che hanno un QI inferiore a 40.
L’autismo è senza dubbio uno degli argomenti più controversi del nostro tempo. In parte a causa della scarsa comprensione delle sue cause, il dibattito attuale su questo tema è una giungla narrativa disseminata di idee recenti, ipertrofiche e mal concepite che si contendono un posto al sole, tra cui le spietate “madri frigorifero”, le infezioni microbiche, i vaccini e gli inquinanti e tossici ambientali, solo per citarne alcuni.
In questo contesto turbolento è emerso il movimento per la neurodiversità, i cui sostenitori celebrano l’autismo come un dono, parte integrante dell’identità. Promettono di dare voce alle persone autistiche e di migliorare la loro qualità di vita, rendendo il mondo più accogliente e inclusivo nei loro confronti, dopo decenni di emarginazione e discriminazioni. Tuttavia, negli ultimi anni, si è assistito a una reazione contraria: un numero crescente di persone si sta ora schierando contro il movimento per la neurodiversità, sostenendo che non le rappresenta e, soprattutto, che ignora la difficile situazione di chi soffre di autismo grave.
Il termine “neurodiversità” è stato coniato alla fine degli anni ’90 dalla sociologa Judy Singer, la quale sosteneva che le persone autistiche fossero state oppresse in modo molto simile alle donne e alle persone omosessuali, e suggeriva che il loro cervello fosse semplicemente strutturato in modo diverso da quello delle persone “neurotipiche”, ovvero non autistiche. Il movimento rappresenta un’estensione del movimento per i diritti civili e del movimento per l’orgoglio dei sordi, emersi dopo l’introduzione degli impianti cocleari. Scrivendo sulla rivista The Atlantic nel 1998, il giornalista investigativo Harvey Blume affermò: “La neurodiversità potrebbe essere altrettanto cruciale per il genere umano quanto la biodiversità lo è per la vita in generale”.
Nell’ultimo decennio, la popolarità della neurodiversità è cresciuta enormemente, in gran parte grazie al clamore suscitato dal libro NeuroTribes (2015) di Steve Silberman. Oggi, internet e i mass media sono pieni di articoli che proclamano i vantaggi dell’assunzione di persone con autismo, che possiedono un potenziale nascosto in grado di apportare benefici a settori come il branding e il design, a patto di smettere di considerarle semplicemente persone con disabilità. Questo modo di pensare è ormai entrato a far parte delle convinzioni più diffuse: negli Stati Uniti, ad esempio, i rappresentanti dell’Autistic Self Advocacy Network hanno fornito consulenza ai responsabili politici del governo federale su come ritengono che questioni come l’assistenza sanitaria e l’integrazione sociale influiranno sulle persone autistiche; e nel Regno Unito, il Partito Laburista ha lanciato nel 2018 un Manifesto sulla Neurodiversità e l’Autismo, che ha come uno dei suoi principi chiave il modello sociale della disabilità.
A prima vista, questo sembra ammirevole: il movimento per la neurodiversità ha effettivamente dato forza a molte persone con autismo, come dimostra il caso recente della giovane attivista climatica Greta Thunberg, che lo ha definito il suo “superpotere”. Tuttavia, il movimento si sta rivelando dannoso sotto diversi aspetti.
Innanzitutto, i sostenitori della neurodiversità possono idealizzare l’autismo. Mentre molte persone con forme lievi di autismo possono condurre una vita quotidiana relativamente “normale” con poca o nessuna assistenza, molte persone con forme più gravi non riescono a vivere senza un’assistenza continua. Eppure John Marble, attivista per i diritti delle persone autistiche e fondatore di Pivot Diversity – un’organizzazione di San Francisco che mira a “orientare l’autismo verso soluzioni che diano potere alle persone autistiche, alle loro famiglie e ai datori di lavoro” – ha scritto su Twitter nel 2017: “NON ESISTE UN AUTISMO GRAVE, così come non esiste una “omosessualità grave” o una “negritudine grave”.”
È preoccupante constatare come questa tendenza a romanticizzare l’autismo si sia estesa ad altre patologie che possono essere gravi, debilitanti e persino mortali. Esistono ormai gruppi di persone che si battono per i propri diritti e che celebrano la depressione e la schizofrenia. Questo fenomeno potrebbe essere collegato alla crescita dei siti web pro-anoressia, così come alla più recente comparsa del movimento “dell’orgoglio per la condizione di dipendenza”.
