Due libri sulla scuola
Due libri illuminanti sulla crisi della scuola: “Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza” di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi e il recentissimo “Salvare i saperi per salvare la scuola” a cura di Elisabetta Frezza.
Il danno scolastico
Il volume, che ha avuto una notevole eco, ha per oggetto il degrado della scuola e dell’università negli ultimi decenni, in conseguenza delle numerose riforme che ne hanno impoverito lo spessore culturale. Gli autori, entrambi ex docenti, raccontano la loro esperienza prima di studenti e poi di insegnanti. Il libro dimostra che nella scuola italiana si è realizzato un paradosso pernicioso: lo sforzo, poco razionale e lungimirante, di garantire a tutti il “successo formativo” ha prodotto un drastico abbassamento del livello che ha reso tutti più ignoranti, provocando un danno enorme.
Luca Ricolfi, sociologo, ha insegnato all’università per molti anni analisi dei dati, che comprende analisi matematica e statistica, e può riportare la sua esperienza. Una minoranza di studenti supera l’esame, talvolta anche col massimo dei voti; ma più di metà ha lacune talmente gravi che rischia di non superarlo mai: studenti che non capiscono le domande, fanno scena muta, danno risposte senza senso, sbagliano operazioni anche molto semplici. È esemplare la storia di una studentessa di psicologia di 25 anni (nel libro chiamata Martina) che, arrivata alla fine del suo percorso universitario, nonostante l’impegno profuso non riesce a superare l’esame di analisi perché ha ancora lacune da scuola elementare.
Ricolfi ricorda anche un terribile esperimento che fu realizzato negli anni ’60 da due neuroscienziati americani. Ad alcuni gattini neonati furono cucite le palpebre, così da impedire loro di vedere. Dopo tre settimane le palpebre furono scucite; ma i gattini rimasero ciechi. Le prime tre settimane di vita infatti sono il periodo critico in cui nei gatti si attivano i neuroni della vista; passato quel tempo, è troppo tardi. Una cosa analoga può accadere all’essere umano: chi non impara le basi dell’italiano e della matematica alle elementari, rischia di non impararle più.
Chi ha ‘cucito le palpebre’ a Martina? Secondo gli autori è stata proprio la scuola, che non richiede più di studiare seriamente. Nel libro si delineano le tappe storiche che hanno profondamente trasformato il sistema d’istruzione. I picconatori della vecchia scuola, considerata classista, eccessivamente severa e non più adatta ai tempi, hanno stravinto senza che nessuno si opponesse loro, tranne una piccolissima minoranza di docenti e intellettuali. Nel corso degli ultimi decenni c’è stato anche un enorme cambiamento nella mentalità collettiva e nel costume, negli atteggiamenti e nelle aspettative di studenti e famiglie, che ormai vogliono la promozione e il diploma senza troppi ostacoli.
Il colpo finale alla scuola e all’università è stato dato dalla riforma Berlinguer del 1999: il “3+2”, il “diritto al successo formativo”. L’università ha sempre più abbassato gli standard: spesso gli esami annuali sono stati suddivisi in tanti microesami su piccole porzioni del programma, allo scopo di permettere a un numero sempre maggiore di studenti di superarli e di laurearsi. D’altra parte i docenti universitari hanno sempre meno tempo da dedicare alla didattica, poiché dalla riforma Gelmini del 2010 devono pubblicare a ritmi forsennati. Ciò comporta che spesso le pubblicazioni siano ripetitive e poco originali, e che venga trascurata tutta quella ricerca che è fondamentale ma non ha un obiettivo immediato di pubblicazione.
Mastrocola, insegnante di italiano, spiega come la scuola abbia iniziato a franare alla fine degli anni ’90. Dopo la riforma Berlinguer, che tra le altre cose stravolse lo scritto di italiano della maturità, le scuole si sono riempite di discutibili e inutili progetti. Si iscrivono alle superiori sempre più studenti che negli otto anni di scuola elementare e media non hanno studiato la grammatica, non hanno letto un libro, non capiscono quello che leggono, non sanno esprimersi in modo comprensibile, infarciscono di errori i loro scritti che spesso sembrano privi di senso. I docenti, per non dare troppe insufficienze e non trovarsi costretti a bocciare, devono per forza semplificare oltremodo il programma e rinunciare a svolgere parti importanti, perché ormai risultano troppo complesse e non comprensibili dalla classe.
Molti ragazzi abbandonano il liceo perché, semplicemente, non riescono a studiare. L’autrice ricorda il caso di un ragazzo di 15 anni, diligente e studioso, ma che andava male perché non aveva le basi necessarie: dovette cambiare indirizzo e trasferirsi in un tecnico, per il quale non sentiva propensione, con grande amarezza poiché si trovava bene con la classe e con i professori. Ci sono poi quelli che vanno avanti soltanto grazie alle ripetizioni private. Alcuni prendono ripetizioni perfino all’università: è il trionfo dell’istitutore privato, dell’istruzione individuale sull’istruzione pubblica.
