Empatia? Anche no, grazie

Si ribadisce in ogni dove l’importanza dell’empatia per chi è insegnante, come se questa facoltà fosse l’architrave della relazione educativa. Ma siamo davvero sicuri che l’empatia non presenti un lato oscuro? Siamo sicuri di voler anteporre le emozioni alla ragione?


Ne La psicologia delle folle (1895) – testo da cui probabilmente si abbeverarono sia Benito Mussolini, sia Adolf Hitler – Gustave Le Bon ci mette in guardia sul funzionamento del legame ipnotico tra un leader e la folla che lo segue; egli parla di “contagio mentale” per intendere la propagazione rapida ed irresistibile dei sentimenti tra gli individui; nel suo studio Le Bon rileva la loro suggestionabilità: una volta entrate in risonanza con lo stato d’animo altrui, le persone possono perdere ogni capacità critica e lasciarsi condurre a fare o a credere cose sbagliate, persino terribili. Le Bon non utilizza ancora il termine “empatia”, che tuttavia va diffondendosi proprio in quegli anni negli ambienti filosofici tedeschi ed è di solito impiegato per definire una particolare dinamica psicologica che intercorre tra i singoli; ma egli coglie i rischi caratteristici del fenomeno della risonanza, del contagio mentale.

Pochi decenni dopo, Sigmund Freud nel suo lavoro intitolato Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) analizza l’empatia (Einfühlung) riconducendola alla facoltà di intendere l’io estraneo di altre persone, ed evidenziando come questa facoltà possa condurre all’identificazione: una persona assimila un aspetto di un’altra e si trasforma sul modello di quest’ultima, non di rado perdendo il controllo razionale delle proprie azioni. Spostandoci al piano inter-individuale, nella terapia psicoanalitica l’analista non deve cedere all’empatia: semplicemente per evitare distorsioni gravi nel momento in cui egli deve lavorare sulla fondazione delle scelte morali del paziente e a favore del paziente.

Su queste poche premesse, cioè anche trascurando la pletora di studi susseguitesi nell’ultimo secolo sull’argomento, mi sembra di poter scrivere che non è il caso di abusare del ricorso all’“empatia”, sventolandola magari come un vessillo della buona relazione educativa. La capacità empatica è segno di una sensibilità personale non trascurabile, ma come tutte le forme di sensibilità presenta controindicazioni che meritano di essere vagliate. È di per sé un fenomeno complesso, persino controverso, con una lunga storia (lo ha evidenziato bene anche Andrea Pinotti in Empatia, Laterza, 2011), una di quelle lunghe storie il cui studio insegna molto e che tuttavia tanti hanno in odio proprio perché falsifica le loro superficiali, spasmodiche certezze, le loro parole d’ordine (Barak Obama fece quasi del “mettersi nei panni dell’altro” un principio politico).

A rinforzo di questa mia riflessione può essere di qualche utilità riportare alcuni esempi illuminanti tratti da un libro recente, ad opera di Paul Bloom: Contro l’empatia. Una difesa della razionalità, Liberilibri, 2016. Il suo autore è un noto psicologo ed accademico presso l’università di Yale; più precisamente egli è esperto di psicologia dell’età evolutiva. Da questa interessante lettura non si può non riportare l’impressione complessiva che ampi strati della società occidentale vivano il concetto di empatia come in preda ad una moda obnubilante, ad uno smarrimento generale nei meandri dell’emotivismo, il quale è tanto spesso foriero di inganni, errori di valutazione e scelte scellerate.

Sia chiaro: come insegnanti non si tratta certo di respingere la dimensione sentimentale della relazione educativa (ché, anzi, è un ingrediente essenziale) o di rimuovere da essa il valore delle emozioni, della partecipazione e della condivisione del vissuto interiore; si tratta semmai di ritrovare anche all’interno della dimensione emotiva e sentimentale il valore strutturale della ragione e delle parole, senza la cui guida rischiamo ad ogni istante di cadere preda di inganni e distorsioni nocive, in special modo nel rapporto con i bambini e con i ragazzi. È alla ragione ed alla parola che, come esseri umani, dobbiamo affidare il nostro vissuto e le nostre scelte: solo attraverso di esse abbiamo la speranza di giungere ad una consapevolezza morale, civile e relazionale; oppure, su un piano estetico, solo attraverso le parole, attraverso il pensiero discorsivo e razionale abbiamo modo di dare forma ad opere d’arte che possano aspirare all’universalità.

