Erode tecnocratico o il pane della vita?
È appena uscito il libro di Fausto Di Biase “Pedagogismo. Manuale essenziale di autodifesa per scuole e università”, Pistoia, Petite Plaisance Editrice, 2025: un volumetto aureo che mantiene quello che promette. Pubblichiamo uno dei due capitoli introduttivi, “Isagoge. Considerazioni semiserie su Erode e noi”, a firma di Fernanda Mazzoli.
Dall’ironico distanziamento, al distaccato tedio, all’incontenibile sdegno
Scorro velocemente e distrattamente la bacheca elettronica della scuola in cui lavoro, dove, giorno dopo giorno, si sono accumulate comunicazioni di ogni sorta, mesti grani – impastati di burocrazia e di pedagoghese – che scandiscono il rosario della vita professionale del docente in quanto ha di più limitante e piatto. Posso farlo solo a condizione di proiettarmi all’indomani, quando in una classe leggerò lo scintillante monologo del Cid di Corneille e in un’altra cercherò di spiegare perché Baudelaire si sentiva come un albatro catturato da rozzi marinai.
Inoltre, non ho voglia di farmi il sangue amaro, leggendo i nomi dati a tante iniziative – progetti, corsi di formazione, conferenze – patrocinati da altrettanti esperti ed enti accreditati, i quali rivaleggiano nel deturpare la lingua di William Shakespeare e di William Blake, ibridandola sul gergo del management. Mi limito ad un’occhiata ai titoli, l’esperienza mi ha insegnato che, se aprissi il documento, non ci sarebbe più scampo: da un ironico distanziamento, da un distaccato tedio piomberei in uno stato di incontenibile sdegno, di rabbiosa collera che mi porterebbe ancora una volta a constatare la mia impotenza e a rovinarmi la giornata.
E così oltrepasso in fretta i diversi scogli che si frappongono fra il rosario e il romanzo di Goncarov che ho in programma per il pomeriggio (perché, oltre ad essere allergica al versante burocratico-manageriale del mio lavoro, lo sono anche alla russofobia e ritengo la letteratura russa una delle più alte manifestazioni dello spirito umano), annoto due date di riunioni e chiudo il computer.
Eppure, un’eco fastidiosa e persistente, quasi un rimorso turba la ritrovata pace pomeridiana, e invece di seguire Oblomov nelle sue meditazioni rivado mentalmente ad una comunicazione il cui titolo mi ha colpita così sgradevolmente che ho preferito non approfondire e passare subito alla successiva.
Una nuova fabbrica di servitù
Si tratta di un corso di formazione alla realtà virtuale e alla realtà aumentata per la scuola dell’infanzia e primaria, all’interno di un PNRR dedicato alla riduzione dei divari di apprendimento per studenti con disabilità. In fondo, non dovrebbe interessarmi, è un corso facoltativo, e poi non ho niente a che fare con quegli ordini di scuola. Non è certo la prima proposta formativa volta ad illustrare le potenzialità dell’ IA nell’attività didattica, ce ne sono per tutte le età e tutti i gusti; il punto è che la dicitura scuola dell’infanzia e primaria si è associata istintivamente nel mio cervello ad un’altra espressione emersa improvvisamente da una lettura fatta diversi anni or sono: massacro degli innocenti.
Ad utilizzarla, per denunciare l’impatto dell’uso del digitale selvaggio sullo sviluppo dei bambini, è stato, nel 2016, il pedagogista belga Alain Goussot, docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna, in un intervento capace, malgrado la sua concisione, di cogliere in profondità quelle trasformazioni strutturali – organizzative, ideologiche e didattiche – che stanno facendo della scuola (hanno largamente già fatto)una nuova fabbrica di servitù, come recita duramente il titolo dello scritto.
Di Erodi, cui abbiamo consegnato le nuove generazioni, in giro ce ne sono parecchi; avrei in mente anche qualche nome, ma in questi tempi di pesanti censure e di ancor più pesanti querele con richieste milionarie di risarcimenti per danno d’immagine preferisco ripiegare sull’avidità onnivora del modo di produzione capitalistico che immola corpi e anime sull’altare della conquista incessante di nuove frontiere, fino a fare di ogni aspetto del vivere un mercato sussunto alle leggi del profitto.
