Confessione postuma di un pedagogista
Una bella lettera. Qualcuno che ha trovato il coraggio di prendere le distanze da una pedagogia in cui non crede più: per la salvezza della stessa pedagogia, oltre che della scuola come bene comune. Riceviamo e pubblichiamo.
Gentilissimi tipi del “Gessetto”, Vi seguo con interesse da tempo (anche se soltanto come lettore passivo). Non condivido tutto ciò che pubblicate, specie alcuni meme. Ma molte delle cose che scrivete sì. Le righe che seguono non vogliono essere una requisitoria contro l’educazione, né un manifesto anti-pedagogico. Sono piuttosto il tentativo tardivo, forse persino vigliacco perché arriva a carriera conclusa, di dire ad alta voce ciò che molti pensano sottovoce e pochissimi osano ammettere apertamente. Non tutto è falso. Non tutto è corrotto. Non tutto è improvvisazione. Ma troppe cose lo sono state, e troppo a lungo si è preferito proteggere il prestigio della disciplina invece di affrontarne le fragilità strutturali. Vi scrivo la lettera che segue. Fatene ciò che volete.
Un docente di pedagogia, a riposo
Lettera a Il Gessetto
Ho passato quarant’anni a parlare di educazione come se stessi maneggiando una scienza solida. Convegni, articoli, tavole rotonde, commissioni, gruppi di ricerca. Ho pronunciato parole come “evidenze”, “processi di apprendimento”, “validazione”, “protocolli”, con la stessa sicurezza con cui un medico parla di anatomia o un fisico di gravità. E oggi, uscito di scena, mi accorgo che una parte enorme di quella sicurezza era recitazione. Non sempre malafede. Peggio, forse: abitudine. Ambiente. Funzione sociale.
È difficile spiegare cosa significhi vivere per decenni dentro un sistema che ti chiede continuamente di credere in qualcosa che, sotto sotto, senti fragile. Somiglia davvero alla crisi di fede di un sacerdote. Perché il punto non è soltanto intellettuale: è identitario. Se un prete smette di credere, cosa resta del suo ruolo? E se un pedagogista ammette che molta pedagogia contemporanea ha costruito il proprio prestigio su fondamenta deboli, cosa resta di lui? Dei suoi libri? Dei suoi corsi? Dei suoi studenti? Della sua carriera?
Allora si continua. Si continua a parlare. A scrivere. A citare. A usare il lessico giusto. A fingere che il problema sia sempre “migliorare la ricerca”, mai interrogarsi seriamente sullo statuto di ciò che chiamiamo ricerca. Le critiche che ci vengono rivolte, molte almeno, sono vere. Tremendamente vere.
Sono vere le accuse sui protocolli di ricerca costruiti per produrre risultati pubblicabili più che risultati veri. Questionari inconsistenti elevati a strumenti scientifici. Correlazioni trasformate in causalità. Campioni poco significativi trattati come universali antropologici. Linguaggi pseudo-statistici usati come cosmetica epistemologica. Non tutta la ricerca pedagogica è così, naturalmente. Sarebbe ingiusto dirlo. Ma una parte enorme sì. E lo sappiamo tutti. Ma non esiste controllo.
Sono vere le accuse sull’importazione opportunistica delle neuroscienze. Quante volte abbiamo preso frammenti di neurobiologia come ornamenti di autorevolezza? Bastava mostrare una risonanza magnetica colorata, pronunciare parole come “plasticità neuronale”, “funzioni esecutive”, “dopamina”, e improvvisamente un discorso fragile acquistava l’aura della scienza dura. Era una forma di legittimazione riflessa. Come bambini che indossano il camice del padre per sembrare adulti.
Sono vere le accuse sull’abbassamento progressivo dei livelli di uscita. Anche qui abbiamo raccontato la storia più rassicurante: inclusione, accessibilità, personalizzazione, democratizzazione del successo formativo. Tutte parole che contengono una parte di verità, certo. Ma dietro quelle parole spesso si è nascosta un’incapacità crescente di sostenere il conflitto con il limite, con la difficoltà, con la selezione implicita che ogni apprendimento serio comporta. Abbiamo chiamato “uguaglianza” ciò che a volte era semplicemente riduzione delle pretese cognitive. E il risultato non è stata più uguaglianza: è stata una società dove le differenze culturali vengono compensate privatamente dalle famiglie forti e scaricate su quelle deboli. Esattamente il contrario di ciò che proclamavamo.