Leggiamo.

Uno dei migliori argomenti a favore dell’empatia è che ci rende più gentili con la persona con cui empatizziamo. Questo argomento è supportato da ricerche di laboratorio, dall’esperienza quotidiana e dal senso comune. Quindi, se il mondo fosse un posto semplice dove gli unici dilemmi con cui confrontarsi coinvolgessero soltanto una singola persona in immediata difficoltà, e aiutare quella persona avesse effetti positivi, allora l’argomentazione in favore dell’empatia sarebbe solida.

Ma il mondo non è un posto semplice. Spesso – molto spesso, proverò a dimostrare – l’azione motivata dall’empatia non è moralmente giusta.

La maggior parte degli studi in laboratorio non arriva a toccare questa complessità. Gli esperimenti sono strutturati per misurare gli effetti dell’empatia all’interno di un’azione che è chiaramente buona – più sostegno, più cooperazione, più gentilezza verso un individuo che ha palesemente bisogno d’aiuto. Ma c’è un’eccezione significativa, uno studio ingegnoso fatto da C. Daniel Batson e dai suoi colleghi.

Batson difende “l’ipotesi empatia-altruismo” – l’idea che l’empatia spinga ad aiutare gli altri – ma non afferma che l’empatia abbia inevitabilmente conseguenze positive. Dichiara: «L’altruismo indotto dall’empatia non è né morale né immorale; è amorale».

Per esaminare questo argomento ha creato una situazione in cui l’empatia spingeva le persone verso una risposta che la maggior parte di loro riteneva, dopo un’attenta valutazione, quella sbagliata. Ha raccontato ai suoi soggetti di un’organizzazione caritatevole chiamata Quality Life Foundation che lavorava per alleviare gli ultimi anni a bambini malati terminali. Ai soggetti veniva poi riferito che avrebbero ascoltato interviste ai singoli bambini che si trovavano sulla lista d’attesa per accedere al trattamento. Ai soggetti con un basso tasso di empatia veniva detto: «Mentre stai ascoltando questa intervista, cerca di avere una prospettiva oggettiva su ciò che viene descritto. Cerca di non farti coinvolgere dalle sensazioni del bambino intervistato; rimani oggettivo e distaccato». E a quelli con un alto tasso di empatia veniva detto: «Cerca d’immaginare le sensazioni del bambino intervistato su ciò che gli è successo e su come ha condizionato la sua vita di bambino. Cerca di sentire tutta la portata di ciò che ha attraversato questo bambino e come lui o lei si senta a causa di questo».

L’intervista era a una bambina di nome Sheri Summers «una ragazzina di dieci anni coraggiosa e brillante». La sua dolorosa malattia terminale veniva descritta nel dettaglio, e lei raccontava come avrebbe tanto voluto ricevere il trattamento della Quality Life Foundation. Ai soggetti veniva chiesto se volessero riempire un modulo speciale per far spostare Sheri in cima alla lista d’attesa. Fu messo in chiaro che, qualora questa richiesta fosse stata approvata, avrebbe significato che altri bambini con maggiore priorità avrebbero dovuto aspettare più a lungo per ricevere il trattamento. L’effetto fu forte. Tre quarti dei soggetti con un alto tasso di empatia volevano spostarla in alto, in confronto a un terzo di quelli con un basso tasso di empatia. Gli effetti dell’empatia, quindi, non andavano nella direzione di alimentare un senso di giustizia. Piuttosto, alimentavano un interessamento speciale per il soggetto con cui si empatizzava, nonostante il prezzo pagato dagli altri.

[…] Altri studi paragonano il modo in cui rispondiamo alla sofferenza di uno a confronto con la sofferenza di molti. Gli psicologi hanno chiesto ad alcuni soggetti quanti soldi avrebbero donato per aiutare a sviluppare una medicina in grado di salvare la vita di un bambino, e quanti per svilupparne una che avrebbe salvato la vita di otto bambini. Le persone avrebbero dato all’incirca la stessa cifra. Ma quando a un terzo gruppo di soggetti è stato detto il nome della bambina ed è stata mostrata la sua fotografia, le donazioni hanno avuto un’impennata – a quel punto c’erano più donazioni per la singola bambina che per gli altri otto.

