Commissario interno o avvocato difensore?
Ogni anno, durante gli esami di Stato, riaffiora una domanda tanto delicata quanto scomoda: qual è il vero ruolo del commissario interno? Deve essere il garante dell’equità o il difensore dei propri studenti? Tra senso di appartenenza, pressioni implicite e dovere di imparzialità, il confine può diventare sorprendentemente sottile. Questo articolo prova ad affrontare una questione di cui si parla poco, ma che incide profondamente sulla credibilità della valutazione e, in ultima analisi, sulla funzione educativa della scuola stessa.
C’è una figura che, ogni anno, puntualmente riappare durante gli esami di Stato. Non compare nei documenti ministeriali, non è prevista da alcuna normativa e non risulta in nessun organigramma ufficiale. Eppure esiste. È il commissario-avvocato, ovvero il commissario interno che non valuta, ma difende; che non argomenta, ma tifa. Non cerca la verità, ma la vittoria. Lo si riconosce facilmente. Qualunque sia la prestazione dello studente, la sua conclusione è sempre la stessa: “Merita di più”.
Se un candidato risponde brillantemente, era inevitabile. Se risponde discretamente, “è solo emozionato”. Se sbaglia, “sa molto più di quanto sia riuscito a dire”. Se tace, “durante l’anno era bravissimo”. In altre parole si tratta di insegnanti che forniscono continuamente giustificazioni ai candidati, non mettendo mai in luce, invece, i loro limiti. Tutto ciò è quantomeno curioso. Per undici mesi molti docenti sottolineano continuamente l’importanza della valutazione formativa, della crescita, dell’onestà intellettuale. Poi arrivano gli esami e, improvvisamente, sembrano trasformarsi nei difensori d’ufficio dei propri studenti, come se il prestigio della loro attività didattica dipendesse dal numero di “cento” assegnati. Ma un commissario interno non è stato nominato per proteggere i candidati. È stato nominato per valutarli.
La maggiore conoscenza dei candidati da parte dei commissari interni dovrebbe rappresentare un vantaggio per la commissione, non un vantaggio per gli studenti. Quella conoscenza dovrebbe servire a contestualizzare una prestazione, a spiegare un percorso, a chiarire un’evoluzione ma non a costruire attenuanti infinite. La loro faziosità nasce quasi sempre da una confusione di ruoli. Si pensa che essere “dalla parte degli studenti” significhi attribuire loro il voto più alto possibile. Ma essere dalla parte degli studenti significa, prima di tutto, essere dalla parte della verità. Perché un riconoscimento immeritato può gratificare nell’immediato, ma non educa. Al contrario, trasmette un messaggio pericoloso: che il giudizio dipenda dalle relazioni più che dai risultati.
Naturalmente esiste anche l’eccesso opposto: il commissario che vuole dimostrare la propria severità penalizzando sistematicamente i candidati della propria scuola. Anche questa è una forma di faziosità. Cambia il segno, non il problema. L’imparzialità, infatti, non consiste nel favorire o nello sfavorire: consiste nel valutare delle prove nel modo più oggettivo possibile. Una commissione d’esame dovrebbe essere il luogo in cui opinioni diverse si confrontano attraverso argomenti, non attraverso appartenenze. Il commissario interno dovrebbe dire: “Io questo studente lo conosco e vi spiego perché ritengo che questa prestazione vada interpretata così”. Non: “È un mio studente, quindi va premiato”.
La scuola parla spesso di competenze di cittadinanza, di educazione alla responsabilità e di senso delle istituzioni. Sarebbe difficile insegnare questi valori agli studenti se i primi a dimenticarli fossero proprio coloro che li valutano. L’esame di Stato non dovrebbe certificare quanto un candidato sia stato fortunato nell’avere un commissario disposto a combattere per lui. Dovrebbe certificare ciò che sa, ciò che comprende, ciò che è realmente in grado di fare. Forse dovremmo smettere di chiederci se i commissari interni debbano essere “protettivi” o “severi”. La risposta alla questione è molto semplice: devono essere onesti. E, in una scuola che ama parlare di inclusione, empatia e benessere, sarebbe bello tornare a considerare anche l‘imparzialità come una virtù educativa. Perché l’onestà di una valutazione è una delle forme più autentiche di rispetto che un docente possa dimostrare nei confronti dei propri studenti.

Ecco perché l’ Esame di Stato deve ritornare ad essere serio, con tutti i commissari esterni e su contenuti oggettivi.
….Articolo magistrale, nella sua essenzialità, perché trasparente e veritiero, oggettivo….Ogni anno, sia come interno che come esterno, è una continua lotta da parte mia…Anche perché, a non essere imparziali ed oggettivi, si diventa esageratamente boicottanti nei confronti della valutazione che l’allievo/a effettivamente merita….E c’è “troppo grasso che cola” a favore degli studenti, sempre e comunque, e questo è parecchio diseducativo….