Il segreto del più e del meno
Contro ogni insofferenza pedagogica relativa alla “vecchia scuola” ci sono milioni di ricordi di tante persone adulte che hanno incontrato bravi insegnanti per i quali il rigore e la chiara distinzione dei ruoli (accompagnati da un sentimento di rispetto da parte degli allievi) non significavano affatto freddezza, distacco, assenza di relazione umana. Ma a molti – purtroppo – questo sciocco stereotipo fa un gran comodo.
Nel cuore della vecchia Roma, dove l’eco dei secoli si fondeva con le voci cristalline dei bambini, sorgeva, la storica scuola “Angelo Braschi” dei Fratelli de La Salle. Lì, tra banchi di legno intarsiati dal tempo e finestre che incorniciavano scorci di tetti antichi, feci le scuole elementari. Era un tempo di scoperte, di stupore per le piccole grandi meraviglie del mondo, e di un’ingenuità che oggi rimpiango con una dolce malinconia.
Ricordo nitidamente il maestro Filiberto Cottarelli. Severo, sì, con quella postura che incuteva rispetto, ma con occhi che tradivano una profondità umana, una tenerezza nascosta che sapevamo cogliere. Un giorno, la sua voce risuonò nella classe leggendo una storia semplice, eppure per me, allora, così misteriosa. Parlava di un maestro e una maestra che, finita la giornata scolastica, si incontravano in un caffè lì vicino. Seduti a un tavolino, sorseggiando un caffè, conversavano “del più e del meno”.
La mia mente infantile, abituata alla logica stringente delle tabelline e delle operazioni di aritmetica, si bloccò su quell’espressione. Ingenuo, come solo un bambino può essere, sollevai la mano. “Maestro,” chiesi, con un filo di voce, “perché quei due maestri parlano solo del più e del meno e non parlano mai del per e del diviso?”
Il maestro Cottarelli mi guardò, e sul suo volto severo si disegnò un sorriso, seguito da una risata contagiosa alla quale si unirono anche gli altri ragazzini. Non era una risata di scherno, lo capii subito, ma di puro divertimento, forse di tenerezza per la mia domanda così schietta.
Poi, con una dolcezza inaspettata, il maestro si avvicinò al mio banco. I suoi occhi, solitamente così penetranti, si fecero più miti. Mi spiegò, con parole semplici e pacate, che “il più e il meno” non erano solo segni matematici, ma un modo per dire che si parlava di tutto, della vita, dei pensieri, delle piccole cose quotidiane che non rientravano nelle formule. Capii. Capii che il mondo non era fatto solo di numeri e operazioni precise, ma anche di sfumature, di conversazioni leggere, di sentimenti che sfuggivano a ogni calcolo.
Quel ricordo, inciso nel mio cuore come una vecchia fotografia sbiadita dal tempo ma non dalla memoria, risale a quasi sessant’anni fa. A volte, quando la vita si fa più complessa e le domande più difficili, mi ritrovo a sospirare per quel bambino ingenuo e per quel grande maestro. E la nostalgia di quel tempo, di quella Roma antica e di quell’innocenza perduta, è un sentimento che porto sempre con me, come un prezioso tesoro.

Bell’aneddoto, cose molto simili le ricordiamo in tanti, ma per i nostri fuffopedagogisti non contano nulla. Sono accecati dalle loro fumose ideologie e dai loro interessi molto concreti. (Corsi di aggiornamento, di formazione, etc.)