Più giovanilista dei giovani
Il malessere giovanile e lo psicologo pedagogista.
Matteo Lancini torna sul tema del crescente malessere psicologico dei giovani. Lo fa prendendo spunto dal libro di Maurizio Pugno, recentemente (giugno 2026) pubblicato con il titolo Emergenza malessere, nel quale si sostiene come il disagio non possa essere considerato un fenomeno esclusivamente generazionale, visto che coinvolge, in forme diverse, l’intera società. Osservando il mondo giovanile, Pugno evidenzia come numerosi dati confermino una crescita costante del fenomeno: negli adolescenti italiani tra gli 11 e i 15 anni aumentano ogni anno i disturbi psicosomatici, quali depressione, irritabilità e nervosismo; mentre tra le ragazze quindicenni il malessere psicologico interessa ormai una quota molto elevata – a suo dire – addirittura oltre il 63%. Attraverso il confronto con studi internazionali e dati statistici, Pugno mostra che tale situazione non è recente né limitata a pochi casi. Secondo lui, le cause del fenomeno non vanno ricercate nella pandemia, che avrebbe soltanto reso più visibili problemi già presenti. Il malessere deriverebbe invece da un processo più profondo e strutturale, caratterizzato dall’indebolimento delle capacità cognitive, relazionali ed emotive necessarie alle persone per svilupparsi pienamente e realizzare il proprio progetto di vita.
Su questo libro contiamo di ritornare a suo tempo.
In un’intervista sul blog di Gianfranco Scialpi, Matteo Lancini individua ulteriori fattori all’origine del disagio giovanile. Egli afferma che molti adolescenti e giovani adulti percepiscono l’assenza di un futuro credibile e significativo: non solo temono le difficoltà lavorative, ma avvertono che il lavoro stesso ha perso valore e capacità di dare senso all’esistenza. A ciò si aggiunge la sensazione che gli adulti non stiano costruendo una società orientata alle esigenze delle nuove generazioni, lasciando loro in eredità problemi ambientali, squilibri sociali e scarse prospettive. Qui è secondo noi opportuno osservare da subito che la pretesa che gli adulti debbano orientare la società in funzione delle “esigenze” dei giovani – pretesa peraltro singolare – presuppone innanzitutto sapere operare delle scelte sulla base dell’individuazione della natura, del valore e del senso di queste esigenze. Impresa spinosa questa, visto che i giovani sono tirati da tutte le parti da suggestioni consumistiche e manipolatorie di ogni genere, soprattutto legate al consumo.
Fu il pedagogista Raffaele Laporta a sostenere fortemente nel suo La difficile scommessa (1971) il semplice concetto che “O li educhiamo noi o li educa qualcun altro”. Sembra però che a Lancini non venga affatto in mente che la Scuola, ispirandosi semmai alla Costituzione della Repubblica, debba pensare a istruire e a educare facendo argine rispetto a queste suggestioni consumistiche e a istituire (anche) per questo un sano conflitto generazionale. A noi pare inoltre che ogni generazione si sia sempre trovata “gettata” in un mondo che nessuno aveva mai predisposto per le sue “esigenze” e abbia dovuto cavarsela uscendo dalla sua minorità. Non certamente grazie ad una minorità permanente predisposta per loro dagli adulti.
Lancini sostiene inoltre che le nuove generazioni non hanno affatto ricevuto eccessive attenzioni, come spesso si afferma, ma piuttosto un ascolto solo apparente. Gli adulti avrebbero dichiarato di essere molto attenti ai giovani senza però riconoscerne realmente i bisogni più profondi e le emozioni negative, come paura, tristezza e rabbia. Questa mancata comprensione avrebbe favorito la formazione di un vuoto identitario che emerge soprattutto durante l’adolescenza e la prima età adulta. Da tale vuoto nascerebbe un’angoscia profonda, diversa dalla semplice ansia da prestazione, legata invece alla difficoltà di attribuire significato al proprio futuro e di immaginare una prospettiva esistenziale soddisfacente.
Passiamo adesso alla pars costruens di questa sua intervista.
«Sanno tutti cosa bisognerebbe fare: abolire le singole discipline, che sono state inventate per segmentare il sapere all’epoca della scolarizzazione di massa e non hanno più senso nell’era di Internet. Smettere di interrogare e cominciare a farsi fare le domande. Non dare voti numerici a chi si autovaluta già meno di quanto farebbe qualsiasi insegnante. Non bocciare. Costruire una scuola in cui il punto di partenza sia il “vuoto degli apprendimenti”, su cui si costruisce oggi il sapere, come sanno bene tutti i metodologi della didattica.»
