I ponti sull’abisso

Riflessione sull’illusione interdisciplinare, funzionale al tramonto dei contenuti.



C’è stato un tempo, ormai remoto, in cui la scuola si preoccupava di trasmettere dei contenuti. Poi è arrivata la moderna scienza pedagogica, che ha individuato nella “trasmissione” il nemico pubblico numero uno. Combattuta e vinta la guerra contro i contenuti disciplinari, ridotti a meri pretesti, la didattica contemporanea si è lanciata con slancio messianico verso la sua Fase 2: il culto dell’interdisciplinarità.

L’ossessione del pedagogismo per i prefissi: Inter, Pluri, Trans, Meta

Oggi, se un progetto scolastico non è preceduto da uno di questi prefissi magici (Inter, Pluri, Trans, Meta, Neuro) non è degno di essere finanziato o menzionato nei PTOF. L’interdisciplinare, il pluridisciplinare e il transdisciplinare sono diventati i nuovi dogmi di una religione pedagogica che ha smarrito il proprio centro e ha scelto l’immiserimento dei contenuti della conoscenza come obiettivo dichiarato.

L’ironia di questa deriva è tanto feroce quanto evidente: si pretende di insegnare agli studenti a tessere collegamenti complessi tra materie che, di fatto, non conoscono più. La pedagogia ha dimenticato una regola basilare dell’architettura e del buon senso: per costruire un ponte, servono due sponde solide.
Come si può pretendere che uno studente colga i sottili legami filosofici tra la relatività di Einstein e il relativismo di Pirandello, se non possiede le basi matematiche della prima e non ha mai letto un romanzo del secondo?

Il risultato non è la creazione di menti olistiche, ma la celebrazione di un’ignoranza diffusa e orizzontale. Manca la verticalità dell’approfondimento, sacrificata sull’altare di una visione d’insieme che, senza dettagli, è solo una tela vuota. Che infatti non va interrogata con domande esplicite: vietato fare domande perché tutto potrebbe crollare.

La pantomima del colloquio all’Esame di Stato


Il palcoscenico in cui questa tragedia didattica si trasforma in farsa è, storicamente, il colloquio orale dell’Esame di Stato. Generazioni di studenti e docenti sono stati costretti a partecipare a una vera e propria pantomima: le famigerate “mappe concettuali” o i “percorsi”, dove l’unico vero talento richiesto era l’arrampicata libera sugli specchi.

Abbiamo assistito a collegamenti che sfidavano non solo l’epistemologia, ma le leggi stesse della logica. Argomenti casuali estratti da una busta che dovevano miracolosamente legare tra loro D’Annunzio, la mitosi cellulare, la Seconda Guerra Mondiale e i circuiti elettrici. L’esame si trasformava in un esercizio di enigmistica scadente, un freestyle in cui lo studente si lanciava in voli pindarici pur di accontentare una commissione passivamente rassegnata al nonsense.
Questi non erano naturalmente veri collegamenti. Erano, appunto, ponti sull’abisso: strutture esili e traballanti sospese sul vuoto pneumatico della non-conoscenza. Associazioni imbarazzanti, rimandi spesso esilaranti.

La vera interdisciplinarità è un punto di arrivo, non un punto di partenza. È il lusso intellettuale di pochi grandi scienziati e di alcuni filosofi, di chi ha passato anni a scavare a fondo nella propria disciplina prima di potersi affacciare oltre il recinto e dialogare con il vicino.

In questo senso, l’idea di un nuovo modello d’esame focalizzato su sole quattro materie fondamentali rappresenta una boccata d’ossigeno. Speriamo non venga rovinato con pretesi collegamenti forzosi (e speriamo venga eliminata anche la fase relativa alla discussione dell’esperienza di scuola-lavoro, sigh!).

Non si tratta, dal nostro punto di vista, di un passaggio regressivo o di una resa, come qualcuno ha voluto interpretarlo, ma di una presa di coscienza pragmatica. Ridurre il numero di discipline significa restituire al tempo scolastico il suo valore fondamentale: la possibilità di fermarsi, di analizzare, di ragionare su un argomento senza l’ansia di dover correre verso la materia successiva per completare un finto puzzle che interiorizzava soltanto la superficialità.

È probabile che tra le motivazioni che hanno guidato la riforma dell’Esame vi siano state ragioni di bilancio (e ci sarebbe piaciuto molto che parte dei risparmi fosse stata destinata ai compensi, francamente imbarazzanti, dei commissari, invece che a corsi di formazione sul nuovo Esame — temiamo di sapere tenuti da chi!). Ciò non toglie che il nuovo colloquio si preannunci, oggettivamente, più serio.

Conclusione

Speriamo davvero che si chiuda l’era dei salti sconnessi di palo in frasca e di frasca in frasca. Che si torni a fare una domanda di storia che sia solo di storia, esaminando date, cause, effetti e azzardando qualche analisi critica, senza pretendere che lo studente la colleghi forzatamente alla poetica del fanciullino.
Forse, smettendo di fingere di unire i puntini di un disegno che non c’è, la scuola perseguirà più compiutamente l’obiettivo che conta davvero, quello di fornire ai ragazzi uno stile di pensiero e una cultura di base autentici. Non soltanto dichiarati.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *