Hegel e la “vuotezza di pensieri nelle teste”
Il grande filosofo, quale rettore del ginnasio di Norimberga, si pronunciò sui modi vacui di un certo tipo di didattica e di pedagogia, già presente ai primi dell’Ottocento. Gli argomenti di Hegel meritano una lettura.
[…] In generale, si distingue il filosofare in sè stesso dal sistema filosofico articolato nelle sue scienze particolari. Secondo la mania attuale (tipica nella pedagogia) non si deve venire istruiti sul contenuto della filosofia: si deve piuttosto imparare a filosofare, senza contenuto. È un po’ come dire: bisogna viaggiare, viaggiare, sempre viaggiare: ma non fare la conoscenza di uomini e città, di fiumi e paesi. In primo luogo, però, mentre si conosce una città e si raggiunge magari un fiume, poi un’altra città e così via, si impara senz’altro a viaggiare. Anzi. Si viaggia realmente. Allo stesso identico modo, mentre uno studia il contenuto della filosofia, conosce la filosofia. Viene cioè a conoscenza non soltanto del filosofare, ma filosofa egli stesso. In fondo, anche lo scopo di imparare soltanto a viaggiare, non coinciderebbe in realtà con il conoscere città, fiumi eccetera? Non coinciderebbe cioè con un contenuto? In secondo luogo, la filosofia contiene i più alti pensieri razionali sugli oggetti essenziali. Contiene la loro universalità e la loro verità. È pertanto importantissimo conoscere questo contenuto e accogliere in testa questi pensieri. Il perenne cercare e bighellonare qua e là senza contenuto, questo modo di procedere soltanto formale, questo elucubrare e sofisticare, ha come conseguenza la vuotezza di contenuto e la vuotezza di pensieri nelle teste: ha insomma il risultato che non si sappia proprio nulla. Ma la dottrina del diritto, la morale, la religione sono ambiti ricchi di un contenuto importante. Allo stesso modo, anche la logica è una scienza piena di contenuti. La logica obiettiva (Kant: trascendentale) contiene i pensieri fondamentali di essere, essenza, forza, sostanza, causa, eccetera. L’altra i concetti, i giudizi, i sillogismi, eccetera: cioè altrettante importanti determinazioni fondamentali. La psicologia contiene il sentimento, l’intuizione, eccetera. L’enciclopedia filosofica, infine, l’insieme complessivo in tutti i suoi ambiti. Il fatto che le scienze wolffiane (logica, ontologia, cosmologia, eccetera, diritto naturale, morale, eccetera) siano più o meno sparite non significa certo che la filosofia abbia perso il carattere, che le è proprio, di complesso sistematico di scienze. E di scienze piene di contenuto! Inoltre la conoscenza dell’assolutamente assoluto (poichè le diverse scienze devono conoscere il loro proprio contenuto particolare anche nella sua verità, cioè nella sua assolutezza) è possibile esclusivamente attraverso la conoscenza della totalità dei livelli di un sistema. La diffidenza davanti ad un sistema richiede una statua di Dio priva di forma. Il filosofare asistematico è un pensare casuale, frammentario. L’atteggiamento formale di fronte al vero contenuto, invece, è il pensiero conseguente. In terzo luogo, infine, il processo, pieno di contenuti, che consiste nel venire a conoscenza di una filosofia ha un nome soltanto: si chiama studiare. La filosofia non può che venire insegnata e appresa. Non si fa forse così con tutte le altre scienze? Lo sfortunato prurito di educare al pensar da sè e a produrre in proprio, autonomamente, ha messo in ombra questa verità. Come se mentre io studio cosa è la sostanza, la causa o qualsiasi altra cosa, non pensassi io stesso. Come se non fossi io a produrre, nel mio pensiero, queste determinazioni, ma venissero buttate dentro al mio pensare come pietre. Come se, mentre esamino la verità di queste determinazioni, non mi convincessi io stesso della loro realtà. Dopo che ho studiato il teorema di Pitagora e la sua dimostrazione, non sono forse io stesso che so questo teorema? Non sono io stesso che ha dimostrato la sua verità? Lo studio filosofico, insomma, è, di per sè stesso, tanto un fare proprio quanto un apprendere: quanto lo studio di una scienza già elaborata, che già esiste. Si tratta di un patrimonio di contenuti tramandati , elaborati e formati. Di un tesoro che è già presente, ma che deve venire acquisito dal singolo che lo eredita. Il patrimonio filosofico deve insomma venire studiato. L’insegnante lo possiede e lo pensa per primo, gli allievi lo ripensano dopo di lui. Le scienze filosofiche contengono i pensieri universali e veri dei loro oggetti. Questi sono il prodotto del lavoro del genio pensante di tutti i tempi. Si tratta di pensieri veri, che superano ciò che un giovane studente, non formato, può produrre da solo, con la sua testa. (Come la massa di un tale lavoro geniale supera di gran lunga le fatiche di un giovanotto). Il rappresentare originale e personale sugli oggetti essenziali, proprio della gioventù, è anzitutto ancora povero e vuoto. Ma per la sua più gran parte è addirittura fatto di opinioni, di illusioni e imperfezioni, di errori e indeterminatezza. Attraverso lo studio, al posto di tali illusioni, si fa strada la verità. Solo quando una testa è ben piena di pensieri ha la possibilità di sviluppare ulteriormente la scienza, di persona. Soltanto allora può essere raggiunta una originalità autentica. Con tutto questo, però, le lezioni negli istituti pubblici, soprattutto nei ginnasi, non hanno nulla a che fare. Qui si deve aver di mira qualcos’altro: si deve fare in modo che, attraverso le lezioni, si impari qualcosa e venga cacciata l’ignoranza, mentre la testa vuota si riempie di pensieri e contenuti. Si deve fare in modo che venga bandita quella naturale tendenza, propria del pensiero, che consiste nell’accidentalità, nella arbitrarietà, nella particolarità soggettiva dell’opinare […]
[tratto da G. W. F. Hegel, Sull’insegnamento della filosofia nei ginnasi, lettera a Niethammer, Norimberga, 1812]
Si ringrazia il prof. Giulio Cesare Livio Cantini per la segnalazione.
