L’uguaglianza e l’inclusione come slogan, la disuguaglianza come esito
La nostra scuola è vittima di idee più grandi di lei, che nella scuola palesano in modo clamoroso i loro tremendi effetti reali.
C’è una contraddizione che le società occidentali faticano ad ammettere: l’uguaglianza formale e l’uguaglianza reale non sono due gradi dello stesso ideale, ma due principi opposti e incompatibili. Confonderli — o peggio, usarli entrambi come se fossero complementari — è stato uno degli equivoci più costosi degli ultimi decenni.
L’uguaglianza formale, quella delle opportunità, esalta il merito individuale. Dice: nessun ostacolo artificiale — di nascita, di sesso, di etnia, di orientamento sessuale — deve impedire a chi vale di emergere. È un principio che tutela l’individuo e, indirettamente, la società intera, perché canalizza talento e lavoro verso il bene comune. L’uguaglianza reale, quella dei risultati, fa il contrario: non si limita ad abbattere i privilegi ingiusti, ma abolisce le differenze tout court, comprese quelle che derivano dall’impegno, dalla competenza, dalla dedizione. Il risultato è paradossale: per livellare i punti di arrivo, bisogna colpire i meritevoli. E colpire il merito significa, in ultima analisi, colpire l’individuo.
Negli ultimi cinquant’anni questo scivolamento è avvenuto gradualmente, ma con coerenza impressionante, soprattutto nel mondo anglosassone. Si è partiti da rivendicazioni giuste — combattere discriminazioni reali e documentate — per approdare a un sistema in cui lo Stato assegna posizioni, risorse e riconoscimenti non in base a capacità individuali ma a quote di appartenenza di gruppo. Chi sei conta più di quello che fai. Da quale categoria provieni importa più di quanto vali. Le istituzioni pubbliche, le università, le aziende hanno assorbito questa logica con una docilità che sorprende. Anziché difendere il principio del merito — imperfetto nella pratica, ma insostituibile come criterio — hanno preferito la resa. Hanno adottato sistemi di calcolo per mascherare i divari di rendimento, hanno gonfiato i voti per nascondere le differenze, hanno sostituito gli standard con le quote. Tutto in nome dell’equità.
Il lungo trionfo della pedagogia progressista
È però nella scuola che queste contraddizioni hanno mostrato la loro forma più netta e più grave. Perché la scuola è il luogo in cui si trasmette — o si dovrebbe trasmettere — un patrimonio. Lingua, sapere scientifico, cultura: beni che appartengono a tutti, ma che non si acquisiscono spontaneamente. Richiedono fatica, guida, autorità competente.
Il sintomo del fallimento è ovunque. Ragazzi che arrivano all’università senza saper scrivere un paragrafo coerente. Studenti che non riconoscono una struttura argomentativa, che non hanno mai letto un libro intero, che confondono l’opinione personale con il ragionamento. Docenti universitari che raccontano, sottovoce e con crescente esasperazione, di dover ricominciare dall’alfabeto con chi ha appena ottenuto la maturità. Non sono aneddoti isolati: sono la norma, e la norma peggiora di anno in anno.
La risposta istituzionale è sempre la stessa: si invoca la complessità del mondo contemporaneo, la distrazione digitale, la crisi della famiglia, la mancanza di risorse. Tutto vero, tutto insufficiente. Perché la causa più profonda e più trascurata è interna alla scuola stessa, al modo in cui essa concepisce la propria missione. O meglio: al modo in cui ha smesso di concepirla.
Per capire dove siamo, bisogna tornare indietro. La pedagogia che oggi domina le nostre scuole non è nata ieri. Affonda le radici in una tradizione che risale almeno a Rousseau, e che nel Novecento ha trovato la sua forma istituzionale nelle università americane, prima di diffondersi, con qualche decennio di ritardo, in Europa. Il suo nucleo filosofico è semplice e seduttivo: il bambino non è un recipiente vuoto da riempire di conoscenze, ma un essere naturalmente curioso e capace, il cui sviluppo va assecondato piuttosto che guidato. L’insegnante non deve trasmettere, ma facilitare. Il sapere non si acquisisce dall’esterno, ma emerge dall’interno. La fatica dello studio è sospetta: se un bambino non impara, probabilmente è perché gli stiamo insegnando nel modo sbagliato, o le cose sbagliate.