Ecco finalmente e spudoratamente riassunta, apertis verbis, nient’altro che la politica scolastica sinora presa a modello e parzialmente perpetrata dal nostro (continuista) apparato ministeriale. Essa sì, volta a “orientare” – ma finora con esiti disastrosi – i nostri ragazzi. A Lancini – che si è lamentato tempo fa della sottrazione dei cellulari in classe, che impedirebbe a suo avviso ai ragazzi di restare connessi in un mondo che è sempre connesso – l’attuale catastrofe cognitiva evidentemente non basta: senza neanche saperlo, così crediamo, la vorrebbe portare, se possibile, alle estreme conseguenze finali.
La Divina Adolescenza trova così in lui la sua massima e ardente celebrazione. Irresponsabile, perché qui e ora – non negli anni ’70 – abbiamo il problema, molto serio, di educare una nuova classe dirigente (e quindi politica), più colta, più affidabile, meno debosciata di quella così ben leccata e così mal ridotta, da 25 anni a questa parte, dal fumismo di certi psico-pedagogisti. Che sia in grado di affrontare la vita senza il ciucciotto.
La mutata situazione interna e geopolitica, con gli orizzonti problematici che ci prospetta nel mentre che ci troviamo infilati dentro un contesto geopolitico criticissimo, neanche incide su questa ideologia psico-pedagogica tardo sessantottesca che sta all’educazione come la gastronomia sta ad una sana alimentazione. Per quanto, al punto in cui siamo, ci vorrebbe una dieta.
L’intero intervento di Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, è reperibile sul sito https://maestroscialpi.altervista.org, cliccando qui.

Prendo spunto da un fatto di cronaca recentemente accaduto per dei pensieri sulla realtà ( o presunta tale) che ci affligge. Di recente un onesto pizzaiolo che si era stancato di farsi scroccare il frutto del suo onesto lavoro da un delinquente psicopatico è stato accoltellato a morte mentre la moglie, nel tentativo di difenderlo è rimasta ferita perché il rifiuto ha sollevato le ire del delinquente.
Nel proseguo delle indagini, è emerso che l’aggressore, ovviamente pluripregiudicato avrebbe dovuto essere sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio (TSO) ma non aveva assunto i farmaci che gli erano stati prescritti. Quindi la morte del povero pizzaiolo appare ai dotti della “scienza della psiche” come niente di più di una tragica fatalità. Ma non mi sfugge il fatto che un matto che si accorga di essere matto, che si faccia diagnosticare la sua malattia e si applichi la terapia conseguente, in fondo tanto matto non è. Realizzando questo, si comincia intanto a sentire nella testa un rumore di rotori di elicotteri, un po’ come il Capitano Willard all’inizio del film “Apocalipse Now”. Ci si ricorda allora di un serial degli anni ‘70,ambientato in uno sgangherato ospedale militare dispiegato in Vietnam: M.A.S.H. (iniziali di Mobile Army Surgical Hospital). Il cui regolamento aveva reso noto il Comma 22 che recitava “Se uno è matto può chiedere di essere esentato dalle missioni di guerra, ma se uno chiede di essere esentato dalle missioni di guerra non è certamente matto”.
In mezzo a questa attuale tragicommedia psichiatrica, cercando un riferimento per capire cosa stesse succedendo in particolare tra i giovani, in cui il ricorso alla lama è divenuto oggi più comune del gioco del calcio, mi sono imbattuto nelle spiegazioni di uno psicologo, sociologo, psicoterapista e pedagogo (spero di non aver dimenticato niente, anzi no: anche “formatore”), che sembra aver scoperto la panacea per tutti i mali; il suo nome Matteo Lancini, sembra sia molto conosciuto nell’ambiente. Ad aver attirato la mia attenzione è stata soprattutto l’apparenza che ci rimanda al Paolo Crepet dei tempi andati, prima del suo atterramento sulla via di Damasco, quando era ancora uno scalatore delle rampe per i migliori salotti padovani dove avere ospite almeno un rivoluzionario era fondamentale per il proseguo delle discussioni, quando arringava i suoi seguaci dagli scalini della sua facoltà in Piazza Capitaniato a Padova e definiva l’omicidio di un sottufficiale della stradale da parte di un estremista, una “legittima difesa proletaria”.
Ordunque, il nostro veste con la felpa blu di ordinanza, camicia azzurra, jeans stinti e snickers al posto delle Clark azzurre che il suo emulato non si toglieva neppure per andare a letto, ma che oggi sono introvabili.
