In Difesa dei Compiti – Contro le Utopie Didattiche

Come avviene per molte altre false opposizioni anche la questione dei compiti da svolgersi a casa, posta nel modo sbagliato, diventa grottesca: non si tratta di darne troppi oppure di non darne, ma ovviamente di darne nella giusta quantità e della giusta qualità…


La scuola senza compiti è una chimera. I compiti non sono il nemico, ma un alleato dell’apprendimento. Serve equilibrio, non abolizione. Come diceva Cicerone: “Nihil tam munitum quod non expugnari pecunia possit”. Nulla è così ben difeso da non poter essere conquistato con argomenti solidi. E i compiti, se ben difesi, resistono alle mode pedagogiche.

Il Dirigente scolastico Maurizio Parodi, ad esempio, già autore del sito web www.bastacompiti.it , in un’intervista rilasciata per un articolo del 2022 apparso sulla pagina web della rivista per la scuola e per la didattica #altuofianco, dipinge i compiti come una “crudeltà”, ma dimentica che l’apprendimento non si esaurisce nel tempo scuola. La scuola non è un contenitore chiuso: è un trampolino verso l’autonomia, e i compiti ne sono parte integrante. Ridurli a “abuso educativo” è una semplificazione pericolosa. Ma analizziamo alcuni dei suoi assunti.

1. Parodi, e molti pedagogisti che la pensano come lui, ritengono che i compiti non servano sostanzialmente a nulla. Costoro, tuttavia, ignorano proprio decenni di ricerca pedagogica in tale ambito, che dimostrano come la rielaborazione autonoma dei contenuti favorisca la memorizzazione, la riflessione e l’autonomia*. La letteratura pedagogica seria sottolinea l’importanza dei compiti, da assegnare con criterio, ed è ben lungi dal proporne l’abolizione! La rielaborazione autonoma dei contenuti è un pilastro dell’apprendimento significativo, e i compiti ne sono uno strumento concreto. Il tempo a casa non è affatto “tempo rubato”, bensì tempo di crescita personale.

2. Il mito delle 4-8 ore di compiti. La stima di Parodi è fuorviante: non esiste alcuna evidenza sistematica che gli studenti italiani passino 8 ore al giorno sui compiti. Se accade, è per cattiva organizzazione, non per colpa dei compiti in sé. Regolamentare non significa abolire, e confondere i due piani è intellettualmente disonesto.

3. Analfabetismo funzionale e compiti. Parodi collega l’analfabetismo funzionale all’eccesso di compiti, ma è una correlazione priva di fondamento. L’analfabetismo funzionale nasce da metodologie didattiche inefficaci, non dalla pratica del compito. In realtà, una didattica ben strutturata con compiti mirati può ridurre proprio quel divario.

4. Il disamore per la cultura. Se i ragazzi odiano la scuola, il problema non sono i compiti, ma come vengono proposti. Abolirli non risolve nulla: semmai, li si deve ripensare, renderli più significativi, collegarli correttamente con ciò che si è studiato in classe, o anche alla vita reale, alla creatività, alla scoperta. La cultura si ama quando si è coinvolti, non quando si è deresponsabilizzati.

5. Il diritto al riposo non esclude il dovere di apprendere. L’art. 31 della Convenzione sui diritti dell’infanzia, infatti, parla di diritto al gioco e al tempo libero, ma non in opposizione all’apprendimento. Il tempo libero non è tempo vuoto: è tempo da educare. Educare al tempo è anche educare al compito, alla gestione, alla responsabilità. “Exercitatio artem parat” – L’esercizio prepara l’arte. Senza esercizio, non c’è competenza.

6. “Serve una regolamentazione nazionale”. Già esiste. Le circolari ministeriali (n. 62/1964, n. 431/1965 e n. 177/1969) stabiliscono che i compiti devono essere proporzionati e non assegnati per il giorno successivo ai festivi. Il problema è l’applicazione, non l’assenza di norme.

Abolire i compiti significa dunque privare gli studenti di un’occasione di crescita personale, di autonomia e di responsabilità. Il vero problema non è la loro esistenza, ma la loro qualità. E questo è il terreno su cui si deve combattere: non con slogan, ma con visione pedagogica seria.


* Harris CooperThe Battle Over Homework: Common Ground for Administrators, Teachers, and Parents (2007)
Uno dei massimi esperti sul tema, Cooper ha condotto meta-analisi che dimostrano come i compiti a casa abbiano effetti positivi sull’apprendimento, soprattutto dalla scuola secondaria in poi. Sottolinea che l’efficacia dipende dalla qualità e dalla quantità assegnata.

John HattieVisible Learning. Hattie ha analizzato migliaia di studi sull’efficacia delle pratiche didattiche. I compiti a casa hanno un impatto moderato, ma significativo e crescente al salire degli ordini scolastici, sull’apprendimento, soprattutto se accompagnati da feedback, se sono ben pensati e se promuovono l’autoregolazione.

Aldo FicaraRiflessioni sull’importanza dei compiti da svolgersi a casa. Docente e divulgatore, Ficara sottolinea come il lavoro personale a casa sia parte integrante della formazione culturale, citando anche la circolare ministeriale del 1964 che ne riconosce il valore.

Rita BimbattiCompiti per casa: sostenere e promuovere l’autonomia dei nostri figli. Psicologa dell’educazione, evidenzia come i compiti aiutino a rafforzare, automatizzare e trasferire le conoscenze, sviluppando abilità trasversali e metodo di lavoro.

Cecilia CalvoQual è il ruolo dei compiti a casa? Nel blog Innovamat, Calvo analizza come i compiti possano essere uno strumento efficace per il consolidamento delle conoscenze, se ben progettati e calibrati.

Gianluca Lo PrestiCompiti a casa: pro e contro basati su ricerca scientifica. Lo Presti elenca i benefici dei compiti: consolidamento dell’apprendimento, sviluppo dell’autonomia, preparazione alle verifiche e coinvolgimento dei genitori.

Un commento

  1. Condivido tantissimo il pensiero di Rita Bimbatti allorché sostiene che i compiti a casa sviluppano l’autonomia e le competenze trasversali
    Aggiungo anche che implementano la riflessione e dunque il pensiero critico

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