Questa visione ha una sua coerenza interna e, in dosi moderate, contiene persino osservazioni sensate sulla motivazione e sul coinvolgimento degli studenti. Il problema è che è diventata dogma. E come tutti i dogmi, ha smesso di misurarsi con la realtà.
La realtà è che la conoscenza non emerge spontaneamente. La grammatica non si scopre da soli. La matematica non si intuisce per via naturale, salvo essere Gauss o Tao. La storia, la letteratura, le scienze sono patrimoni costruiti nel tempo da generazioni di esseri umani, codificati in linguaggi precisi e complessi, che richiedono per essere trasmessi qualcuno che li conosca davvero e sappia come trasmetterli. La figura del docente competente e autorevole non è un residuo autoritario di cui liberarsi: è la condizione perché l’istruzione abbia luogo. Quando questa figura viene sistematicamente indebolita — nella formazione, nello status sociale, nella pratica quotidiana dell’aula — non si ottiene una scuola più libera. Si ottiene una scuola più vuota.
Cosa succede in aula
Le conseguenze concrete di trent’anni di pedagogia progressista sono sotto gli occhi di chi voglia vederle.
Il primo effetto è la svalutazione della conoscenza dichiarativa: sapere le cose, memorizzare, acquisire contenuti viene trattato come un esercizio meccanico e obsoleto, contrapposto alle superiori “competenze”, al “pensiero critico”, alla “creatività”. Ma questa contrapposizione è falsa e dannosa. Non esiste pensiero critico senza conoscenza su cui esercitarlo. Non esiste creatività nel vuoto. Chi non sa niente non può ragionare su niente: può solo ripetere le opinioni che ha assorbito dall’ambiente, scambiandole per riflessioni proprie.
Il secondo effetto è la progressiva ritirata sui risultati. Se l’obiettivo della scuola è garantire uguaglianza di risultato — e negli ultimi decenni questa è diventata, esplicitamente o implicitamente, la sua missione principale — allora gli esiti in uscita diventano un ostacolo. Producono differenze, creano gerarchia, selezionano. Meglio abbassarli, o eliminarli. Così si diffonde la promozione generalizzata, l’inflazione dei voti, la valutazione che premia l’impegno percepito piuttosto che il risultato reale. Si ottiene l’effetto opposto a quello dichiarato: gli studenti più fragili, che avrebbero bisogno di essere messi di fronte alle proprie lacune in tempo utile per colmarle, vengono invece accompagnati verso diplomi e lauree che non corrispondono ad alcuna competenza reale, anzi spesso vengono dispensati dall’esercizio faticoso, immunizzati dall’errore.
Il terzo effetto, forse il più pernicioso, è la demolizione sistematica dell’autorità del docente. La pedagogia contemporanea ha trasformato l’insegnante in un “facilitatore” di processi, un animatore di dinamiche di gruppo, un accompagnatore emotivo. Gli si chiede empatia, flessibilità, capacità di motivare. Non gli si chiede — anzi, lo si sconsiglia — di porsi come portatore di un sapere che lo studente non possiede. Quella posizione viene letta come arroganza, come violenza simbolica, come residuo di una cultura gerarchica da superare. L’ideale non è il maestro, ma l’intrattenitore. In taluni casi il cabarettista creativo.
Il risultato è che molti insegnanti hanno interiorizzato questa svalutazione di sé stessi. Si scusano per il proprio sapere. Evitano la lezione frontale come se fosse una pratica vergognosa. Chiedono agli studenti cosa vogliono imparare, cosa vogliono fare, come se il curricolo fosse negoziabile. E gli studenti, razionalmente, imparano dall’esempio: se il sapere non è abbastanza importante da essere difeso da chi dovrebbe incarnarlo, perché dovrebbe esserlo per loro?
L’equivoco dell’inclusione
A rendere questo quadro ancora più difficile da discutere è il fatto che la pedagogia progressista si presenta sempre sotto le insegne di valori indiscutibili: inclusione, equità, rispetto delle differenze. Chi la critica rischia di apparire come un nostalgico dell’autoritarismo scolastico, un difensore dei vecchi privilegi, un nemico dei più deboli, abilista, passatista, nostalgico, contro l’innovazione … e chi più ne ha, più ne metta. È un equivoco che andrebbe smontato con fermezza, ma dietro a questo equivoco troppe persone sviluppano le loro carriere.