In ogni caso le teorie del Dott. Lancini sono sicuramente singolari. Allora, per evitare di essere affettati dalla propria prole bisognerebbe:
– per iniziare, smettere di fargli fare nuoto. In ogni suo intervento la pratica del nuoto come attività sportiva è vista come perniciosa e inconsistente , anche se raccomandata dal pediatra (espressione presente in quasi tutti gli interventi);
– chiedere ai figli, possibilmente all’orario di cena, se pensano mai al suicidio. Il dialogo su cose frivole è indice di poco interesse ai momenti di tristezza, rabbia e solitudine dei ragazzi e fa isolare i giovani ancora di più. Per la madre è consigliabile chiedere: “Ma chi sei? Ti riconosci quando ti guardi allo specchio?”.
Sono assolutamente sicuro che domande del genere farebbero sorgere l’ammirazione dei figli nei confronti dei genitori. Il primo loro pensiero sarebbe ”Azzz….. io per arrivare a questo livello all’alba ho bisogno di un litro di vodka e due spinelli e loro sono già strafatti prima di cena!!! Eccezionali!!”;
– lasciare loro tutto lo spazio nei social, i giochi online violenti , l’ascolto dei trapper che inneggiano allo stupro di gruppo e alla violenza senza scopo. Non sono quelle le cose che li portano ad essere violenti, bensì il fatto che esistono in questo momento nel globo 56 guerre, in cui si uccidono bambini, e che stiamo “disboscando il pianeta e plastificando i mari” (allocuzione presente in quasi tutti gli interventi; magari sarebbe ora che qualcuno gli facesse presente che in Italia sta aumentando il rimboschimento);
-non limitare in nessuno modo l’accesso a internet e all’AI, anzi far sostenere l’esame di maturità in maniera aperta sfruttando tali ausili. L’accesso dovrebbe invece essere limitato soprattutto ai genitori che sin dalla nascita stanno a riprendere, fotografare e postare le vicende del figlio, a testimonianza che l’abuso dei social proviene in primo luogo dai genitori ( nessuno accenno a quello che una persona semplice come me definirebbe “uso responsabile”).
Tutto tronfio, il Dottore ci tiene a far presente di aver esposto tali teorie anche al Senato della Repubblica, come se ciò fosse una riprova di un minimo di ragionevolezza delle elucubrazioni.
Nella disamina degli interventi del Dott. Lancini non mancano riferimenti personali in merito alla sua esperienza come psicoterapeuta. Fa impressione il racconto di una sua paziente che gli chiede perché non vuole che lei si suicidi. Visto che lui giustamente ha rifiutato qualsiasi qualsiasi coinvolgimento al di fuori della seduta, evitando di andare anche a prendere un caffè con lei, si è sentito rispondere: “tu non mi vuoi bene, tu non vuoi che io mi suicidi perché questo peserebbe come un fallimento nella tua carriera come psicoterapeuta e influenzerebbe la tua carriera universitaria (il nostro non solo è sociologo, psicologo psicoterapeuta e pedagogo ma è anche professore a contratto presso l’Università Statale e di Milano Bicocca).
Questa breve conversazione dimostra chiaramente che i giovani possono anche essere pazzi, depressi e arrabbiati ma non sono scemi. Comunque sono andato avanti ad ascoltare gli interventi del Dott. Lancini (generalmente delle esposizioni o interviste a domande concordate, monologhi mai in contradittorio con altri studiosi, al limite può misurarsi con un noto virologo e immunologo che ha figli adolescenti) e la familiarità di costui con i medici che avrebbero dovuto prendersi cura dell’accoltellatore del pizzaiolo è apparsa sempre più evidente.
Il “focus” è sempre e comunque sul “paziente”, sulla sua guarigione dai presunti effetti di una malattia causata dalla società che lo circonda, la quale deve sopportarne pazientemente i comportamenti perché in fondo è lei la colpevole del comportamento asociale. Lei ha creato dolore, lei ha impedito al paziente di esprimerlo perché ogni dolore è imbarazzante per una società (quindi anche per i genitori) edonistica quale quella in cui noi viviamo, quindi lei “deve” tollerare le maniere anche violente con cui il paziente si esprime; il Dott. Lancini ha definito questo atteggiamento , traducendo il verbo inglese “acting out”, in “attizzare”, ignorando forse il significato etimologico del verbo in italiano. Le vittime che questi comportamenti provocano altro non sono che il prezzo che una società deve pagare per i suoi squilibri, martiri da sacrificare sull’altare dell’inclusione senza sforzo, senza fatica, senza tristezza per i fallimenti. Le parole dell’egregio professore che rifiuta per i ragazzi il concetto stesso del dolore in tutte le sua accezioni mi hanno agghiacciato: la civiltà piatta, priva di emozioni, di reazioni in sostanza di vita mi fa ancora più paura di una società in schiavitù.
Mauro Scorzato