Vietato vietare

Non ci si può più nascondere: molte, troppe persone hanno spinto l’ideologia ad un punto tale da attribuire alla scuola anche l’inverosimile compito di educare le famiglie pur di non porre divieti ai bambini ed ai ragazzi.

Prendiamo spunto da quanto sostenuto un anno fa da Angela Nava, presidente del Coordinamento Genitori Democratici, in un’intervista di Alessandro Giuliani su “La Tecnica della Scuola”. In quell’intervista, parlando di smartphone a scuola, si affermava anche che

Vietare non è educare.

Generalizziamo adesso il discorso, focalizzandolo sull’asserzione – di derivazione rousseauviana (si veda il mito del buon selvaggio e quanto ne consegue) – secondo cui il divieto non sarebbe educativo. Premettiamo da subito che sicuramente nel processo educativo, l’efficacia di divieti e punizioni come pure di incoraggiamenti e premi può variare a seconda della loro intensità, della situazione, del contesto e della fase storica nella quale sono inscritti. Ma il buon senso e millenni di Storia non ci dicono affatto che “vietare non è educare”. Altrimenti – senza andare troppo lontano magari scomodando Thomas Hobbes o Norberto Bobbio – non si spiegherebbe neanche l’esistenza di un semplice divieto di sosta stradale.

Oggi osserviamo facilmente i portati socialmente disastrosi di una scuola che negli ultimi decenni è diventata, oltre che sempre più tollerante, anche ideologicamente e dogmaticamente tollerantista. In essa il differimento della gratificazione, “l’appetito tenuto a freno” (Hegel), si è ormai definitivamente eclissato, insieme all’idea stessa di divieto, nella palude dell’assoluto “presente” di cui parla Galimberti.

L’autorità non è più neanche contestata: semplicemente è diventata impronunciabile. Del resto si preferisce la persuasione impotente alla coercizione dichiarata, quando pure questa è necessaria. Salvo poi stupirsi della propria inefficacia, come è successo fino a non molto tempo fa in questi ultimi lustri di bullismo scolastico e di violenze sui docenti a scuola.

Ecco allora che le regole sopravvivono come mero simulacro, mentre la loro applicazione scompare

Ma qui si vorrebbero elidere, insieme ai divieti,  le regole stesse. Ovviamente laddove manca un’autorità reale, prolifera la sorveglianza linguistica e amministrativa del “follemente corretto” se non addirittura del wokismo. Vediamo quindi che il divieto viene sorprendentemente spostato da chi deve rispettare la regola a chi ha l’incarico di farla rispettare. Se vogliamo questo è più o meno quanto succede frequentemente ad un agente di Polizia o ad altro pubblico ufficiale.

Da anni uno dei mantra più reiterati dello psicologismo e delle “mammine” è questo: “il professore dev’essere autorevole e non autoritario”. Ora, chiariamolo bene: questa espressione fa parte della serie delle “proposizioni di frontiera” che possono significare tutto e niente. In realtà con essa troppi genitori intendono dire che l’insegnante non dovrebbe mai ricorrere a nessuna forma di coercizione o divieto. Esattamente come fanno loro a casa, anche l’insegnante dovrebbe astenersi da qualsivoglia forma di conflitto con i ragazzi. In buona sostanza egli dovrebbe essere un maestro nella manipolazione seduttiva. Lungi dall’allarmarsi seriamente davanti alla prospettiva, spesso ventilata, che i loro figli vengano oggettivamente “sedotti” da inquietanti psicagoghi pifferai del “benessere” inclusivo, molti genitori aderiscono invece a questa fola consolatoria e quasi non vedono l’ora che si materializzi la scuola-famiglia, magari aperta tutto il giorno per tutto l’anno.

Recentemente Claudia Placanica ha sottolineato come la mancanza di limiti, cioè di divieti e di conflitti con gli adulti finisca, soprattutto nei giovani di sesso maschile, per ostacolarne la maturazione e quindi anche per sedimentare in loro pericolose dosi di violenza destinate prima o poi a esplodere in maniera incontrollata.  Nel mentre che, aggiungiamo noi, agli insegnanti tocca – per la stessa ragione – il burn-out.

Anche su questa ideologia tollerantista, così come denunciava Giordano Bruno ai tempi della sua polemica contro l’aristotelismo scolastico, si sono andate stratificando dogmaticamente posizioni di potere. Ma la realtà e la vita procedono senza riguardo alcuno per le forme ormai esaurite e superate. La situazione attuale richiede tutt’altra scuola di quella così vampirizzata di adesso.

Il contrasto, infine, costituisce ciò che Simmel chiama «la tragedia della cultura», cioè la tendenza sempre perdente delle forme culturali a conservarsi contro la vita che le ha prima incorporate e poi superate [Carlo Sini].


Qui il collegamento all’intervista ad Angela Nava:

https://www.tecnicadellascuola.it/smartphone-a-scuola-invece-di-agire-sui-genitori-il-ministero-complica-la-vita-ai-docenti-vietare-non-e-educare-intervista-ad-angela-nava

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