Gli invisibili e i dimenticati della scuola progressista sono, paradossalmente, i capaci e meritevoli, quelli che dovrebbero poter arrivare “ai gradi più alti degli studi” anche se privi di mezzi (Costituzione italiana, art. 34). Di loro il sistema non sa che farsene. E sono sempre meno, non per carenza di attitudini e capacità ma perché mancano le condizioni ambientali.
La pedagogia progressista prende spesso a modello don Lorenzo Milani, che nella Lettera a una professoressa del 1967 esprimeva diffidenza verso la cultura “borghese”, considerata uno strumento che i ricchi usavano per opprimere i poveri. Il suo pensiero pedagogico, deformato e scisso dall’esperienza dalla scuola di Barbiana nella quale e per la quale si era definito, è stato assunto tra i fondamenti di un’ideologia che odia gli ostacoli e preferisce rimuoverli, indifferente all’abbassamento del livello di istruzione che ciò comporta. Questo livello sulla carta è enormemente cresciuto dal 1950 a oggi (i diplomati e i laureati sono ovviamente molti più), ma si allarga la forbice tra istruzione legale e istruzione reale, che è modesta e drammaticamente in declino, come mostrano anche i test Invalsi che registrano risultati sempre peggiori.
Il volume si chiude con una dimostrazione statistica, corredata di dati, tabelle e grafici, del fatto che la scuola semplificata ha nel corso dei decenni ridotto la mobilità sociale, allargando la forbice tra ceti alti e bassi. E si deve aggiungere che il degrado scolastico ha danneggiato tutti, non solo i ceti bassi. Il danno viene prodotto principalmente alle elementari e alle medie, che sono gli ordini di scuola più massacrati dalle riforme pedagogiche. Alle superiori, spesso è troppo tardi per recuperare. E a maggior ragione all’università.
Salvare i saperi per salvare la scuola
Il volume pubblica gli atti del secondo congresso dall’associazione ContiamoCi! che si è svolto a Vicenza il 16-17 novembre 2024 ed è stato registrato sul canale La Voce Tv. Hanno contribuito, oltre alla curatrice, Fabio Bentivoglio, Alberto Giovanni Biuso, Giovanni Carosotti, Duccio Chiapello, Fausto Di Biase, Giorgia Filiossi, Federico Greco, Stefano Isola, Stefano Longagnani, Francesco Prandel, Enrico Rebuffat, Daniela Righi, Ilaria Rizzini. I relatori sono docenti o ex docenti di scuola superiore e università, mentre Giorgia Filiossi è una grafologa e Federico Greco è, insieme a Mirko Melchiorre, l’autore del film documentario D’istruzione pubblica in questi giorni nelle sale (sul Gessetto le recensioni di Elisabetta Frezza e di Davide Sali). La relazione sui discutibili concorsi docenti PNRR era stata anticipata su il Mulino e qui sul Gessetto.
Il congresso affronta numerose tematiche, alcune già toccate nell’appuntamento dell’anno precedente (Per una scuola che torni a essere scuola, recensito qui sul Gessetto) e ora riprese con approfondimenti e puntualizzazioni. Eccone alcune delle più interessanti.
La pedagogia progressista puerocentrica di origine americana (che fa capo a Dewey e Kilpatrick) ha devastato la scuola elementare indebolendo sempre più l’insegnamento dei fondamentali: lettura, scrittura e matematica. Due personaggi molto lontani tra loro, Rousseau e Bill Gates, che hanno ispirato le riforme pedagogiche, hanno in comune la diffidenza o addirittura l’odio per i libri, considerati strumenti superati.
L’abbandono del corsivo a favore dello stampatello è avvenuto con il pretesto di aiutare i DSA, disturbi specifici di apprendimento. In realtà lo stampatello non risolve le difficoltà di apprendimento, anzi le aggrava, poiché chi non impara il corsivo perde una parte importante dell’alfabetizzazione. Al punto che si è parlato ironicamente di disturbi specifici di insegnamento: i bambini sviluppano sempre più difficoltà di apprendimento proprio perché nei primi due anni delle elementari non viene loro richiesto di esercitare in modo sufficiente le competenze alfabetiche e matematiche.
I pregiudizi contro il corsivo sono ormai radicati, tanto che l’Associazione italiana dislessia ha contestato le Nuove indicazioni nazionali che prevedono l’insegnamento del corsivo fin dall’inizio della prima elementare. Oggi infatti, in base alle indicazioni nazionali previgenti, il corsivo viene insegnato solo in seconda, mentre in prima si scrive in stampatello, col risultato che i bambini imparano il corsivo tardi e male (se lo imparano) e quasi nessuno scrive in modo ordinato. L’associazione ha fatto aggiungere in nota alle Nuove indicazioni un’eccezione per gli alunni con DSA, i quali continueranno a seguire quanto previsto dalla normativa del 2011. Con ciò si cade però in contraddizione, perché le diagnosi di disturbo specifico di apprendimento si fanno a partire dalla terza, quando l’alfabetizzazione di base dovrebbe essere già acquisita: non si può avere un DSA già in prima, quando si sta cominciando l’apprendimento della lettura e delle scrittura.
