Quando la scuola rinuncia a se stessa

Pubblichiamo l’accorata lettera aperta della professoressa Silvana Salamone. Il Gessetto ha seguito la vicenda del suo licenziamento, emblematica delle aberrazioni cui ha condotto il degrado intellettuale e morale della scuola. È avviata una raccolta fondi per sostenere il suo ricorso in Cassazione.

Il Gessetto ha dato conto con tre articoli (qui l’ultimo) del primo licenziamento di un docente italiano con le imputazioni di mancanza di empatia e di applicazione generalizzata di un metodo frontale di spiegazione: quello della professoressa di matematica e scienze Silvana Salamone, licenziata dall’istituto comprensivo Pietro Egidi di Viterbo. Una docente che svolgeva il suo lavoro in maniera conforme alle previsioni contrattuali del CCNL in vigore.

Le tre espressioni in grassetto del capoverso precedente sono riprese testualmente dalla sentenza del tribunale di Roma che ha rigettato il ricorso della collega: “ciò di cui si discute è un giudizio di inettitudine basato sulla mancanza di empatia mostrato dalla docente“; dalla relazione ispettiva dell’ispettrice dell’USR Lazio che ha portato al licenziamento: “l’apprendimento dei discenti […] risulta fortemente compromesso dall’applicazione generalizzata di un metodo frontale e unidirezionale di spiegazione” (forte compromissione rilevata dall’ispettrice in quella stessa, singola ora di ispezione in cui osservò la Salamone spiegare); ancora dalla relazione ispettiva: “la Salamone svolge il proprio lavoro in maniera conforme alle previsioni contrattuali e al codice di comportamento”.

Crediamo che sia la prima volta che una cosa del genere accade nel nostro Paese. Temiamo che non sarà l’ultima, finché la follia che ha pervaso la scuola italiana non giungerà a una fine.

Con un lavoro di anni, prima strisciante, poi martellante, il mostro è stato creato. Il Golem è stato evocato. Comincia ad esigere le sue vittime sacrificali. Non smetterà di farlo se non si avrà il coraggio di denunciarne l’orrore e di ricacciarlo nelle tenebre della ragione da cui è stato sprigionato.

Mancanza di empatia, dunque. Noi vogliamo andare oltre. Noi vogliamo assumere che la professoressa Silvana Salamone sia antipatica: schiettamente, irrimediabilmente antipatica. E vogliamo anche assumere l’inassumibile: ovvero che tutti gli altri 700.000 docenti italiani di ruolo siano al contrario empatici, empaticissimi. Ebbene? È tollerabile che un lavoratore sia privato del suo posto di lavoro per questo? Che un docente assunto per concorso, abilitato, che ha superato il periodo di prova, sia licenziato per questo? Come abbiamo potuto degradare fino a questo punto – anche noi docenti, sì, anche noi – la concezione del nostro lavoro, idolatrando una delle cento caratteristiche che possono trovarvi applicazione fino a permettere che essa cancellasse tutte le altre? Quale incantamento ci ha presi, quale fanatismo ci ha legati? Quale distorta e nefasta concezione dell’adolescenza e della gioventù ha potuto condurci, noi adulti, a pensare che un docente di matematica e scienze possa essere licenziato per “mancanza di empatia”?