L’idea che l’autismo sia “una variante della norma” è in contrasto con la comprensione scientifica di questa condizione. Il consenso generale tra i neuroscienziati è che l’autismo abbia origini neuroevolutive, e recenti ricerche dimostrano che è associato ad anomalie nel numero di cellule cerebrali e nella struttura della sostanza bianca, nonché a difetti nel pruning sinaptico, il processo mediante il quale vengono eliminate le connessioni sinaptiche indesiderate. La ricerca mostra anche che la genetica svolge un ruolo fondamentale: ogni individuo autistico è portatore di un gran numero di varianti genetiche molto rare o uniche, insieme a copie extra di geni, geni eliminati e altre anomalie cromosomiche. Alcune di queste sono ereditate, mentre altre vengono generate ex novo al momento della fecondazione e durante le primissime fasi dello sviluppo. Sembra quindi che ogni persona con autismo ospiti una combinazione unica di tali variazioni genetiche, che si manifestano come un insieme unico di sintomi comportamentali.
I sostenitori della neurodiversità etichettano come nazisti ed eugenisti coloro che esprimono il desiderio di un trattamento o di una cura.
Tuttavia, i sostenitori della neurodiversità rifiutano l’immagine dell’autismo data dalla medicina, preferendo una visione sociologica ancora da definire che attribuisce i problemi affrontati dalle persone autistiche a una discriminazione “abilista” sistemica. Alcune delle loro ragioni sono valide. Storicamente, le persone autistiche sono vissute ai margini della società e sono state vittime del complesso medico-industriale che mirava a eliminarle coercitivamente, insieme ad altri considerati persone con disabilità. Ad esempio, Asperger fu complice del programma di eutanasia del regime nazista per i bambini con disabilità.
Da allora, la visione medica dell’autismo è cambiata radicalmente. Ricercatori e clinici non mirano a debellare l’autismo, bensì a comprenderlo per poter sviluppare trattamenti per coloro che li desiderano.
Nonostante i numerosi e importanti progressi in campo medico, persiste una scarsa comprensione delle cause dell’autismo, il che porta molti genitori alla disperazione e a essere disposti a provare qualsiasi cosa pur di aiutare i propri figli. Di conseguenza, esiste un vasto mercato di trattamenti inefficaci o non testati e di rimedi ciarlataneschi: dalla terapia craniosacrale e dalla programmazione neurolinguistica a terapie che promettono di potenziare la “respirazione emotiva” della parte superiore del torace per favorire l’apprendimento attraverso l’esperienza emotiva, fino a dispositivi indossabili che utilizzano la cosiddetta tecnologia di stimolazione tattile alternata bilaterale per trasmettere “vibrazioni alternate che modificano la risposta di lotta, fuga o paralisi del corpo allo stress e all’ansia”, ripristinando apparentemente “il funzionamento omeostatico del sistema nervoso, consentendo di pensare con chiarezza e di provare calma”.
Gli attivisti per la neurodiversità continuano a etichettare come nazisti ed eugenetisti coloro che esprimono il desiderio di un trattamento o di una cura. “Quando lottiamo per i diritti delle persone autistiche, lottiamo per la nostra stessa sopravvivenza”, ha scritto Jackson Connors, attivista per i diritti delle persone autistiche, sul quotidiano People’s World lo scorso giugno. “Contro la nostra disumanizzazione. Contro una ‘cura’, che è un pretesto per l’eugenetica abilista. E contro i sistemi che spingono molti di noi verso la povertà e il suicidio”.
Nella loro zelante difesa dei diritti delle persone autistiche, alcuni attivisti sono diventati autoritari e violenti, molestando e intimidendo chiunque osi descrivere l’autismo in modo negativo o esprima il desiderio di una cura o di un trattamento. Questo atteggiamento si estende ai ricercatori sull’autismo nel mondo accademico e nell’industria farmaceutica, nonché ai genitori di bambini con autismo grave. Un trattamento ampiamente utilizzato è l’Analisi Comportamentale Applicata (ABA), che prevede intense sessioni di terapia individuale volte a sviluppare le abilità sociali. Tuttavia, gli attivisti per la neurodiversità considerano l’ABA crudele e non etica e si battono per il ritiro dei finanziamenti governativi a questo trattamento.