Se poi si riflette sull’osservazione di Harry Braveman – che è stato un militante socialista statunitense, nonché il direttore della Monthly Review Press – che la scuola, prima ancora di essere luogo di apprendimento, è luogo in cui si maturano abitudini, cioè si introietta un certo modello comportamentale, si plasma una determinata forma mentis, è evidente che l’ingresso dell’IA nelle scuole dell’infanzia ed elementari mira a porre le condizioni per nuove coordinate mentali che, proprio per essere state introdotte sin dai primissimi anni di vita del bambino, non solo finiranno per foggiarne lo sviluppo cognitivo (e anche fisico, né le due dimensioni possono essere artificialmente separate), ma per naturalizzarsi, facendo parte da subito del suo ambiente di vita.
La nuova strage degli innocenti
Erode il Grande – per quanto noto intestatario della politica della strage degli innocenti che tanta fortuna ha riscosso in terra di Palestina sino ai giorni nostri – era, al confronto, un principiante: disponeva di modesti dispositivi tecnologici e mandava in giro una soldataglia presumibilmente male addestrata, al punto da farsi sfuggire la povera famigliola di Nazareth.
I suoi moderni emuli detengono una potenza di fuoco incomparabilmente più micidiale, capace di colpire in un clic ogni angolo del pianeta, tanto che non c’è più nessun Egitto nel quale cercare riparo. E inoltre, c’è da fare i conti con il raffinamento dei costumi che rifugge da spettacoli sanguinari, soprattutto sotto casa o nel proprio giardino, e con il trionfo della ragione strumentale che bada a mantenere un buon equilibrio fra spese e guadagni, a tutto vantaggio di questi ultimi.
E così, ben lungi dall’eliminare gli infanti con un colpo netto di spada (che a ben vedere è una condotta antieconomica che distrugge in un colpo solo potenziali e bulimici consumatori e futura manodopera), agli stessi si promette una porzione doppia di realtà, una realtà infinitamente più divertente, colorata, emozionante, appassionante e facile di quella che vivono nelle loro case con babbo preoccupato per il mutuo da pagare e mamma stressata perché costretta ad essere multitasking, ovvero più prosaicamente a combinare nel giro di 24 ore tanti impegni, fuori e a casa, quanti troverebbero posto a stento in due settimane, con conseguente crollo nervoso di entrambi, liti, scenate e, all’angolo, separazioni.
Per non parlare delle maestre che, a scuola, pretendono ancora di insegnare a tracciare segni astrusi con una penna su un foglio di quaderno e pure di apportare delle correzioni in caso di errori, con grave colpo inferto all’autostima del piccolo che poco a poco urta contro la frustrante consapevolezza di non essere al centro dell’universo mondo e di non essere perfetto. E così, quale sollievo e compensazione abbandonare la noiosa ed esigente realtà quotidiana per volare verso le illimitate possibilità offerte dal virtuale e dalla didattica più innovativa, che in esso ha scoperto inedite risorse per spianare le vie erte e sassose dell’apprendimento.
Poco importa poi se, considerata la tenera età dei discenti, si rischia, fra l’altro, di creare enorme confusione tra realtà e finzione, tra realtà reale e “realtà” aumentata, confusione spesso alla base di cronache agghiaccianti che hanno per protagonisti adolescenti che sembrano in effetti usciti da un altro mondo dove tutto è un gioco, un’enorme bolla virtuale in cui sentimenti, esperienze, relazioni si sono liquefatti in un narcisismo prossimo al delirio. Si sa che i passaggi epocali qualche cadavere sul terreno lo lasciano sempre e i costi da pagare non sono poi in definitiva così alti, se si considera il roseo futuro progettato per i nostri figli e nipoti dai filantropi del capitalismo digitale: l’equivalente dematerializzato di generose iniezioni di soma, la droga della felicità, già prevista in uno slancio visionario da Aldous Huxley, che assicura euforia, ma anche riposo, vacanze mentali e viaggi fantastici.
I nuovi sofisticati sgherri della strage informatica
A provvedere alla promozione pubblicitaria della sostanza è già operante un agguerrito esercito di esperti sovente di estrazione accademica, mentre per la distribuzione sono mobilitati solerti funzionari statali: uno schieramento di saperi e competenze (o meglio di know how, per coerenza linguistica e culturale) che nessun antico re di Giudea poteva nemmeno immaginare, tanto da essere costretto a mezzi sbrigativi e crudeli che ne hanno consegnato il nome alla damnatio memoriae, invece che alla storia della civiltà e del progresso.
