Ossimori pedagogici: quando l’innovazione smarrisce il logos
La scuola ha bisogno di un linguaggio più onesto, chiaro, condiviso, in modo che la realtà che esso deve rappresentare risulti compatibile con la funzione educativa.
Tra le molte parole d’ordine che hanno attraversato la scuola negli ultimi decenni, poche risultano così cariche di ambiguità come innovazione, competenza e merito. Esse vengono spesso invocate come segni di progresso, ma raramente interrogate nel loro significato profondo. Il risultato è un lessico pedagogico costellato di ossimori: si dichiara di voler superare la competizione mentre si costruiscono dispositivi che la rendono pervasiva; si denuncia il merito come ideologia selettiva mentre si perfezionano sistemi sempre più sofisticati di misurazione e confronto. È in questa frattura tra parole e pratiche che si consuma la pochezza di molte innovazioni educative contemporanee, incapaci di reggere alla prova del logos.
A rendere il quadro ancora più incoerente è la battaglia ideologica contro il merito, condotta spesso dagli stessi esperti delle riforme che hanno imposto alla scuola una didattica fondata su competenze, standard e misurazioni ossessive. Una scuola che, per anni, è stata riplasmata come un sistema di rilevazione: griglie, indicatori, livelli, rubriche, evidenze. Tutto doveva essere reso misurabile, confrontabile, standardizzato. La valutazione non come giudizio, ma come procedura.
Questa trasformazione non è stata neutra. Ha trovato una legittimazione teorica nella docimologia, elevata a sapere di riferimento: la scienza della misurazione che pretende di oggettivare l’apprendimento riducendolo a dato. In nome della docimologia, la valutazione è stata progressivamente sottratta alla responsabilità del giudizio soggettivo per essere affidata a dispositivi tecnici, algoritmi, medie, percentuali. Non si giudica più: si misura oggettivamente. E ciò che non è oggettivo fatica a essere riconosciuto come educativo. Come se le categorie più profonde del crescere potessero essere ingabbiate.
Eppure, proprio mentre la scuola veniva immersa in una logica di misurazione incessante, si è iniziato a denunciare il merito come espressione di una società della competizione permanente, di una “gara continua” che produrrebbe esclusione e disuguaglianza. Il merito è diventato una parola sospetta, ideologicamente scorretta, quasi pericolosa. Ma qui l’ossimoro esplode in tutta la sua evidenza: si combatte il merito mentre si costruiscono strumenti sempre più raffinati di confronto; si denuncia la selezione mentre la scuola viene trasformata in una macchina di classificazione silenziosa.
Il paradosso diventa ancora più evidente se si riflette sul cuore del paradigma che ha accompagnato questa trasformazione: la didattica per competenze. La parola competenza non è innocente. Essa richiama, etimologicamente e semanticamente, il competere: il concorrere, il misurarsi con altri, il risultare adeguati a uno standard. Presentata come alternativa umanizzante alla centralità delle conoscenze, la competenza ha finito spesso per svalutarle, riducendole a strumenti fungibili, utili solo nella misura in cui sono immediatamente spendibili e osservabili.
In questo slittamento si consuma un ulteriore tradimento del logos. La conoscenza, intesa come struttura del pensiero, come organizzazione razionale dell’esperienza, come accesso ai significati, viene marginalizzata a favore di prestazioni frammentarie e decontestualizzate. Si valuta ciò che è visibile, ciò che può essere certificato, ciò che può essere tradotto in indicatore. Ma ciò che forma davvero il pensiero – lo studio, la comprensione profonda, il tempo lungo dell’apprendere – sfugge a questi dispositivi.
La guerra al merito, allora, non nasce da una reale preoccupazione educativa, ma dalla necessità di difendere un impianto che non può riconoscere le proprie conseguenze. Il merito diventa il nemico perché smaschera l’ipocrisia del sistema: se tutto è misurato, qualcuno emergerà; se tutto è confrontabile, qualcuno risulterà migliore. Demonizzare il merito serve a non assumersi la responsabilità di ciò che si è costruito.
Il problema, ancora una volta, non è solo nelle pratiche, ma nel linguaggio. Una scuola sommersa dagli acronimi, dai neologismi, dal lessico scientista o tecnicistico della docimologia e dai dati raccolti qua e là, ma incapace di nominare il valore, rinuncia al giudizio e, con esso, alla propria funzione educativa. Una scuola che misura tutto ma non sa dire perché misura è una scuola che ha smarrito il senso dello studio, e forse anche il coraggio del pensiero.
Recuperare il logos non significa tornare a un passato idealizzato, ma restituire senso alle parole, riconoscere che educare non è addestrare, che valutare non è solo misurare, che il merito non è una colpa ma una questione da pensare. Senza questa riflessione, le innovazioni restano gusci vuoti: tecnicamente sofisticate, pedagogicamente fragili, linguisticamente incoerenti. Culturalmente imbarazzanti.
