L’incantesimo del costruttivismo in pedagogia
Le critiche mosse da E. D. Hirsch al pedagogismo ed al metodologismo che hanno devastato la scuola statunitense sono perfettamente trasferibili alla situazione italiana. Qualcuno se ne occupa? Certamente no, a parte pochi ribelli. Così, alla crescente incapacità di rispondere alle critiche argomentate se non ricorrendo ad accuse di carattere ideologico, corrisponde un crescente declino della scuola come istituzione finalizzata alla trasmissione intergenerazionale del sapere umano.
Leggiamo qui uno dei tanti passi illuminanti del libro “Le scuole di cui abbiamo bisogno e perché non le abbiamo”. Al centro dell’attenzione di Hirsch, c’è la forzatura della teoria psicologica costruttivista operata a fini didattici.
“[…] prima sono venuti gli scopi e i metodi puerocentrici, antifattuali. In seguito si sono reclutate e adattate le teorie correnti più a portata di mano per sostenerli.
La principale di queste è la teoria psicologica chiamata «costruttivismo». Questa teoria ritiene che gli alunni non siano recipienti passivi da riempire di conoscenza, ma partecipanti attivi che costruiscono la conoscenza per sé stessi. Questa teoria comproverebbe l’insegnamento «centrato sul discente», l’apprendimento concreto, l’apprendimento per scoperta e il resto. Il costruttivismo è una teoria psicologica sulla memoria e sull’apprendimento. Nelle sue linee più ampie e nelle sue elaborazioni più caute, la teoria è ampiamente accettata nella psicologia corrente.
Negli anni Trenta, F. C. Bartlett, in un libro fondamentale sulla memoria, mostrò che quasi mai il ricordare umano è un recupero perfetto di qualcosa immagazzinato nella mente, è, piuttosto, una ricostruzione, che in alcuni dettagli può essere molto differente dall’esperienza originale. Poiché l’attività scolastica è basata sull’apprendimento memorizzato, e poiché la memoria significativa non è soltanto una registrazione passiva, ma una costruzione attiva, segue che anche l’apprendimento non è ricevuto passivamente, ma costruito attivamente.
L’intuizione di base del costruttivismo è stata confermata molte volte. A partire dagli anni Sessanta, una serie di esperimenti ha mostrato che di un discorso letto o udito ricordiamo principalmente non tanto la sequenza effettiva delle parole, quanto il loro concetto. Noi non recuperiamo semplicemente le parole una ad una, ma le ricostruiamo parzialmente, di solito sulla base della conoscenza e delle aspettative che avevamo prima di incontrarle. Spesso, non possiamo dire la differenza tra ciò che è stato detto effettivamente e qualche versione di ciò che è stato detto, di cui pensiamo che significhi la stessa cosa. Quest’attività costruttivo-creativa della memoria caratterizza tutti gli apprendimenti significativi, connessi.
D’altro canto, se impariamo e ripetiamo una serie non-significante di monosillabi come puv, loa, rix, è probabile che non recuperiamo qualcosa di costruito e di ricreato. Così, per gli insegnanti è ragionevole segnare una netta distinzione tra l’apprendimento significativo, costruito, e il richiamo non-significante, appreso meccanicamente, che non è costruito. L’apprendimento costruito è dunque in complesso una buona cosa – per molti fini educativi migliore del puro richiamo fotografico o fonografico. La letteratura psicologica abbonda di idioti sapienti, capaci di esibire una memoria parola per parola, ma che mancano di comprensione. Se vogliamo che le nostre scuole producano persone competenti, allora l’apprendimento costruito, significativo, è ottimo.
Ma il costruttivismo non è solo desiderabile, è anche universale. Caratterizza ogni apprendimento significativo, qualunque ne sia l’origine. La natura della comprensione costruita è normalmente estranea ai mezzi con cui la si è costruita. Una volta che una persona abbia costruito il significato di 5+2=7, la procedura con cui ha ottenuto questa comprensione diventa una questione del tutto indifferente. La confusione tra una meta e i mezzi usati per raggiungerla è una confusione logica a cui si è dato il nome di «fallacia genetica». Il salto dalla teoria generale del costruttivismo alla raccomandazione di una pratica particolare di apprendimento per scoperta è affrettato e logicamente illegittimo. Ogni apprendimento che implichi l’uso significativo del linguaggio è, evidentemente, apprendimento costruito – a meno che non si creda nel trasferimento del pensiero o nella telepatia mentale. Il solo modo in cui un alunno può capire ciò che dice un insegnante o qualcun altro è attraverso un’attività complessa, a volte faticosa, per costruire il significato dalle parole. Ascoltare una lezione – se la si capisce – richiede una costruzione attiva del significato. Ascoltare, come parlare, è lontano dall’essere un’attività passiva, soltanto ricettiva.
D’altro canto, è vero che a volte l’apprendimento generato da soli, costruito dall’alunno (apprendimento per scoperta) è conservato meglio ed è più facilmente accessibile dell’apprendimento costruito che è indotto dall’insegnante. Ma se ha il vantaggio di essere ben conservato, d’altro canto l’apprendimento per scoperta ha anche i suoi inconvenienti: ha bisogno di più tempo e a volte i suoi risultati sono incerti – incerti non nella durata di ciò che si ricorda, ma nel contenuto di ciò che si ricorda. Gli alunni «scoprono» ogni sorta di cose, alcune non pertinenti allo scopo, alcune sbagliate. Scegliere la tecnica della scoperta anziché un’altra tecnica è preferire un’applicazione del costruttivismo a un’altra. Tali scelte hanno un carattere pratico e vanno determinate in ogni occasione secondo i fini e i risultati formativi, non secondo una sanzione speciale di una teoria psicologica neutra. In fin dei conti, l’apprendimento per scoperta dev’essere giustificato dalla sua efficacia empirica, e su questa scorta i risultati non giustificano affatto una fiducia estrema o esclusiva in ciò che attualmente si chiama pratica «costruttivista». I pedagogisti sono troppo affrettati nel concludere che il costruttivismo giustifichi «PIÙ apprendimento empirico, induttivo, concreto, PIÙ apprendimento attivo con il connesso rumore del fare, parlare, collaborare degli alunni» e così via. Questa conclusione sbagliata deriva dall’assunto che altre forme di apprendimento comportino più «trasmissione» e «ricezione», invece della costruzione attiva della conoscenza. Invece, tutti gli apprendimenti significativi, indotto da qualsiasi metodo, contengono questa costruzione attiva. In breve, il termine «costruttivismo» è diventato una sorta di incantesimo magico usato per difendere l’apprendimento per scoperta, che non è approvato dalla teoria psicologica più di qualunque altra forma di apprendimento costruito. Fingere che esso sia così approvato è un’illustrazione di ciò che intendo con «uso selettivo della ricerca scientifica». A dispetto delle invocazioni entusiastiche del termine “costruttivismo”, né l’apprendimento per scoperta né qualunque altra forma di pedagogia è particolarmente preferita e approvata dalla psicologia moderna”.
[Tratto da: E. D. Hirsch, Jr., Le scuole di cui abbiamo bisogno e perché non le abbiamo, trad. di Fausto di Biase e Paolo Di Remigio, Editrice Petite Plaisance, Pistoia, 2024, pp. 144-146]