L’insegnamento rigoroso, fondato sulla trasmissione di conoscenze solide e sulla valutazione onesta dei risultati, non è un privilegio dei forti. È, al contrario, l’unico strumento di emancipazione reale a disposizione di chi parte da una posizione di svantaggio. Un figlio di professionisti colti che non impara la grammatica a scuola la imparerà comunque: in casa, nella conversazione quotidiana, nei libri che trova sul comodino. Un figlio di operai o di immigrati che non la impara a scuola non la imparerà da nessuna parte.
Qui si rivela la più crudele delle ironie: la scuola che rinuncia al “livello della conoscenza” in nome dell’inclusione abbandona esattamente chi aveva più bisogno di essere incluso. L’uguaglianza reale — quella dei risultati, quella delle quote, quella che misura il successo non sulla qualità dell’apprendimento ma sulla distribuzione statistica delle promozioni — non livella verso l’alto. Livella verso il basso, e nel farlo colpisce soprattutto chi non ha reti di sicurezza alternative. Il vittimismo come categoria politica e la colpevolizzazione dei presunti privilegiati hanno prodotto, paradossalmente, un sistema che penalizza con più forza i realmente svantaggiati, in una vera e propria eterogenesi dei fini.
Quel che resta da fare
Non c’è niente di romantico nel rimpianto per una scuola severa e nozionistica che spesso era anche classista e selettiva nel senso peggiore del termine. Le critiche all’autoritarismo scolastico del passato avevano una loro ragion d’essere. Il punto non è tornare indietro. È riconoscere che la risposta a una scuola troppo rigida non può essere una scuola priva di contenuto. Che il correttivo all’autorità abusata e mal esercitata non è l’assenza di autorità. Che la critica giusta ad un nozionismo meccanico non autorizza la rinuncia alla conoscenza nei suoi contenuti disciplinari.
Una buona scuola trasmette sapere in modo rigoroso e appassionato. Valuta con onestà. Tiene livelli alti non per selezionare i migliori, ma perché sa che tutti — o quasi — sono capaci di raggiungerli se guidati con competenza e con cura. Tratta gli studenti non come clienti da soddisfare né come vasi da riempire, ma come esseri umani che hanno diritto a un’eredità culturale che senza la scuola non riceverebbero mai.
È una visione esigente. È anche l’unica onesta. Tutto il resto — le competenze senza conoscenze, il pensiero critico senza contenuto, la valutazione senza standard, l’insegnante senza autorità — è una promessa vuota. E le promesse vuote, in educazione, si pagano nel corso di un’intera vita. La domanda da porsi, allora, non è se possiamo permetterci di tornare a una scuola che insegna davvero. È se possiamo permetterci di non farlo.

Cari amici del Liceo Classico, non sapete esprivermi correttamente. Non si tratta di uguaglianza formale e uguaglianza reale: gli studenti devono avere le stesse possibilità iniziali di apprendimento, senza che l’ esito finale sia per forza lo stesso. Tanto più che è evidente che l’ esito finale non è per niente lo stesso. Hai ottimi insegnanti, sei il figlio di un pezzo grosso e alla fine non impari nulla: finisci in un kingsburgher. È capitato a un mio compagno di scuola.
Sei un orfano di entrambi i genitori, hai avuto tali disgrazie che al confronto Harry Potter era uno fortunato: diventi professore di Geostoria al liceo artistico (scuola per magie, succursale di Bergamo), combatti violentatori, pedofili, trafficanti di droga, metti in fuga gente potente peggiore di Don Rodrigo, migliori vite che parevano segnate. Ecco, mi è capitato questo. Tutto ciò non è verosimile e non ha bisogno di essere verosimile, essendo vero.
Un saluto dal Liceo Artistico di Bergamo ai colleghi e ragazzi del Classico, che va salvato.
La invitiamo a una rilettura più attenta dell’articolo. Le osservazioni formulate sembrano infatti presupporre un’interpretazione che non appare coerente con il contenuto e con il significato complessivo del testo. PS: non siamo tutti docenti di Liceo Classico.
Come non essere d’accordo?
Anziché creare ricchezza si punta a condividere miseria (cit.)