L’insegnamento della scrittura è del tutto assente nei corsi universitari di pedagogia dove si formano le maestre: infatti le ideologie pedagogiche che hanno conquistato le università e hanno ispirato i programmi scolastici e le riforme ministeriali danno scarsa importanza all’alfabetizzazione dei bambini. La scuola è vista prevalentemente come un luogo di socializzazione, con scopi praticamente socio-assistenziali, mentre l’istruzione vera e propria è trascurata. Si spera che le nuove indicazioni nazionali facciano rimettere al centro l’alfabetizzazione e aiutino a ridurre l’epidemia di DSA.
La digitalizzazione selvaggia porta a sostituire la scrittura a mano e la lettura su carta con il telefono o il tablet, rendendo la conoscenza sempre più superficiale e volatile. Viene ampiamente citato (pp. 81-83) il documento della settima commissione del Senato (istruzione e beni culturali, 2021) sui danni psicofisici e la perdita di competenze mentali provocati dall’uso massiccio del telefono cellulare, che è paragonato addirittura alla cocaina.
L’inevitabile conseguenza è il crollo dei livelli di lettura e matematica nei test Ocse e Pisa, specialmente dopo la pandemia. Il peggiore tracollo l’hanno avuto gli studenti liceali, che sono calati di oltre 20 punti in 10 anni (2013-23) nei test di lettura. Ma esistono tante altre competenze mentali complesse che non sempre sono rilevate nei test standardizzati, e si possono sviluppare solo con lo studio: comprensione, selezione dei concetti fondamentali, memorizzazione, rielaborazione personale, restituzione orale, restituzione scritta, produzione scritta. Queste fondamentali competenze purtroppo stanno diminuendo, come pure la traduzione dalle lingue classiche, che è così formativa (come esempio, alle pp. 88-114 viene svolta un’analisi linguistica di due brani filosofici di Cicerone e Lucrezio).
La scuola e l’università sono lo specchio della società, e non si può capire che cosa esse sono diventate senza tener conto del contesto socio economico e culturale: globalizzazione, deregolamentazione del mercato, società dello spettacolo, nichilismo, relativismo e narcisismo, falsa scienza diventata autoritaria e dogmatica al punto da negare il confronto con la realtà che è la base del metodo sperimentale.
Viene fatta una riflessione sull’autonomia didattica, la libertà d’insegnamento riconosciuta dall’art. 33 della Costituzione (“l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”). La libertà d’insegnamento non può prescindere dal rispetto delle proprie materie e dal mantenimento di uno standard dignitoso. Se i docenti perdono il legame con le proprie materie, di fatto rinunciano alla libertà d’insegnamento e accettano qualunque cosa, anche ciò che demolisce la loro professione. Rischiano di essere ridotti a impiegati che eseguono protocolli, anche quelli inutili e persino quelli dannosi.
Il titolo di studio, diploma o laurea, ha sempre meno valore: “Tutti promossi, tutti laureati nel più breve tempo possibile. Le università che non si adeguano vengono penalizzate con la riduzione dei finanziamenti” (p. 72). Dopo essere stati illusi da una scuola e da una università non abbastanza esigenti, i giovani vengono buttati nel tritacarne del mercato, un mondo feroce e competitivo.
C’è una particolare attenzione agli aspetti non solo anticulturali, ma anche antieducativi: le scuole purtroppo sono diventate “luoghi di indottrinamento radicale, la cui radicalità consiste in una serie di comportamenti attesi, nell’introiettare regole morali discutibili, valori fuori dei quali non si viene riconosciuti”. Le numerose “educazioni” compiono un indottrinamento martellante che “priva le menti e le vite di ogni reale comprensione del mondo e di ogni autentica libertà esistenziale” (p. 68).
Tuttavia il messaggio che emerge dal libro non è disfattista. Ognuno nel suo piccolo può (e deve) fare qualcosa per arrestare il degrado della scuola, andando contro il sistema anche se a volte sembra una macchina mostruosa e inarrestabile. La scuola, se vuole vivere, non deve essere un tempio del nulla e un laboratorio di condizionamento comportamentale, ma deve recuperare la sua identità culturale e il senso per cui esiste.
La scuola è uno spazio sacro, dove si impara e si cresce, e si impara a crescere – con licenza di cadere e di rialzarsi, di sbagliare e di correggersi senza essere etichettati da uno stupido algoritmo. Uno spazio, oggi abusivamente occupato, che va restituito ai suoi legittimi abitanti, va bonificato dall’artificio, protetto dai predatori. Non serve ammassare altri orpelli sopra un edificio già sfigurato e cadente. Serve una energica operazione di sgombero. Di purificazione. (p. 222)
