Educare sempre e soltanto a parole
Un caso di cronaca. Alcuni studenti aggrediscono due docenti e filmano tutto. Un’occasione per indagare alcune idee pedagogiche correnti, e per smarcarsene in modo deciso, fermo, lucido.
A Parma, in un parco nei pressi di un istituto tecnico industriale, un gruppo di giovani studenti ha malmenato due docenti, filmando l’accaduto. L’aggressione, con tanto di cinghiate sulla schiena, pare sia stata interrotta solo dall’intervento di un terzo docente, quando egli ha minacciato di chiamare le forze dell’ordine. Tuttavia, mentre scriviamo, sui fatti restano ancora molte zone d’ombra.
A prescindere dall’esito delle indagini su questo increscioso episodio, è certo che i fenomeni di questo tipo sono in aumento. Che cosa possiamo fare, qui? Possiamo ricostruire alcune delle idee dannose (consce, inconsce) che animano troppe persone che lavorano nella scuola per comprendere meglio lo scenario: le idee sono infatti il primo motore delle decisioni delle persone, delle loro esternazioni e dei loro comportamenti, e a scuola contribuiscono a creare gli “ambienti di apprendimento” (espressione oggi molto in voga) molto più di quanto facciano le lavagne digitali, i robot o l’intelligenza artificiale. Perciò ce ne dovremmo occupare analizzando con pazienza le parole impiegate, i concetti espressi dai protagonisti, dai loro superiori, dai media…
Uno degli insegnanti aggrediti, presa la decisione di non sporgere denuncia verso gli aggressori, è stato interpellato una prima volta sui fatti. Egli ha affermato: “È un problema di ordine pubblico, non legato alle scuole, sono cose a cui io e tanti colleghi siamo abituati”. L’affermazione ha la sua forza apparente, ma lo spirito della norma è diverso, ed è uno spirito apprezzabile: stabilisce che anche ciò che accade fuori dalla scuola possa essere oggetto di esame da parte degli organi scolastici quando abbia ricadute sulla comunità scolastica: cosa pressoché certa nel caso di Parma, visto che tre degli studenti aggressori frequentano la stessa scuola degli aggrediti.
Vale la pena fare una prima notazione generale: esistono insegnanti (forse non sono pochi; sicuramente si sentono moralmente e professionalmente superiori) che non percepiscono le ricadute pubbliche, collettive, dei comportamenti messi in atto dagli studenti, persino quando si tratta di tentativi di fare violenza fisica di gruppo.
Qualche giorno dopo i fatti è stata rilasciata una nuova intervista (non sappiamo se dal medesimo insegnante oppure dal collega) dalla quale si possono trarre altre importanti indicazioni sulle idee in campo. Il docente ha cercato di derubricare l’accaduto, spacciandolo per una “lite” causata dal richiamo rivolto ad uno dei ragazzi, che prima dell’inizio delle lezioni aveva calciato una lattina scagliandola contro la portiera di un’auto. Poco importa che quel sedicenne e 5-6 amici abbiano atteso all’uscita da scuola il temerario adulto per dargli, come i bravi di Manzoni, le giuste “spiegazioni”: pare che il docente abbia interiorizzato l’idea secondo cui un intervento educativo (il richiamo per il calcio alla lattina) possa essere contestato e sfociare in un’aggressione fisica: per divergenza di opinioni. Si ricordi che la “lite” è stata filmata tra le sghignazzate, e il filmato è stato diffuso: forse l’intenzione era quella di mostrare alla collettività come il gruppo difendesse il proprio legittimo punto di vista?
Nel prosieguo di quell’intervista il docente ha definito “incompetente” il ministro Valditara, che – a commento dei fatti – ha affermato “basta con le aggressioni e il giustificazionismo”. Non sono qui in discussione – poiché non rilevano – né il principio di autorità, né la lesa maestà; riteniamo tuttavia si possa enucleare un’altra idea di quel docente: egli ritiene che le sue scelte siano il frutto di una “competenza” professionale (pedagogica, educativa, etc.) che al ministro difetterebbe. Egli non dice – come ci si potrebbe attendere – di voler chiudere la faccenda senza ulteriori strascichi mediatici; o di avere contribuito ad eccitare gli animi con un intervento correttivo dal tono sbagliato; o di di avere paura di vendette, di rappresaglie…No. Il docente formula un principio in cui sembra orgogliosamente credere:
considero il mio non denunciare un intervento educativo […] questi ragazzi hanno già verificato sulla propria pelle che se si comportano male c’è una reazione che non possono evitare. La mia reazione a questa storia è il massimo che come insegnante io posso fare, con ragazzi adolescenti in quelle condizioni, per non voltarmi dall’altra parte.