Inoltre, stanno cercando di legittimare l’autodiagnosi di autismo. “I neurotipici continuano a dominare la conversazione e a sovrastare le voci autistiche, il che in definitiva rafforza una visione patologizzante su di noi e si concentra sull’idea che in qualche modo non siamo fondamentalmente in grado di parlare per noi stessi”, ha scritto Solveig Standal sul blog Thinking Person’s Guide to Autism lo scorso aprile. Standal continua:
Sì, alla fine alcuni di noi si renderanno conto di non essere realmente autistici, ma questa esplorazione li aiuta comunque a trovare risposte su se stessi, e nessuno ne risente. Tuttavia, quando neghiamo l’identità autistica di qualcuno, lo escludiamo dall’intero processo, gli neghiamo l’accesso agli strumenti necessari per accedere meglio al sistema sanitario e, potenzialmente, gli neghiamo del tutto la diagnosi formale.
Sebbene molti tra i ricercatori sull’autismo siano consapevoli di questi problemi e trovino la situazione estremamente frustrante, pochissimi sono disposti a parlare apertamente, per timore di compromettere i finanziamenti per la ricerca, di offendere una vasta categoria, particolarmente sensibile, di pazienti e genitori, o di essere a loro volta oggetto di molestie. Negli ultimi anni, tuttavia, un numero crescente di genitori e assistenti familiari ha iniziato a esprimere la propria opposizione al movimento per la neurodiversità, affermando che il modo in cui i suoi sostenitori descrivono l’autismo non corrisponde alla loro esperienza personale di questa condizione.
Uno di loro è Bruce Hall, un californiano di 65 anni padre dei gemelli Jack e James, entrambi diciottenni. “I ragazzi hanno entrambi una forma grave di autismo e disabilità intellettiva, e il loro comportamento è sempre stato molto problematico”, mi ha raccontato Hall. “Fino all’età di nove anni, James faceva capricci e urlava per ore. Ora riesce a parlare un po’, anche se non si capisce molto di quello che dice. Jack non parla affatto.”
Hall e sua moglie Valerie hanno pubblicato un libro intitolato Immersed: Our Experience with Autism (2016), che descrive in dettaglio la vita quotidiana con i loro figli:
In pubblico, i ragazzi potrebbero avere una crisi di nervi da un momento all’altro: non possiamo prevederlo e non possiamo essere certi della causa. Potrebbe essere per le luci, per i rumori o per la folla. Potrebbe essere perché non si sentono bene o perché sono semplicemente stanchi. Potrebbe essere una combinazione di questi fattori, o nessuno di essi.
Nemmeno i tipici intrattenimenti per bambini garantiscono una reazione positiva da parte dei ragazzi. La loro comprensione delle situazioni è limitata, così come la loro tolleranza… ciò che i bambini normodotati considerano divertente, i bambini autistici lo possono trovare sconcertante e terrificante.
La discrepanza tra la narrazione sulla neurodiversità e le esperienze delle persone autistiche gravemente colpite ha spinto un altro gruppo di attivisti a fondare il National Council on Severe Autism, con sede a San Jose, in California, e inaugurato all’inizio di quest’anno.
«Ho due figli con autismo non verbale», ha affermato Jill Escher, presidente fondatrice dell’organizzazione. «Si tratta di una disabilità neuroevolutiva estremamente grave: non sanno parlare, leggere o scrivere, non sanno fare addizioni e non hanno alcuna capacità di pensiero astratto. [I sostenitori della neurodiversità] banalizzano la questione e selezionano storie ingenue e rassicuranti che ritraggono l’autismo in modo distorto, invece di affrontare la realtà».
«Alcuni aspetti del movimento per la neurodiversità sono molto convenienti per tutti coloro che si battono per i diritti delle persone autistiche, perché tutti vogliamo presentare i nostri figli in un modo che ne favorisca l’accettazione», ha aggiunto. «Se mio figlio ha una crisi di nervi al supermercato, o si spoglia, o urla, voglio che la gente pensi che il suo comportamento deriva da una differenza nella struttura del suo cervello. Ma forse ritengo che il suo comportamento e la sua struttura cerebrale siano naturali? Assolutamente no.»
