L’innovazione ha sempre ragione. Finché non ha torto.
Il culto del nuovo è un male insidioso perché nasconde i rischi del cambiamento acritico dietro la parvenza della disponibilità al cambiamento.
Tra coloro che dell’innovazione permanente hanno fatto una professione — e, talvolta, anche un discreto fatturato — serpeggia una nuova forma di intolleranza: quella verso chi osa dubitare delle magnifiche sorti delle innovazioni pedagogiche e dei loro immancabili benefici. Il metodo è semplice. Si recuperano articoli di cinquant’anni fa nei quali si lamentava il decadimento della scuola, la svogliatezza degli studenti, la perdita del merito, la crisi delle conoscenze. E si conclude, con aria trionfante, che il lamento è eterno; dunque ogni critica di oggi è soltanto l’ennesima nostalgia di chi rimpiange il calamaio.
È un’argomentazione apparentemente brillante ed inconfutabile. Fino a quando smonta un luogo comune. Poi, però, ne costruisce uno ancora più insidioso. Perché è certamente vero che ogni generazione è convinta di vivere la fine della civiltà. Lo erano i nostri nonni. Lo erano i loro nonni. Lo era perfino Platone, che diffidava della scrittura perché avrebbe atrofizzato la memoria. La nostalgia è probabilmente il sentimento più stabile della storia. Ma da ciò non discende affatto che ogni novità sia un progresso.
Negli anni Sessanta comparvero coloranti sintetici che trasformavano una semplice menta in un’esperienza emotiva. Il verde non doveva solo ricordare la natura, doveva ricordare un modo nuovo di bere. Chi storceva il naso era il solito passatista incapace di capire che “i tempi cambiano” e le bevande non sono da meno. Poi si scoprì che certi coloranti erano tutt’altro che salutari e vennero ritirati perché cancerogeni. Si tornò indietro. Con grave imbarazzo dei sacerdoti dell’irreversibilità del progresso (per i quali “bere una bevanda colorata era un’altra cosa!”).
Del resto anche l’amianto era moderno. Il DDT era innovativo. La benzina al piombo era la novità del momento. Perfino le sigarette erano così moderne che i medici le reclamizzavano nelle pubblicità. Il Novecento è un museo di innovazioni entrate in scena tra gli applausi e uscite accompagnate alla porta dalle risultanze vere. Non tutto ciò che è nuovo migliora il mondo. Talvolta cambia soltanto il catalogo. L’innovazione, infatti, non è una virtù. È una data sul calendario. Indica quando una cosa arriva, non se convenga farla entrare. Si sente spesso ripetere che “i tempi cambiano”. Vero. Ma sono le evidenze che cambiano i tempi, non i tempi a dover cambiare le evidenze. Per questo il metodo scientifico non consiste nell’applaudire il futuro con entusiasmo preventivo, così come non consiste nel rimpiangere il passato per riflesso condizionato. Consiste in qualcosa di molto meno emozionante e molto più faticoso: verificare. Misurare. Confrontare. Accettare anche l’ipotesi che una novità possa essere peggiore di ciò che sostituisce.
Curiosamente sono gli stessi che invocano “dati ed evidenze” quando devono demolire quelli che definiscono “nostalgici” a dimenticarsene quando occorre valutare gli effetti delle innovazioni che promuovono. Del resto corsi, webinar, master, manuali e consulenze hanno un piccolo difetto: prosperano più facilmente se ogni anno nasce una nuova rivoluzione pedagogica. A pensar male si fa peccato. Ma il mercato dell’innovazione educativa, più che un laboratorio, somiglia talvolta a un salone dell’automobile: ogni modello è “rivoluzionario” fino all’uscita del catalogo successivo. Il rischio, allora, è di sostituire un catechismo con un altro. Ieri: “era tutto meglio prima”. Oggi: “è tutto meglio perché è nuovo”. Cambia il verso della fede; resta intatto il bisogno di credere. Platone aveva torto sulla scrittura. Ma non perché criticava il nuovo. Aveva torto perché i suoi argomenti non reggevano alla prova dei fatti. È una differenza enorme. La civiltà non progredisce quando smette di dubitare delle novità. Progredisce quando smette di venerarle.