Applicazione generalizzata di un metodo frontale di spiegazione, dunque. Anche qui, noi assumiamo che Silvana Salamone non abbia mai svolto in tutta la sua carriera una sola spiegazione di matematica e scienze che non sia stata “frontale”; e assumiamo anche l’inconcepibile, cioè che tutti gli altri 700.000 docenti italiani di ruolo abbiamo rinunciato tre volte al Satana frontale e non abbiano più fatto una singola lezione frontale da due anni. E allora? I docenti di Silvana Salamone, i nostri docenti, i docenti di tutti gli italiani la cui bocca non sappia di latte, non facevano forse lezioni frontali? L’ispettrice che ha chiesto il licenziamento della collega, la dirigente che l’ha licenziata, i giudici che hanno confermato il licenziamento, non hanno forse ricevuto lezioni frontali? Forse con quest’incubo vogliono dimostrare il danno che ne hanno ricevuto? Chi ha potuto convincerci, e come, che le spiegazioni frontali non funzionano, e non funzionano a tal punto da condannarle senza neppure verificare gli esiti di apprendimento degli studenti che ne usufruiscono? Sono vietate dal contratto collettivo di lavoro dei docenti, le spiegazioni frontali? Quale distorta e nefasta concezione dell’adolescenza e della gioventù ha potuto condurci, noi adulti, a pensare che un docente di matematica e scienze possa essere licenziato perché le sue spiegazioni sono frontali?

Il Gessetto è nato per questo. Per combattere il Mostro. Perché noi lo abbiamo visto; perché noi non fingiamo di non vederlo; perché noi non possiamo essere complici della follia collettiva che ha preso possesso della nostra scuola e del nostro Paese.

Questa è la lettera aperta di Silvana Salamone. È stata lanciata una raccolta fondi per sostenere il suo ricorso in Cassazione.

Ci sono momenti in cui il silenzio diventa complicità. Per questo ho deciso di metterci la faccia, senza vergogna, anche se oggi mi ritrovo a contare i danni morali, economici e professionali di una giustizia che ha preferito difendere la burocrazia piuttosto che tutelare il diritto.

Questa lettera è lo sfogo di chi non si rassegna a vedere la scuola andare a rotoli, ed è un abbraccio ideale a tutti quei colleghi che, ogni giorno, continuano a fare il proprio dovere nel silenzio, resistendo a un sistema che troppo spesso dimentica il valore dell’impegno. Preferisco perdere il lavoro, ma non la mia coscienza e la mia onestà. Perché avrò perso una cattedra di ruolo in uno squallido istituto, in un ambiente degradato, ma ho salvato la cosa più preziosa che una persona possieda: l’integrità. Continuerò a credere nel valore dello studio e dell’onestà come ho sempre fatto, e non potrà esserci nessuna sentenza capace di scalfire la mia integrità morale. 

Sono una docente laureata con il massimo dei voti, con tre abilitazioni e master alle spalle, che ha sempre inteso l’insegnamento della matematica e delle scienze come una missione di serietà, ordine e rigore. Ho sempre creduto, infatti, che il rigore fosse il dono più grande da offrire ai ragazzi per renderli pronti ad affrontare il domani, uno strumento capace di strutturare la mente e fortificare il carattere. Oggi, dopo due gradi di giudizio, mi ritrovo dispensata dal servizio per incapacità didattica e condannata a pesanti spese legali.

Il motivo reale? Non l’incapacità didattica, ma l’incapacità di allinearmi a un sistema scolastico che preferisce regalare voti pur di comprare il silenzio e la tranquillità delle famiglie.

La scuola italiana sta attraversando una deriva commerciale vergognosa: gli alunni e i genitori sono stati trasformati in clientela. Quando lo Stato ha aperto le porte degli organi collegiali alle famiglie, sperava in una collaborazione sana. La realtà odierna è ben diversa: ci troviamo di fronte a una totale inversione dei ruoli, dove chi non ha i titoli, la preparazione e le competenze si arroga il diritto di giudicare, sindacare e distruggere la carriera di un insegnante magari severo, ma giusto.

I genitori fragili di oggi preferiscono eliminare l’ostacolo anziché insegnare ai figli a superarlo. Un brutto voto diventa un dramma da cancellare con una segnalazione o con il pettegolezzo, anziché uno stimolo a studiare di più. Proteggendo i figli in questo modo, non fanno altro che crescerli ancora più immaturi e impreparati alla vita. E l’amministrazione scolastica, pur di evitare lagnanze, conflitti e ricorsi, si allea con l’utenza sacrificando i propri docenti più corretti. Chi regala la sufficienza politica viene premiato con la serenità; chi esige lo studio viene messo alla gogna.