Che si sparga sangue o si prosciughino intelletti e cuori, un massacro necessita poi di un buon numero di comparse che diano una mano svogliatamente o che chiudano occhi, bocca e orecchi per non sentire, non vedere e non parlare.
La dismissione educativa di scuola e famiglia
Per esempio a scuola, nei Collegi docenti o in altri incontri collegiali, quando vengono approvate a maggioranza iniziative formative e didattiche per insegnanti e per studenti basate sull’IA e la realtà aumentata: per rassegnazione, per opportunismo, per giovanilismo, perché così va il mondo, perché ci sono criticità ma anche vantaggi, perché ci si nasconde dietro il ditino dell’uso etico e responsabile, perché si ha una paura folle di passare per retrogradi, perché questo è il futuro e chi siamo noi per tirarci indietro… e via giustificando ed accettando.
Per esempio a casa, quando abbandoniamo i nostri figli alla tentacolare baby sitter digitale, per stanchezza, per superficialità, per comodità, perché così fan tutti, per paura che vengano esclusi dal gruppo (dove a relazionarsi non sono più persone, ma dispositivi) e finiscano nella terra di nessuno degli asociali.
Se la dimensione virtuale ha così attecchito fra i ragazzi non è solo per la pressione enorme esercitata da coloro che ne traggono stratosferici vantaggi economici e sociali, ma per la drammatica dismissione educativa di scuola e famiglia che, invece di opporre una linea di resistenza, fatta di valori e pratiche diverse, si sono vilmente accodate.
La paura di “restare indietro” ha alimentato una rincorsa alle nuove tecnologie che ha lasciato senza fiato scuola e famiglia e senza difesa studenti e figli, consegnandoli nelle braccia degli Erodi tecnocratici.
Mangiamo insieme il pane della vita
Educare i giovani alla bellezza e alla grandezza della vita – che è anche fatica, contraddizione, perdita e sottile equilibrio sul filo dell’ignoto – è coltivare il terreno per un ritorno al reale e all’umano che è una delle priorità odierne, presupposto ineludibile anche per una progettualità sociale alternativa.
Liberare i più giovani dalla gigantesca trappola virtuale in cui rischia di estinguersi l’impulso a scoprire il mondo e ad abitarlo con consapevolezza e responsabilità non passa necessariamente né per il luddismo, né per il proibizionismo. La recente disposizione ministeriale di divieto dell’uso dei telefonini in classe, pur condivisibile in linea generale, non affronta minimamente il problema alla radice, perché non si accompagna affatto ad una messa in discussione della digitalizzazione dell’apprendimento, ma va di pari passo con l’introduzione massiccia e sostanziale nella didattica – fino alla sua ridefinizione – delle nuove tecnologie, compresa l’intelligenza artificiale.
Invece di mettere in mano a un bambino uno smartphone, magari compiacendosi di quanto è svelto a premere i tasti, possiamo prenderlo per mano e accompagnarlo a vedere un bosco in autunno; fargli adottare un albero e seguirne le trasformazioni stagione dopo stagione; leggere insieme ad alta voce un libro; raccontargli storie che dispieghino davanti a lui il potere creativo della parola e della voce umane; affidargli una piantina da far crescere e un animale da osservare e curare: tanti piccoli semi per lo sbocciare di un orizzonte di senso di fronte al quale potrebbero cadere nel vuoto i richiami delle sirene virtuali.
Mani e voci che accompagnano il primo sguardo sul mondo, quello vero, che si fanno compagne, vale a dire che ‘mangiano insieme’ il pane della vita. Può essere poco, confrontato alla potenza degli Erodi del nuovo millennio, ma sufficiente per tenere viva una fiammella ostinata e fiduciosa.
Fernanda Mazzoli
È autrice di testi narrativi e di saggi, fra i quali Scuola liquida. La liquidazione della scuola pubblica e diversi articoli pubblicati sulla rivista Koiné e sul sito del Roars sono dedicati all’analisi delle dinamiche e delle tendenze che caratterizzano la scuola attuale.
Collabora con il blog Invito alla lettura della casa editrice Petite plaisance, scrivendo recensioni letterarie e commenti su temi di attualità. Ultimamente, in Aquiloni nella tempesta ha curato una raccolta di testimonianze sul periodo del Covid, raccontato da chi non ha accettato la narrazione dominante.
Insegna Francese in un Liceo Linguistico.