Un gruppo di persone ai margini sta spingendo ai margini più estremi proprio le persone che pretende di difendere.
Il movimento per la neurodiversità sta dividendo sia la comunità autistica che i ricercatori in questo campo. I suoi sostenitori distinguono tra persone autistiche e “neurotipiche”, ovvero non autistiche. Questo alimenta una mentalità del tipo “noi contro di loro”, in cui le persone non autistiche vengono considerate un nemico oppressivo. Inoltre, favorisce l’intolleranza verso certe prospettive sull’autismo, nonché una profonda e malsana sfiducia nei confronti delle comunità scientifiche e mediche.
Ironicamente, un movimento per la giustizia sociale che mira a mettere in luce i modi in cui le persone autistiche sono state maltrattate dalla società è ora direttamente responsabile del maltrattamento dei più vulnerabili tra gli autistici, molti dei quali sono troppo gravemente colpiti dalla loro condizione per poter parlare a nome proprio. Nel difendere i loro diritti, un gruppo di persone marginalizzate sta di fatto iper-marginalizzando proprio coloro che afferma di tutelare. Hanno monopolizzato il dibattito pubblico sull’autismo e continuano a fare tutto il possibile per mettere a tacere qualsiasi voce dissenziente; questa incapacità di discutere e cercare un compromesso è un problema non solo per la comunità autistica, ma per la società in generale.
Ciò rappresenta anche un grave problema per la ricerca scientifica sull’autismo. Gli scienziati stanno iniziando a rendersi conto che, in tutti i campi della ricerca sull’autismo, esiste un pregiudizio di selezione nei confronti delle persone autistiche con disabilità intellettiva; sebbene quasi la metà della popolazione autistica presenti anche una disabilità intellettiva, la maggior parte della ricerca si è concentrata su coloro che hanno capacità linguistiche e cognitive relativamente intatte. Di conseguenza, gli individui considerati “a basso funzionamento” vengono trascurati dalla comunità scientifica.
«Questo movimento è dannoso perché cerca di terrorizzare le persone per ridurle al silenzio, e noi siamo solo alcune delle tante vittime delle loro campagne di bullismo e diffamazione», ha affermato Escher. «C’è anche un danno alla ricerca scientifica, perché a quanto pare il movimento per la neurodiversità non ritiene importante indagare sulle cause dell’autismo».
È dunque giunto il momento di iniziare a pensare in modo diverso alla neurodiversità e di riconoscere l’importanza della libertà di parola nel dibattito pubblico sull’autismo, perché se la neurodiversità ha un significato, significa accettare che tutti pensiamo in modo diverso e che non tutti sono orgogliosi di essere autistici.
«Se siete felici di essere autistici e lo considerate parte della vostra identità, benissimo, e non voglio turbarvi o ferirvi, ma non ditemi che non posso cercare di alleviare la sofferenza dei miei figli», ha detto Hall. «Per loro, l’autismo è una disabilità crudele che cambia la vita, e farei qualsiasi cosa per aiutarli a stare bene e per dare loro una migliore qualità di vita».
«I sostenitori della neurodiversità ignorano la dura realtà dell’autismo grave e vogliono dimenticare i miei figli e altri come loro», ha aggiunto. «Sono stati bravi a dirottare il messaggio e a monopolizzare il dibattito sull’autismo, controllando la narrazione in modo così stretto che persone come i miei figli non avranno scelta». Thomas Clements condivide questo sentimento: come ha scritto sul Guardian il mese scorso, la banalizzazione dell’autismo da parte dei sostenitori della neurodiversità avviene a scapito di coloro che si trovano nella parte inferiore dello «spettro», come suo fratello Jack.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 12 settembre 2019 nella sezione “Saggi” (https://aeon.co/essays/why-the-neurodiversity-movement-has-become-harmful) su Aeon (https://aeon.co/).
Ne ripubblichiamo qui la traduzione integrale ed autorizzata.
This article was originally published as Against neurodiversity on Aeon.
Moheb Costandi
È un neurobiologo molecolare e dello sviluppo, autore e divulgatore scientifico freelance. È autore di Neuroplasticity (2016) e Body Am I (2024) e cura il blog Neurophilosophy. Vive a Londra.