Nelle aule di tribunale ho visto giudici liquidare anni di servizio e sacrifici applicando freddi tecnicismi burocratici, accettando come oro colato dichiarazioni di colleghi nate dal rancore di chi ha visto nel mio rigore un muro invalicabile. Dal punto di vista formale, per adesso hanno vinto loro. Ma dal punto di vista morale e della coscienza la mia testa resta alta. Non mi hanno sconfitta perché la mia onestà non è in vendita. Io ho perso una cattedra in quel sistema malato, ma non ho perso la mia dignità. La scuola ha perso un’insegnante di ruolo coraggiosa. Ma non mi arrendo: ricomincerò a fare supplenze, e porterò con me la stessa identica fermezza. Perché la vera cultura non si regala, si conquista.

Questa denuncia non è solo il mio sfogo personale, ma un grido d’allarme per tutti i colleghi che resistono ogni giorno in trincea: non piegate la testa. Scrivo queste righe con il cuore pesante, ma con la necessità assoluta di dare voce a un dolore che non è solo mio, ma di chiunque creda ancora nella scuola del merito, dell’impegno e della dignità professionale. Sono entrata nella scuola portando con me i valori con cui sono cresciuta: l’idea che lo studio richieda applicazione seria, che la disciplina sia una forma di rispetto verso gli studenti, che il ruolo del docente sia quello di guidare e non di assecondare. Ero stata a mia volta un’alunna meritevole, avevo ricevuto la stima dei miei insegnanti. Oggi, invece, mi trovo a guardare una scuola capovolta. Una scuola che sembra voler regalare voti senza chiedere in cambio sforzi, dove le lagnanze e i canali della denigrazione gratuita sembrano avere più peso dell’oggettività e della preparazione didattica.

Fa male vedere come anni di dedizione possano essere spazzati via da accuse soggettive, accolte come verità assolute da un sistema che, anziché proteggere chi tenta di mantenere la disciplina e trasmettere il sapere, preferisce piegarsi pur di evitare il conflitto. Oltre al danno professionale, oggi subisco il peso economico di una giustizia che sento profondamente distante dalla realtà delle nostre aule. Ma il dolore più grande non sono i soldi che dovrò pagare o i sacrifici che peseranno sulla mia famiglia: è la sensazione di un tradimento istituzionale. Ci si chiede di educare, ma ci si toglie l’autorità per farlo.

Io ho cercato di insegnare ai miei studenti a camminare; i loro genitori, i miei colleghi, la mia dirigente hanno preferito pretendere che la strada fosse spianata. ll problema non sono stata io, che sono stata una delle poche che ha avuto il coraggio di rimanere fedele ai propri valori. Il problema è un sistema scolastico malato, rispecchiato da una giustizia che di giusto ha ormai soltanto il nome. A cosa serve cercare tutela nei tribunali italiani, se poi le sentenze si limitano a ratificare il pettegolezzo e il rancore personale, senza uno straccio di prova oggettiva? La magistratura d’appello ha preferito avallare ciecamente la ricostruzione del primo grado, trasformando le lagnanze e le antipatie personali in una verità processuale.

Trent’anni fa, il docente godeva di prestigio, onore e tutela istituzionale. Oggi è una figura indifesa, lasciata in balia dell’utenza, e viene sacrificato sull’altare del finto buonismo pur di compiacere le famiglie. Ma le conseguenze di questo capovolgimento sono sotto gli occhi di tutti: distruggendo quel rigore e quella disciplina che io cercavo faticosamente di difendere, lo Stato ha abdicato al suo ruolo educativo. Il risultato? Una scuola allo sbando, dove la totale impunità autorizza i ragazzi ad alzare le mani sui professori, persino a portare i coltelli in classe e a calpestare ogni regola del vivere civile. Colpendo insegnanti come me si legittima il collasso educativo della nostra società.