Tutti questi risultati dei test possono essere visti come manifestazioni di quello che è stato chiamato “l’effetto della vittima identificabile“. Thomas Schelling, scrivendo cinquant’anni fa, la metteva così: «Lascia che una bambina di sei anni con i capelli marroni abbia bisogno di migliaia di dollari per un’operazione che prolungherà la sua vita fino a Natale, e l’ufficio postale sarà inondato di denaro per salvarla. Ma provate a segnalare che senza un’imposta sulle vendite le strutture ospedaliere del Massachusetts si deterioreranno e causeranno un incremento a mala pena percepibile di morti evitabili – nessuno verserà una lacrima o metterà mano al libretto degli assegni.
Questo effetto illustra anche qualcosa di più generale sui nostri sentimenti naturali, ovvero che sono indifferenti ai numeri. Se la nostra premura è guidata da pensieri sulla sofferenza di specifici individui, allora si genera una situazione perversa in cui la sofferenza di uno può contare più della sofferenza di mille.

Questi biases sono separati dall’empatia. Ma la sua natura di riflettore da palcoscenico la rende vulnerabile ad essi. Il ristretto fuoco dell’empatia, la sua specificità e la sua mancanza di attenzione ai numeri la renderanno sempre influenzabile da ciò che cattura la nostra attenzione, da preferenze razziali e così via. È solo quando ci lasciamo alle spalle l’empatia e ci affidiamo invece all’applicazione di regole e principî o a un calcolo costi-beneficî che possiamo, almeno in parte, diventare giusti e imparziali […]

Per capire come questo potrebbe accadere, prendiamo in considerazione un ambito diverso dalla carità. Pensate al lavoro di genitore. Un genitore che vive troppo nella testa di suo figlio sarà eccessivamente protettivo e preoccupato, impaurito, incerto e incapace di esercitare qualsiasi tipo di disciplina e controllo. Essere buoni genitori comporta avere a che fare con la sofferenza di breve periodo di un figlio – effettivamente, causando talvolta sofferenza di breve periodo. Comporta negare ai figli quello che vogliono – no, non puoi mangiare la torta per cena/farti un tatuaggio/andare a una festa la sera se il giorno dopo hai scuola. Comporta l’imposizione di un certo grado di disciplina che, per definizione, rende la vita dei bambini più spiacevole nell’immediato. L’empatia, in questi casi, si mette in mezzo spostando l’attenzione sulla vocina concentrata sul breve termine che ti sussurra di aumentare la felicità di tuo figlio in questo preciso momento a spese di ciò che è davvero bene per lui. A volte si dice che il problema dell’essere genitori è superare le proprie premure egoistiche. Ma emerge che un altro problema scavalca le preoccupazioni empatiche: il forte desiderio di alleviare la sofferenza immediata di quelli intorno a noi.

[da Paul Bloom, Contro l’empatia. Una difesa della razionalità, Liberilibri, Macerata, 2019, pp. 103-117]

Credo non sia difficile leggere gli esempi presentati da Paul Bloom, in particolare l’ultimo, come un’importante lezione rivolta anche agli insegnanti di ogni tipo: la familiarità, la vicinanza fisica, la contiguità e la frequentazione quotidiana con i nostri allievi sono un terreno sul quale abbiamo il compito di costruire relazioni significative, cioè che lascino il segno anche per l’intera esistenza; ma quel terreno è sempre accidentato, poiché c’è il pericolo che il nostro coinvolgimento affettivo, la nostra risonanza emotiva nei confronti del vissuto dei bambini e dei ragazzi divenga un motivo per rinunciare all’obiettività, alla giustizia, all’imparzialità professionale. Non è un rischio remoto. Per quel che ho potuto osservare in tanti anni ciò accade di continuo, quando si tratta di valutare, di esprimere un giudizio, di scrutinare, di rimandare, di bocciare, di sanzionare o redarguire: con sommo danno proprio per coloro che vorremmo proteggere e favorire.

L’empatia non è una formula magica, un dono incondizionato del buon insegnante, per quanto i guru ne blaterino estasiati; è semmai una delle molte manifestazioni della sensibilità dell’essere umano, delle sue facoltà intuitive: le quali, senza l’apporto costruttivo del pensiero cosciente e razionale, possono condurci in terre lontane e desolate; o semplicemente a prendere dei grossi granchi.

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