Questo è il cuore del nostro problema.
Quegli insegnanti non ricorrono alla giustizia ordinaria perché non considerano quell’aggressione come una questione d’interesse pubblico, che dilata la dimensione educativa oltre la ristretta sfera scolastica; perché ritengono che la parte lesa si riduca alla loro persona, anziché ad una lunga serie di valori simbolici che innervano la scuola e la società tutta, e la cui decomposizione ha mostrato da tempo i propri effetti nefandi.
Non denunciare in questi casi è miope. Ogni insegnante è anche cittadino. Nella scuola egli educa anzitutto attraverso il corretto uso dell’intelletto, e poi chiedendo il rispetto di regolamenti che possiamo definire minimi, i quali rendono possibile l’esistenza di una comunità scolastica che non interferisca col ruolo educativo delle famiglie (almeno quelle che lo svolgono). Dovrebbe essere evidente a tutti che ci sono molti comportamenti ed agiti (e tra questi certamente le aggressioni o i tentativi di pestaggio di gruppo agli insegnanti) che non possono essere assunti come ordinarietà educativa della scuola, da gestirsi solamente con lo strumentario didattico o sanzionatorio dei regolamenti, ma presentano una rilevanza educativa che rimanda ad un piano più grande, più generale. Quando la scuola assume su di sé per intero anche l’ingrato compito che spetta alla giustizia ordinaria, degenera in breve in un cattivo riformatorio: dove però sono forzati anche i molti ragazzi che meritano di frequentare una scuola di qualità.
C’è un’educazione (implicita ed esplicita) che riguarda specialmente le famiglie e la scuola; ma c’è anche un’educazione che trascende questi due istituti umani antichissimi, ed è promossa dalla società nella sua interezza, con le sue leggi (scritte e non scritte) e per mezzo della giustizia. La giustizia amministra sempre (pure nel caso di minori) anche la funzione rieducativa proprio perché riconosce che esistono alcune circostanze nelle quali il ruolo degli altri istituti (famiglia e scuola) non è più sufficiente.
Disconoscere questo principio significa una sola cosa: credere che l’educazione nelle scuole sia non solamente distinta (perché la scuola ha strumenti propri e metodi propri) ma addirittura separata dall’educazione, dai principi e dai valori condivisi dal resto della collettività. La scuola opererebbe in un’irrazionale bolla etica, che trova spiegazione nella presunta onnipotenza dei metodi che le sono propri: la comprensione, la spiegazione per via intellettuale, il dialogo, il confronto, chiamati continuamente in causa anche nei casi in cui hanno già ampiamente fallito. Eppure la saggezza insegna che in educazione non di rado i discorsi e il ragionamento non bastano affatto; anzi, talvolta non bastano nemmeno le sanzioni scolastiche.
A conferma della diffusione di una sensibilità, di una cultura educativa che non dovremmo far passare, uno dei giornalisti da cui abbiamo tratto una parte delle informazioni scrive: “I due insegnanti sembra che preferiscano lasciare agli organi collegiali e al consiglio di classe il compito di intervenire in merito alla questione. Un atteggiamento più pedagogico che giustizialista“. C’è un’incoerenza degli insegnanti, che altrove dicevano che il problema era di ordine pubblico; ma c’è anche dell’altro. Il giornalista infatti chiosa con un commento che parrebbe ‘edificante’: “atteggiamento più pedagogico che giustizialista”. Qui trova conferma lo spirito del tempo, con la sua pedagogia intuitiva. È una pedagogia che opera quasi in opposizione alla giustizia comune, e pare volersene allontanare. Mettere chi sbaglia nella condizione di dover affrontare le conseguenze giuridiche delle proprie cattive condotte non sarebbe “pedagogico”, “educativo”, ma semmai “giustizialista”: cioè eccessivo. Anche questa immagine insegna molto sulle idee correnti.
