La rilevanza del cretino

I segnali inquietanti di come il pedagogismo stia disarmando la democrazia.

C’è un paradosso inquietante che attraversa l’Occidente: mentre i sistemi scolastici investono cifre notevoli in apparati come Invalsi e Indire, riforme metodologiche e ossessioni certificative delle competenze, i dati internazionali registrano un crollo verticale dell’intero spettro delle capacità logiche, linguistiche e storiche delle nuove generazioni.

La scuola contemporanea non è mai stata così ricca di “protocolli”, così frequentemente investita da riforme innovative e, al tempo stesso, così culturalmente impoverita e irrilevante. Questo declino non è un incidente di percorso. È l’esito programmato di quella dottrina che Alain Finkielkraut e Jean-Paul Brighelli combattono da anni sotto il nome di pedagogismo: il primato del metodo sul contenuto, la sostituzione della trasmissione con l’intrattenimento e la pretesa di imporre una “scienza dell’educazione” a scapito della complessità oggettiva della conoscenza autentica.

Il ricatto della pseudo-scientificità e il declino della conoscenza vera

L’alibi perfetto del pedagogismo contemporaneo risiede nella sua stessa terminologia. Le riforme scolastiche non vengono più presentate come scelte politiche, valoriali o filosofiche, ma come verità oggettive e necessarie, calate dall’alto dall’alleanza tra burocrazia e “scienze cognitive”. Continue e nuove convenzioni semantiche. Slogan come “imparare a imparare”, “didattica per competenze” o la scomposizione dei saperi in formule modulari vengono venduti come dogmi indiscutibili della neuroricerca.

Si tratta di teorie, sostengono i due intellettuali, strutturate per essere “non falsificabili”, neppure di fronte a evidenze disastrose e imbarazzanti. Se una riforma fallisce e gli studenti ignorano la sintassi o la storia, la colpa non è mai della teoria, ma del fatto che non è stata applicata abbastanza, o che gli insegnanti non sono stati “abbastanza formati” a queste nuove liturgie.

Il polemista Jean-Paul Brighelli, nel suo celebre atto d’accusa La fabrique du crétin, squarcia questo velo di ipocrisia iper-tecnica:

«La pedagogia moderna si è inventata una lingua di legno scientifica per darsi un tono. Non dicono più “leggere un libro”, dicono “decodificare un supporto scritturale”. Dietro questo fumo si nasconde il vuoto assoluto: l’illusione che esista una formula dell’apprendimento che prescinda dallo sforzo, dalla memoria e dall’intelligenza del singolo».

Le scienze serie studiano legittimamente i meccanismi biologici della mente, ma il pedagogismo compie un salto logico abusivo. Se ne appropria senza avere il minimo di competenza neurochimica o neurobiologica e li adatta ai propri scopi, riducendo la cultura a un processo biologico. A poco servono le considerazioni di illustri filosofi della scienza, secondo cui la scuola non deve assecondare la tendenza naturale del cervello verso lo stimolo più facile e immediato; al contrario, serve proprio a emancipare l’essere umano dalla sua immediatezza attraverso l’incontro con ciò che è difficile. La tentazione di trovarsi confezionato il supporto scientifico di cui si aveva bisogno è troppo forte.

Il crollo della verticalità e l’allergia a ogni forma di asimmetria

Il cuore della critica di Alain Finkielkraut risiede nella difesa della “verticalità”. La conoscenza autentica non si “costruisce insieme” in modo orizzontale, come vorrebbe la vulgata costruttivista; si trasmette. Richiede un’asimmetria necessaria tra chi sa e chi non sa, tra il maestro che incarna la tradizione culturale e l’allievo che vi viene introdotto.  Quando — e cioè sempre — il pedagogismo trasforma il professore in un semplice “facilitatore” o “animatore dei dibattiti”, l’atto stesso dell’istruzione viene annullato. Ne La Seule Exactitude, Finkielkraut evidenzia la gravità di questo livellamento:

«Quando l’insegnante diventa un compagno di strada, la scuola smette di essere il luogo dell’istruzione e diventa un prolungamento della strada. Si rifiuta l’asimmetria necessaria tra chi sa e chi non sa. Ma lo studio richiede ascesi, solitudine, sforzo e memoria. Sostituire la cultura profonda con il dibattito d’attualità significa condannare i giovani all’ergastolo della loro ignoranza».

Le materie più impegnative — la grande letteratura, la filosofia, la storia degli eventi, il calcolo teorico, le lingue classiche — sono state progressivamente diluite perché considerate troppo rigide, “traumatiche” o elitarie. Eppure, sono proprio queste discipline profonde a costringere la mente a confrontarsi con l’alterità, con il tempo lungo e con la fatica del concetto.

Il paradosso democratico: l’uguaglianza nella mediocrità

La retorica pedagogica si è sempre ammantata di intenzioni progressiste: democratizzare la scuola, non escludere nessuno, mettere “l’allievo al centro”. Ma, eliminando il rigore, la sanzione del voto e il valore dello sforzo, ha ottenuto l’effetto opposto, trasformandosi nel più formidabile agente di conservazione sociale.