È l’ennesima dimostrazione di una scuola che ha smarrito la propria anima per trasformarsi in un ammortizzatore sociale delle frustrazioni dei genitori. Io ho difeso la mia coscienza, loro hanno svenduto il futuro della scuola. Hanno voluto piegare me, ma ad essere sconfitta è l’intera istituzione scolastica. 

La scuola ha fallito! È un fallimento di cui tutti siamo testimoni, ma nessuno ha il coraggio di dirlo. Vorrei lanciare un messaggio al nostro Ministro dell’Istruzione e del Merito. Ministro, a settembre del 2024 Le inviai una lettera dettagliata, denunciando la gravità di ciò che stavo subendo. Non ho ricevuto risposta. Questo silenzio e questa mancanza di attenzione di fronte a una ferita così profonda della scuola sono dolorosi. Mi aspettavo solidarietà, ho trovato il vuoto e l’abbandono. Signor Ministro, tolga quella parola dal nome del suo Ministero, “merito”: cambi il nome in “Ministero del Regalo e del Consenso“, perché la scuola di oggi ha svuotato il concetto di merito, trasformandolo nel diritto di chi non vuole fare sacrifici.

Il vero merito è quello che da studentessa ho sudato io, sui libri, senza mai ricevere nessun regalo: un percorso solido, fatto di una laurea con 110 e lode e di tre abilitazioni all’insegnamento ottenute con il massimo dei voti, traguardi di cui posso andare fiera; non quello che l’amministrazione svende pur di non avere lamentele dai genitori. Avete etichettato come incapace me: ma la verità è che l’incapacità sta in un sistema che non sa proteggere i suoi docenti e svende la cultura per non avere problemi con le famiglie. Vi riempite la bocca con una parola di cui avete deliberatamente ucciso la sostanza, celebrando un merito di facciata che premia tutto tranne il valore reale.

Non scrivo per cercare commiserazione: lo faccio perché spero che questo mio grido possa scuotere le coscienze dei docenti della scuola italiana che credono ancora nel nostro lavoro. Ai colleghi che difendono ogni giorno il valore della cultura, rivolgo un appello: agite sempre secondo la vostra coscienza e difendete con le unghie e con i denti la nostra libertà di insegnamento, un diritto che nessuno deve permettersi di calpestare. A chi tra voi crede ancora in questi valori chiedo di non lasciarmi sola come hanno fatto le istituzioni.

La verità processuale è una verità di comodo, che serve a nascondere l’ipocrisia di chi non vuole ammettere l’evidenza: ovvero che dietro il mio operato, come dietro quello di altri docenti seri e integri anche loro perseguitati, non c’è stata incapacità, ma la schiena dritta di chi non si piega.

professoressa Silvana Salamone

Aiutiamo la collega Silvana Salamone!

È stata lanciata una raccolta fondi per sostenere il suo ricorso in Cassazione.

Sei vittima di mobbing, di pressioni indebite, o dell’atteggiamento ostile o aggressivo di alcune famiglie?

Raccontaci quel che ti accade perché si sappia, per sentirci meno soli, per trovare insieme la forza di reagire.

6 Commenti

  1. Tutta la mia vicinanza, per quel che vale, alla Collega Silvana. Un plauso all’iniziativa del Gessetto. Nessuno può dirlo, ma è possibile che questa vicenda sia uno degli ultimi (e dolorosi, così poco *inclusivi*) colpi di coda di questa nostra scuola rovesciata e da rimettere velocemente con i piedi per terra.

  2. Anche io esprimo la mia solidarietà. Auspico che si possa organizzare un qualche tipo di sostegno concreto alla collega al quale aderirei di certo.

  3. Lei non è empatico…licenziato! Lei invece non sa la matematica, ma è empaticissimo…confermato!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *