Controrepliche a Fausto di Biase
Prosegue il carteggio tra il prof. Fausto Di Biase e il prof. Giuseppe Bacceli su temi di scuola, pedagogia e didattica.
[sul mancinismo]
Premesso che il mancinismo è citato solo come esempio dei danni che a volte produce il cosiddetto senso comune che, come spiegato più avanti, è una manifestazione del sapere spontaneo che spesso entra in collisione con la ricerca scientifica, l’origine del fenomeno è da me indicata in modo molto generica perché la ragione della repressione del mancinismo è cambiata nel corso dei secoli. Ho comunque modificato un po’ il testo per evitare di essere frainteso. Le informazioni al riguardo le avevo prese dal saggion di Angela Lucatorto «Mancini: una organizzazione cerebrale a prova di genio», pubblicato negli Studi di Glottodidattica nel 2007.
[sul corsivo]
A me sembra che questa tua osservazione non colga nel segno: come affermi chiaramente, l’indicazione di evitare il corsivo si riferisce soltanto ai casi di disgrafia e il fatto che adesso siano triplicati i casi forse vuol dire soltanto che oggi ci sono strumenti diagnostici migliori. Non ho alcuna competenza specifica sull’argomento per cui non entro nel merito; osservo però che questo specifico caso nulla toglie all’osservazione fatta nel mio scritto in cui metto in relazione il senso comune con le ricerche scientifiche. Anche in questo caso, come nel mancinismo, utilizzo il corsivo solo per concludere che le conoscenze di tipo psicologico, sebbene non dirimenti, possono aiutare l’insegnante a mettere in discussioni quelle che sono le sue convinzioni e a uscire da una totale soggettività.
[sulla ricostruzione storiografica della deriva autonomistica]
No, Fausto, qui la mia ricostruzione è assai rigorosa e non perché lo dico io ma perché basta leggere l’intestazione della legge delega, il suo contenuto e la sua interpretazione dottrinale e giurisprudenziale per capire che l’intenzione è proprio quella da me indicata. La legge 59 contiene, testualmente, “Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della pubblica amministrazione e per la semplificazione amministrativa.” La legge-delega è all’origine di alcuni decreti legislativi (in particolare d.lgs, 112/1998) che “hanno avviato un processo di riorganizzazione dello Stato in senso regionalista e autonomista. Questo processo era avviato a costituzione invariata e quindi si potevano avanzare dei dubbi sulla effettiva compatibilità delle discipline adottate con la disciplina costituzionale. A ciò si aggiungevano le spinte di alcune forze politiche e di correnti di opinione favorevoli a spostare sul terreno della riforma costituzionale il processo di ristrutturazione dello Stato in senso regionalista e autonomista. Tutto ciò ha portato alla riforma del titolo V”. BIN, PITRUZZELLA, Diritto pubblico, Giappichelli, 2012, p. 230.
Personalmente, credo che il regionalismo abbia molte frecce al suo arco, può avvicinare i cittadini alle istituzioni politiche e permettere un maggior controllo, ma nel campo della sanità e dell’istruzione questo “decentramento” può causare molti problemi, come cerco di argomentare nel mio testo.
[sulle matrici ideali della deriva autonomistica]
Qui proprio non ti seguo. Non capisco cosa vuoi intendere con spostamento da parte della sedicente sinistra dal blocco occidentale a quello orientale: se così fosse, in campo scolastico, avremmo dovuto avere un allontanamento dal “modello americano” criticato da Hirsch a favore di un modello Giappone o, in genere, orientale, basato sulla competizione e fortemente direttivo (cioè il contrario del naturalismo). Inoltre, un’autonomia scolastica senza la possibilità di scegliere i propri obiettivi e i contenuti da sviluppare sinceramente non capisco proprio in cosa si sostanzi.
[sulle precondizioni che renderebbero applicabili le indicazioni operative proposte]
Su questo punto dovremmo aprire un lungo discorso, ma mi limito a farti osservare che chi vive nella scuola sa bene che essa è un muro di gomma: arrivano le indicazioni ministeriali e, fatto salvo un adempimento formale, tutto procede come prima, ognuno continua ad esercitare il proprio lavoro come sempre ha fatto, anche perché nessuno controlla nulla. I problemi sorgono quando il docente entra in classe e non trova gli alunni perché sono impegnati in qualche progetto, oppure quando il dirigente scolastico impone di fare alcune attività che hanno una qualche visibilità all’esterno (mostre fotografiche, partecipazione a progetti nazionali come “Visita al Senato”, ecc.).
La mia sensazione è che l’analisi di Hirsch ben si attagli alla scuola americana ma non possa essere applicata all’Italia, paese nel quale l’influenza (nel bene e nel male) della riforma Gentile del 1923 ha lasciato tracce indelebili. Ma il discorso è troppo lungo e avremo modo di riprenderlo.
Giuseppe Bacceli è docente di Didattica della macroeconomia presso il Centro di Ateneo Multidisciplinare per l’Alta Formazione degli Insegnanti dell’Università G. D’Annunzio di Chieti-Pescara in cui ha insegnato per anni Economia politica. Ha insegnato Diritto ed economia nelle scuole superiori ed è stato membro del gruppo di lavoro della ricerca internazionale IEA relativa alla civic education; è autore di testi scolastici e di numerosi saggi relativi alla didattica dell’economia politica.