Sia chiaro per tutti: nessuno di noi chiede per quei giovani una giustizia che non sia giusta, cioè proporzionata agli agiti dimostrati. La giustizia minorile ha strumenti propri, e dispositivi concepiti per rispondere ad esigenze educative specifiche, di un’età delicata in cui possono nuocere sia l’eccesso, sia il difetto d’intervento correttivo. E tuttavia scomodare l’aggettivo “giustizialista” solo perché bisogna decidere se denunciare una violenza fisica significa negare cinicamente la possibilità di una giustizia giusta, e mandare un messaggio immondo alla collettività intera; significa contrapporre al valore della giustizia una pedagogia morbosa, che sottrae i giovani al confronto con la realtà. Questa contrapposizione arbitraria e sconcertante è fondata sull’assunto pseudo-pedagogico del lavare i panni sporchi in casa propria, persino quando lo sconfinamento territoriale di certe storture educative è fisicamente già avvenuto, ed è sotto gli occhi di tutti. È un orizzonte mentale in cui gli atti violenti devono essere compresi e giudicati attraverso una strana lente “educativa” che li rende anodini; un orizzonte che non comprende la manifestazione delle conseguenze giuridiche degli atti sbagliati.
Se asseconderemo queste idee, questa sensibilità, l’educazione a scuola cesserà d’essere una specificazione dell’educazione generale e finirà col separarsene del tutto allo scopo non detto (poiché inconscio) di garantire all’allievo, al giovane in formazione, una specie di zona franca all’interno della quale gli può essere dato rifugio, impedendo che si manifesti l’incongruenza tra ciò che la scuola considera accettabile e ciò che non lo è per il mondo esterno. Ancora una volta siamo di fronte ai segnali di una incapacità diffusa di risolvere il confronto tra generazioni in modo razionale.
Allarghiamo ancora lo sguardo. Il provveditore agli studi di Parma, in riferimento ai fatti di cui stiamo parlando, ha spiegato che “tutti devono assumersi la propria responsabilità, che siano studenti, che siano docenti” aprendo il discorso ad una discutibile forma di corresponsabilità, almeno per quello che concerne il caso in discussione. Ha poi aggiunto coraggiosamente che “non è compito della scuola assegnare sanzioni”, accompagnando la frase con un’impercettibile espressione di disgusto. “Il compito principale della scuola è dare strumenti per interpretare il proprio comportamento in modo civile”, ha detto. E infine: “credo che noi dobbiamo dire ai ragazzi che un certo tipo di comportamento può avere delle conseguenze molto gravi, quindi devono saperlo prima. L’idea è quella che un cartello stradale ti dice che una curva è pericolosa, ed è molto utile”. Queste parole – a nostro giudizio – confermano la pervasività degli errori ideologici già analizzati.
1) È vero che un cartello stradale ci fornisce informazioni di cui non siamo a conoscenza, ma l’analogia con il compito della scuola è falsa. Diciamolo chiaro: è ridicolo pensare che gli studenti non sappiano razionalmente che un pestaggio non è una cosa buona poiché nessuno glielo ha spiegato preventivamente. Siamo di fronte alla solita fallacia intellettualistica, che spaccia gli scolari che fanno cose cattive per automi eterodiretti e privi di responsabilità cui nessuno abbia mai spiegato la differenza tra il bene e il male. La colpa sarebbe sempre degli altri, magari degli insegnanti che – stando a quanto detto – dovrebbero trascorrere le giornate a stilare lunghi elenchi di cose lecite ed illecite, come se il senso morale degli individui funzionasse così; come se le famiglie non esistessero, e non svolgessero una funzione cruciale; e – soprattutto – come se i comportamenti umani cattivi, persino quelli più estemporanei, fossero sempre il frutto di scelte dettate dal ragionamento (giusto o sbagliato che sia), e non di spinte e propensioni ben seminate e radicate nel profondo della psiche fin dalla più tenera età, cui non è certo possibile rimediare con una grottesca precettistica o, peggio, con le chiacchiere di classe sul fatto che “è male picchiare gli insegnanti”.
2) Proprio perché la ragione non è onnipotente, e le persone sono sovente mosse da idee inconsce, emozioni e sentimenti, è certamente compito della scuola anche quello di assegnare sanzioni che agiscano su un piano che si somma al piano razionale, o intellettuale: almeno finché alla parola educazione corrisponderà un concetto che ha a che vedere con la realtà umana nella sua complessità, anziché con un eden inesistente. A tal proposito è sempre utile il rimando ad una questione filosofica antichissima, che pare rimossa dal dibattito contemporaneo sull’educazione. Già Aristotele osservava che non diventiamo giusti studiando la giustizia, ma compiendo atti giusti; non diventiamo temperanti ascoltando lezioni sulla temperanza, ma esercitando concretamente comportamenti temperanti. L’educazione morale non consiste dunque soltanto nella trasmissione di idee corrette, ma anche nella costruzione di abitudini corrette. Da questo punto di vista, la sanzione non è il contrario dell’educazione: ne è spesso uno degli strumenti. Una comunità che rinuncia sistematicamente a manifestare le conseguenze delle azioni rischia di indebolire proprio quel processo attraverso cui gli individui imparano a distinguere il lecito dall’illecito, il giusto dall’ingiusto, il bene dal male.
3) La corretta interpretazione del proprio comportamento (quella auspicata dal provveditore) da parte degli allievi non può mai prescindere dalla obiettiva constatazione degli effetti che quel loro comportamento ha prodotto nella realtà. Il significato delle condotte umane non emerge solo dalle volontà singolari, ma emerge anche dai contesti e dai cambiamenti che esse inducono. Dunque è verissimo che gli strumenti di intervento della scuola devono essere adeguati alle sue finalità educative; ma è davvero illusorio pensare che la scuola abbia solamente compiti preventivi, i quali agirebbero come efficienti risanatori della natura umana.
4) Annidato in questo tema di discussione c’è un ulteriore equivoco profondamente moderno: l’idea che proteggere continuamente il giovane dalle conseguenze delle proprie azioni significhi rispettarne la libertà. In realtà accade spesso il contrario. Nessuno diventa veramente libero se non impara che le proprie scelte producono effetti reali. Una libertà separata dalle conseguenze non è libertà, ma fantasia. Educare significa anche accompagnare progressivamente il giovane nell’incontro con il principio di realtà, aiutandolo a comprendere che ogni azione genera una risposta del mondo. In questo senso la scuola dovrebbe ricordare una verità che Hegel aveva colto con grande lucidità: la libertà non consiste nel vivere in un universo costruito su misura dei propri desideri, ma nel confrontarsi con un mondo che resiste, pone limiti e restituisce conseguenze. Solo attraverso questo confronto l’individuo matura e acquisisce una reale consapevolezza di sé. Una scuola che si assumesse esclusivamente il compito di spiegare e comprendere, rinunciando sistematicamente a giudicare e sanzionare, finirebbe paradossalmente per allontanare gli studenti proprio da quella maturità morale e civile che dichiara di voler promuovere.
Post scriptum – in data 29 maggio si è saputo che il tribunale di Bologna ha deciso di procedere d’ufficio, ed ora tre dei ragazzi di Parma sono indagati per violenza e minacce aggravate nei confronti di personale scolastico. Inoltre la sorella di uno degli indagati – in una lettera indirizzata al presidente Meloni – spiega che il professore avrebbe ecceduto, insultando ed umiliando il fratello, pur meritevole del suo richiamo. È anche spuntato un nuovo video – naturalmente filmato dai ragazzi – che mostrerebbe come sia stato proprio uno dei docenti ad indicare loro il parco dove essi lo hanno seguito, forse per parlare lontano dalla scuola, lontano da occhi indiscreti.
A nostro giudizio queste novità cambiano poco la sostanza dei fatti e delle dichiarazioni su cui ci siamo soffermati; e tuttavia non si può dire che non cambino nulla: l’avvocato incaricato da una delle famiglie dei ragazzi incriminati ha anche fatto sapere di avere sporto regolare denuncia verso i professori presso la procura ordinaria. Si aggiungono altre prove dell’ingenuità di chi crede che una pedagogia emolliente tiri sempre fuori il meglio dai giovani, come se il dialogo fosse sempre sufficiente a risolvere tutto. Chi ha pensato che a scuola i principi-base della civiltà potessero essere gestiti in deroga alle norme che regolano il mondo, forse adesso scoprirà che il mondo – presto o tardi – presenta a tutti il conto: in primis alla scuola edificata su idee improbabili.