E poi il business. Ah, il business dei libri pedagogici. Manuali che ripetono gli stessi concetti con terminologie leggermente mutate ogni tre anni. Mode educative che si succedono come collezioni stagionali. Cooperative editoriali implicite. Citazioni reciproche. Presentazioni incrociate. Ho visto colleghi trasformarsi lentamente in piccoli imprenditori della formazione permanente, più interessati alla spendibilità del paradigma che alla sua consistenza, girare teatri come se fossero popstar o rockstar.
La cosa più delicata, però, non è la malafede. La malafede è facile da riconoscere. La cosa più inquietante è la buona fede. Perché moltissimi ci credono davvero. Molti dei colleghi che ho incontrato negli anni possedevano strumenti logici sorprendentemente deboli. Argomentazioni fragili, confusione tra desiderabilità morale e verità empirica, incapacità di distinguere tra lessico sofisticato e pensiero rigoroso. Eppure parlavano con assoluta convinzione. Non fingevano. Erano sinceramente persuasi di stare facendo scienza. Forse è questo il vero dramma: interi ambienti che hanno smesso di percepire la differenza tra rigore e rappresentazione del rigore.
E naturalmente il sistema, come ogni organizzazione complessa, si difende. I luoghi di potere culturale non si lasciano mettere in discussione facilmente. Dipartimenti, riviste, reti accademiche, commissioni, percorsi di abilitazione: tutto tende all’autoconservazione e all’autopromozione. Ogni struttura produce il proprio linguaggio immunitario. Chi critica viene facilmente descritto come reazionario, elitista, nostalgico, anti-scientifico, autoritario. Etichette utili a evitare il merito delle questioni.
L’errore originario, credo oggi, sia stato concedere troppo presto e troppo facilmente lo statuto di scientificità ad ambiti che non erano scientifici né in senso forte, né in senso debole. Abbiamo voluto disperatamente essere riconosciuti come scienza. E per ottenere quel riconoscimento abbiamo imitato le forme esteriori della scienza: protocolli, metriche, apparati quantitativi, gergo specialistico, citation index, inglese accademico prefabbricato. Ma spesso mancava il cuore della pratica scientifica: il rischio reale della falsificazione, il controllo severo delle ipotesi, la durezza verso le proprie conclusioni. Abbiamo costruito ambienti più attenti a sembrare credibili che a essere fondati. E i risultati si vedono. Li vedo nei testi scritti male da studenti che pure hanno collezionato successi scolastici. Li vedo nell’incapacità crescente di sostenere un ragionamento lungo. Li vedo nella paura quasi superstiziosa del giudizio, dell’errore, della gerarchia del merito. Li vedo nell’inflazione continua delle parole educative mentre la sostanza culturale arretra.
Se tornassi indietro, probabilmente studierei altro. Filosofia seria, forse. Matematica. Filologia. Qualunque disciplina costringa davvero a confrontarsi con la resistenza dell’oggetto studiato. Perché il problema non è aver creduto nell’educazione. Quello continua a sembrarmi inevitabile e persino nobile. Il problema è aver creduto troppo facilmente che bastasse dichiararsi scientifici per diventarlo.

Forse mi è sfuggito.Ma chi è l’autore dell’ articolo? Qual è il suo curriculum, di studi e professionale? In casi come questo ciò che è anonimo val poco niente. Ve lo dice un ex insegnante,
che considera i pedagoghi di tutte le risme come le sette piaghe d’ Egitto.
Lei è liberissimo di attribuire a questa lettera anonima il valore che crede.
In molti casi il contenuto ha la sua grande importanza.
Qui il contenuto è “denuncia articolata della pedagogia *da parte di un pedagogista*”. Quindi fa parte dell’essenza di questo articolo che a articolare la denuncia sia un pedagogista – uno che ha fatto della pedagogia il proprio ambito di ricerca ed insegnamento per anni. Quindi in questo specifico caso chi sia l’autore ha una certa importanza – ciò che il Gessetto infatti sottolinea. Le accuse possono avere importanza in sé, ma allora andrebbero articolate con esempi e citazioni. Qui sapere chi ha scritto sarebbe importante.
Ma questo signore non ha un nome? Come facciamo a credere che questa lettera non sia fasulla?
Condivido praticamente tutto, ma chi l’ha scritto? Perchè pubblicare una lettera anonima?