Se la scuola smette di insegnare la lingua alta e la complessità logica, chi si salverà? Solo i figli delle classi agiate, che assorbiranno quel capitale culturale in famiglia. I figli delle classi popolari rimarranno confinati nel loro ghetto linguistico, privati dell’unico strumento di emancipazione e di riscatto sociale: una scuola esigente.

Come scrive ancora Brighelli, con implacabile lucidità:

«Il pedagogismo è intrinsecamente borghese e ipocrita. Permette ai figli dei ricchi di continuare a governare il mondo grazie alla cultura privata, mentre somministra ai figli dei poveri il placebo delle “competenze trasversali” e dell’autostima. L’uguaglianza, che un tempo significava dare a tutti le stesse possibilità di accedere al sapere più alto, oggi significa livellare tutto verso il basso».

L’entropia democratica

Il punto d’arrivo di questo processo ha inevitabili riverberi politici. Una democrazia, infatti, non può sopravvivere senza cittadini capaci di sostenere il peso della complessità e della comprensione. Quando la scuola rinuncia alla verticalità del sapere e si adegua all’orizzontalità delle opinioni equivalenti e spontanee, disarma le menti delle future generazioni.

Senza gli strumenti logici rigorosi che solo lo studio delle “discipline profonde” — così le definisce Brighelli — sa strutturare, la discussione pubblica si arrende all’emotività spicciola e agli slogan. Finkielkraut riassume questo dramma imminente in un passaggio cruciale:

«Quando i cittadini non possiedono più la lingua e i riferimenti storici per decifrare il presente, la democrazia abdica. Diventa impossibile discutere: si può solo aderire a un dogma o linciare il nemico. La fine della scuola repubblicana è l’inizio del tribalismo democratico».

Le democrazie occidentali non rischiano oggi un rovesciamento violento; rischiano un’estinzione silenziosa per via cognitiva. Un’estinzione che si consuma ogni volta che un’aula scolastica decide che un concetto è “troppo difficile” o “troppo lontano” per essere insegnato, barattando l’ascesa intellettuale del cittadino con l’inclusione passiva del consumatore.

Conclusione

Ogni epoca è stata consegnata alla memoria storica per una sua cifra dominante: il secolo dei Lumi, l’età delle rivoluzioni, il Novecento della scienza e la stagione delle ideologie. La nostra — azzarda Brighelli — rischia di essere ricordata come l’epoca del cretino.  E la domanda che la posterità potrebbe rivolgerci non sarà come sia stato possibile raggiungere traguardi scientifici impensabili, ma come, proprio mentre si spalancavano orizzonti di conoscenza senza precedenti, si sia potuto smarrire il valore stesso della formazione, concedendo spazio e legittimità al cretino che abita in ciascuno di noi. Senza il filtro del dubbio, senza il rigore del pensiero critico, senza nemmeno accorgerci del lento declino a cui ci stavamo consegnando, paradossalmente dietro il paravento di una forma di scienza auto-promossa. Perché il vero pericolo non è l’ignoranza dichiarata, ma la banalizzazione dell’intelligenza; non l’errore, ma l’indifferenza verso la complessità e la sottovalutazione delle conseguenze. E forse il tratto più inquietante del nostro tempo è proprio questo: aver trasformato, attraverso riforme scolastiche risibili, la superficialità in linguaggio comune, l’immediatezza in criterio di verità, l’opinione in surrogato del sapere, l’emozione in assoluto e il giacimento di conoscenza che ci precede in una reliquia inutile.

Se così sarà, allora il giudizio della storia non cadrà sulla nostra mancanza di mezzi o di possibilità, ma sull’incapacità di educare alla profondità in un’epoca che aveva finalmente gli strumenti per comprenderla.

[nell’immagine di copertina Michaël Foessel & Alain Finkielkraut, da Jérémy Barande / Ecole polytechnique Université Paris-Saclay/CC BY-SA 2.0]

Un commento

  1. Sulla non falsicabilità dei postulati di questo Pedagogismo, vale sempre quanto sostenne a suo tempo Giorgio Israel: “Da noi però tutti sono soggetti al fascino discreto del pedagogismo progressista. Testardamente continuiamo ad affidarci agli stessi medici che hanno condotto al disastro, seguendo il principio: se 3 grammi di antibiotico non producono miglioramenti prendine 6, se la febbre aumenta prendine 12, se aumenta ancora prendine 24, e così via.” (07/12/2010). Infatti, secondo i pedagogisti, la Scuola starebbe andando in rovina perché vi si continua a praticare testardamente la devastante lezione frontale, perché si danno pesantissimi compiti da svolgere a casa e perché si assegnano terrificanti voti numerici. In altri termini perché, secondo loro, la Scuola non è stata *abbastanza* colonizzata dal pedagogismo. Ma come è già stato osservato, sono almeno 25 anni che la nostra Scuola, diventata sempre più promozionista e debole (anzi, debolista) sul piano educativo, sta subendo il pedagogismo. Del quale colpisce anche la spensieratezza irresponsabile visto che sembra non accorgersi della gravità della nostra situazione interna e geo-politica e si rifiuta di elaborare il lutto dei danni che ha provocato. In una battuta: a forza di celebrare la Divina Adolescenza, il pedagogismo e il mammismo familista hanno finito per assumerne le categorie mentali e l’immaturità.

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