Lo studio? Fuori catalogo
Come gli “esperti” hanno cancellato il verbo studiare da ogni documento innovativo e svenduto le parole della scuola.
Una realtà istituzionale è tanto più forte quanto più le sue parole riescono a essere stabili nel tempo, capaci di attraversare il divenire senza perdere senso. Non è un caso che istituzione e istituto derivino dal latino instituere: stabilire, fondare, rendere stabile. Le parole non sono semplici etichette, ma strutture portanti del pensiero collettivo; quando esse mutano in modo incessante, è il segno di una fragilità più profonda: l’istituzione smette di fondare e comincia a inseguire.
Una realtà, al contrario, è debole quando il suo linguaggio si modifica continuamente, quando ha bisogno di inseguire le mode o di adattarsi alle contingenze ideologiche ed economiche del momento. In questi casi, il lessico non chiarisce, ma maschera; non fonda, ma legittima decisioni prese altrove.
Negli ultimi quindici anni la scuola italiana ha vissuto una trasformazione lessicale radicale. Non si tratta di un semplice aggiornamento terminologico, ma di un vero e proprio slittamento culturale. Il linguaggio tradizionale dell’educazione — centrato su studio, conoscenza, formazione, giudizio, responsabilità — è stato progressivamente sostituito da un repertorio importato dal mondo dell’economia e della finanza.
Il vocabolario oggi dominante parla di portfolio, debiti e crediti, bilanci di competenza, offerta formativa, produzione scritta, competere, capitalizzazione dei saperi. Parole che non nascono nella scuola e non rispondono a una sua necessità interna, ma che provengono da un universo estraneo: quello delle banche, delle aziende, della gestione finanziaria. Gli “scienziati delle riforme” hanno trapiantato questo linguaggio nel sistema educativo con l’illusione che il cambiamento delle parole potesse produrre automaticamente un miglioramento della realtà.
In un’epoca in cui il denaro è diventato misura di tutte le cose e unico generatore di valore, anche la scuola è stata spinta a ridefinirsi secondo criteri economici. Lo studente diventa un soggetto che accumula crediti, l’insegnante un erogatore di offerta formativa, il sapere un capitale da investire e far rendere. Ma l’educazione non è un mercato e la conoscenza non è una merce.
A rendere il quadro ancora più incoerente è la battaglia ideologica contro il merito, condotta dagli stessi esperti delle riforme che non vivono l’aula dopo aver imposto alla scuola una didattica fondata su competenze, standard e misurazioni ossessive. Per anni la scuola è stata riplasmata come un sistema di rilevazione: griglie, indicatori, livelli, rubriche, dati. Tutto doveva essere reso misurabile, confrontabile, standardizzato su concetti mai definiti rigorosamente.
La guerra al merito non risponde a un’esigenza educativa, ma a un’esigenza difensiva: salvare un sistema che misura incessantemente e si fonda addirittura su una disciplina come la docimologia e che, proprio per questo, non può poi ammettere gli effetti di selezione o di graduazione che inevitabilmente una misura oggettiva genera o rende evidenti. La docimologia nasce con l’obiettivo di rendere l’apprendimento misurabile, comparabile, standardizzato. Il merito, però, non è altro che l’emergere di differenze significative all’interno di un sistema di valutazione.
I due paradigmi “sì alla docimologia” e “no al merito” sono mutuamente esclusivi.
La trasformazione della scuola non è stata neutra sotto altri punti di vista. Ha trovato una propria legittimazione teorica nella docimologia, elevata a sapere di riferimento: la scienza della misurazione che pretende di oggettivare l’apprendimento riducendolo a dato. In nome della docimologia, la valutazione è stata sottratta alla responsabilità del giudizio per essere affidata a procedure, algoritmi, medie, percentuali. Non si giudica più, orrore giudicare.
C’è un’ulteriore contraddizione della docimologia contemporanea. Dopo aver ridotto la valutazione a puro dato misurabile, essa finisce per respingere il voto in quanto tale e per certi versi la stessa misurazione valutativa. In questo modo, però, non coglie il valore simbolico e convenzionale del voto, che non è semplicemente un numero ma un segno socialmente condiviso, formativo ma non soltanto.
Il voto, proprio perché convenzionale, svolge una funzione di feedback sintetico, immediatamente comprensibile, che comunica allo studente non solo una prestazione ma anche un riconoscimento di valore sociale e una assunzione di responsabilità. Eliminare o svalutare il voto in nome di una pretesa oggettività del dato significa ignorare che l’atto valutativo è sempre anche un atto simbolico e relazionale, che orienta il soggetto, lo chiama a rispondere del proprio percorso e lo colloca all’interno di una comunità di senso. Così, nel tentativo di superare la semplificazione numerica, la docimologia rischia paradossalmente di produrre una valutazione ancora più povera: formalmente sofisticata, ma incapace di parlare davvero allo studente.
Questa trasformazione linguistica rivela una dipendenza culturale imbarazzante. La scuola, anziché affermare la propria autonomia simbolica e il proprio ruolo critico nella società, si è piegata a un lessico che non le appartiene, rinunciando alla forza delle sue parole storiche. Così facendo, ha indebolito anche la propria identità.
Difendere il lessico della scuola non significa rifiutare il cambiamento, ma riconoscere che non ogni innovazione è progresso e che le parole, prima ancora delle riforme, costruiscono o distruggono le istituzioni. Una scuola che smarrisce il proprio linguaggio smarrisce anche la propria missione: formare persone, non produrre capitale umano.
Il problema non è quindi solo nelle pratiche, ma nel linguaggio. Una scuola sommersa da neologismi, dalla docimologia e dai dati, ma incapace di nominare il valore, rinuncia al giudizio e, con esso, alla propria funzione educativa. E una scuola che misura tutto, riduce tutto al binomio debito/credito, ma non sa dire perché misura e che cosa misura è una scuola che ha smarrito il senso dello studio e con esso il senso medesimo di se stessa.
