Lagado e la pedagogia a manovella

La profetica sagacia di Swift sembra anticipare il nostro presente scolastico, ammorbato dalle strampalate convinzioni di chi vorrebbe sostituire lo studio con l’applicazione di rigidi protocolli insensati.


Riportiamo di seguito un breve estratto da I viaggi di Gulliver, il più celebre romanzo di Jonathan Swift (1667-1745), la cui profetica sagacia sembra anticipare con esattezza il nostro presente scolastico, con le ideologie e i pregiudizi che in esso albergano: a quanto pare le strampalate convinzioni e gli errori metodologici dei “nuovisti” sono vecchi di 300 anni…

“Traversammo una strada per entrare nell’altro settore dell’accademia che, come ho detto, è abitata dagli inventori nel campo della conoscenza.
Il primo che vidi si trovava in una stanza enorme, attorniato da quaranta allievi. Appena ci fummo scambiati i convenevoli, avendo notato i miei sguardi incuriositi verso un immenso telaio che prendeva quasi tutta la stanza in larghezza e in lunghezza, disse che forse mi sarei meravigliato nel vederlo intento a migliorare il campo della conoscenza per mezzo di attività meccaniche e manuali. Ma il mondo si sarebbe presto accorto della sua incomparabile utilità; aggiunse di sentirsi fiero perché mai sino allora era balzato in mente a qualcuno un’idea tanto geniale. Disse poi che, come ognuno sa bene, la via per apprendere le arti e le scienze è dura e faticosa; ma con la sua invenzione anche i più ignoranti avrebbero potuto scrivere libri di filosofia, poesia, politica, legge, matematica, teologia. Ingegno e applicazione non servivano a nulla; sarebbe stata sufficiente una modica spesa e uno sforzo muscolare irrisorio. Allora mi condusse al telaio attorno al quale erano disposti in fila gli allievi. Era un quadrato di sei metri, collocato nel mezzo della stanza, dalla superficie composta di molti pezzi di legno, simili a dadi comuni di diverse dimensioni, e tenuti insieme da fili sottili. Sopra ogni faccia dei dadi era stato incollato un pezzo di carta e tutti insieme comprendevano le parole della loro lingua in tutte le forme, declinazioni e coniugazioni, sebbene senza una distribuzione sistematica. Il docente richiamò la mia attenzione perché stava per azionare la macchina. Al suo comando ogni allievo impugnò la rispettiva manovella di ferro che sporgeva dal telaio (erano in tutto quaranta), poi dette un giro improvviso cambiando completamente la disposizione delle parole. Allora fece leggere pian pianino a trentasei ragazzi le diverse righe come apparivano sulla superficie del telaio, e quando pescava tre o quattro parole che si potevano unire per formare una frase, la dettava agli altri quattro, che fungevano da scrivani. L’operazione venne ripetuta tre o quattro volte e ad ogni giro di manovella le parole sbalzavano di seggio con il rovesciarsi dei dadi.
Gli studenti lavoravano al telaio per sei ore al giorno e il docente volle mostrarmi parecchi volumi in folio nei quali aveva raccolto frasi sconnesse che intendeva ricucire, per fornire al mondo la summa completa di tutte le arti e le scienze. Indubbiamente riconobbe che il metodo doveva essere ancora perfezionato e reso più celere; ciò sarebbe stato possibile se si fosse aperta una sottoscrizione pubblica per far costruire cinquecento telai simili in tutta Lagado e si fossero obbligati i vari direttori dei telai a mettere in comune le loro collezioni di dati.”


(Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, Garzanti, Milano 1975, trad. di Attilio Brilli).

Quando Gulliver visita l’Accademia degli inventori di Lagado, Jonathan Swift non sta solo irridendo gli scienziati stravaganti del Settecento. Sta mettendo in scena – con una precisione che oggi rasenta l’imbarazzante – il nucleo teorico di molti corsi di certa pedagogia contemporanea. A distanza di tre secoli, non leggiamo più una satira: riconosciamo un syllabus.

Il celebre telaio del sapere, quell’enorme macchina di legno, dadi e manovelle, nasce da un presupposto che, nell’orizzonte del neo pedagogismo, si impara presto a considerare indiscutibile: studiare è faticoso, quindi va superato. Il docente di Lagado lo dice senza imbarazzo: la via per apprendere arti e scienze è dura e penosa; la sua invenzione, finalmente, permette di aggirarla. Non eliminarla con l’intelligenza, ma neutralizzarla con una procedura.

Con il telaio, anche gli ignoranti possono produrre libri di filosofia, poesia, diritto, matematica, teologia. Non comprenderli, naturalmente: comprenderli sarebbe ancora un residuo umanistico. L’obiettivo non è il sapere, ma la sua simulazione funzionale. Esattamente ciò che molte teorie pedagogiche dominanti insegnano con serietà accademica: il contenuto è secondario, ciò che conta è l’attivazione del processo.

Gli studenti di Lagado non apprendono: eseguono protocolli. Fanno esperienza manuale, attivano il fare. Girano manovelle, leggono parole estratte a caso, le ricombinano in multifrasi che verranno “ricucite” in seguito. È l’esatto archetipo della progettazione di una unità di apprendimento senza sapere nulla della disciplina che dovrebbe trasmettere. Lì come a Lagado, la forma precede il senso, il metodo sostituisce l’idea, la tecnologia offre il supporto.
Swift coglie con precisione la grande fede pedagogica moderna: che la conoscenza sia una massa informe di dati da rimescolare, non una struttura logica da assimilare lentamente, non un luogo organico di costruzione del sapere. Il telaio contiene tutto il vocabolario, accuratamente distribuito secondo le frequenze dei libri. È il trionfo della statistica (dati comparabili, item, mappe…) sull’intelligenza, del quantitativo sul vero, del dominio del fare sul pensare. Oggi diremmo: “approccio data-driven” pedagogico.

Il docente di Lagado è la caricatura perfetta del pedagogista: instancabile, convinto (si spera!), ricchissimo di documentazione e ricerche, poverissimo di dubbi. Ammette che il metodo non è ancora perfetto o forse non ben applicato, ma chiede soltanto più telai, più studenti, più coordinamento, più acronimi. 
Mai una domanda sul principio o sul fine. Se la macchina non produce senso, è perché non è stata abbastanza oliata o estesa, non perché sia inutile.
La satira di Swift diventa spietata quando mostra l’esito finale: scaffali pieni di volumi ricolmi di frasi sconnesse, destinati a costituire “la somma completa di tutte le arti e le scienze”. È difficile trovare un’immagine più efficace di certa produzione buro-pedagogica: articoli, acronimi, dati, convegni, manuali (marketing, in cui le parole sono corrette, le citazioni abbondanti, i concetti… assenti).
Gulliver osserva tutto questo con un misto di stupore e disagio. Noi, invece, abbiamo istituzionalizzato Lagado, l’abbiamo resa cattedra, corso di laurea, rivista scientifica. E mentre i futuri docenti imparano a far girare manovelle concettuali sempre più sofisticate, Swift ci consegna una verità che nessun corso di pedagogia sembra disposto ad affrontare: non esiste metodo che possa sostituire il pensiero, né dispositivo che possa rimpiazzare il sapere.

A completare il quadro, Swift sembra anticipare anche un dettaglio solo in apparenza marginale, ma oggi rivelatore: la retorica dei titoli. L’Accademia di Lagado non produce soltanto libri insensati, ma li legittima attraverso una forma che simula profondità. È lo stesso meccanismo che oggi anima il marketing pedagogico accademico, dove si moltiplicano volumi intitolati Insegnare a insegnare, Imparare a imparare, Capire di capire, Studiare lo studio. Una sequenza di poliptoti metalinguistici che promettono un salto riflessivo e consegnano, nella migliore delle ipotesi, una circolarità elegante.

Il poliptoto, figura nobile della retorica classica, viene così arruolato come dispositivo di prestigio epistemico (che fa vendere): la ripetizione della stessa radice in forma diversa produce l’impressione di una teoria, senza l’onere di formularla. Come il telaio di Lagado, il titolo lavora al posto del pensiero: gira su se stesso, segnala movimento, rassicura il lettore che ci si trovi su un piano “meta”, dove il contenuto può essere tranquillamente differito. Non si insegna qualcosa, si insegna l’insegnare; non si studia un oggetto, si studia, si dice di studire lo studio; non si pensa il mondo, si dice di pensare il pensare.

Swift avrebbe sorriso: la manovella, oggi, è linguistica. E mentre le frasi si moltiplicano e i titoli si riflettono l’uno nell’altro, resta intatta la sua intuizione più scomoda: quando una disciplina comincia a parlare solo di se stessa, non sta diventando più profonda — sta smettendo di dire qualcosa e diventa marketing.

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