Quei ragazzi di Bangkok non sono un incidente
I comportamenti degli esseri umani affondano le proprie radici nelle loro idee, consce ed inconsce. Ogni idea di educazione deve fare i conti con questo rapporto sotterraneo, oggi trascurato, poco analizzato, forse a causa di un irrazionale timore di violare l’unicità e la spontaneità dell’educando, quasi egli si dovesse fare da sé. Gli effetti di questa omissione sono sotto gli occhi di tutti.
Il video della metropolitana di Bangkok non è soltanto la cronaca di un episodio di maleducazione. È uno specchio. E forse, più ancora, è il riflesso di una lunga stagione pedagogica che ha progressivamente trasformato l’autorità educativa in un sospetto morale.
Le scuse dell’Ambasciata italiana erano doverose. Meno scontato è interrogarsi sulle cause profonde di ciò che è accaduto. Perché nessun adolescente nasce convinto che lo spazio pubblico sia il prolungamento della propria cameretta. Lo diventa quando, per anni, nessuno gli insegna che la libertà comincia precisamente dove incontra il limite. Anche a scuola.
Negli ultimi decenni si è affermata una pedagogia che ha posto il ragazzo al centro non come destinatario dell’educazione, ma come suo criterio ultimo. Lo spontaneismo affettuoso è stato elevato a metodo, dalla scuola dell’infanzia al liceo; l’autenticità a valore assoluto; la frustrazione è stata trattata come un trauma da evitare. L’emozione e l’affetto come categorie da opporre alla norma e al rigore. L’individualizzazione come maglio contro la regola uguale per tutti.
Così ogni intervento dell’adulto è diventato fatalmente sospetto.
Chiedere silenzio in aula? Un atto di costrizione.
Pretendere che si ascolti? Una violenza simbolica.
La lezione? Un ferro vecchio da buttare.
Richiamare al rispetto delle regole di buona creanza? Un’imposizione autoritaria e da tradizionalisti che rimpiangono il grembiulino uguale per tutti.
Far sperimentare le conseguenze delle proprie azioni? Una pedagogia punitiva.
L’adulto, poco alla volta, è stato invitato a smettere di essere adulto. Il docente è stato trasformato in animatore e cabarettista cognitivo, pronto ad assecondare capricci mascherati da atti creativi di valore.
Poco importa che tutta la grande tradizione educativa abbia nei secoli affermato il contrario: allora non c’erano le ricerche docimologiche e le neuroscienze a mostrare il contrario!
Kant, nelle Lezioni di pedagogia, scrive che «l’uomo è l’unica creatura che deve essere educata» e aggiunge che la disciplina è ciò che impedisce all’essere umano di restare prigioniero della propria immediatezza naturale. Educare, dunque, non significa lasciare essere, ma rendere possibile il divenire.
Hannah Arendt, nel celebre saggio La crisi dell’educazione, osservava che l’educazione è il luogo in cui decidiamo se amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e da preparare i giovani a ereditarlo. Presentarlo, non dissolverlo; custodirlo, non negoziarlo continuamente con chi ancora deve imparare ad abitarlo.
L’educazione è inevitabilmente asimmetrica. Non perché l’adulto valga più del ragazzo, ma perché porta sulle spalle una responsabilità che il ragazzo ancora non possiede. Ogni civiltà si fonda su questa asimmetria.
Romano Guardini, uno dei filosofi influenti del Novecento, ricordava che sì l’autorità autentica non è dominio, ma servizio alla crescita dell’altro. Ma proprio per questo l’autorità non è il contrario della libertà: ne è la condizione. “Solo chi incontra un limite esterno può, progressivamente, imparare a darsi una forma interiore.”
Per questo il silenzio in aula non è un sopruso. È la condizione della parola. Come il rispetto non è repressione, ma riconoscimento dell’altro. Come la disciplina non è il contrario della libertà: ne è il presupposto.
Norbert Elias ha mostrato come il processo di civilizzazione consista precisamente nell’interiorizzazione dell’autocontrollo, della misura, del rispetto degli altri e delle situazioni. Nessuno nasce civile. Si diventa civili imparando che non tutto ciò che si può fare si deve fare.
Anche Alasdair MacIntyre ha insistito sul fatto che le virtù non sono spontanee: si apprendono attraverso pratiche, esempi, correzioni e disciplina. Il carattere non fiorisce semplicemente perché lasciato libero di esprimersi; si forma nell’incontro con regole, tradizioni e maestri. Pensare che basti liberare la spontaneità perché emerga una personalità matura significa confondere la crescita biologica con l’educazione.
Il gruppo di Bangkok sembra invece incarnare il rovescio di quel processo: il primato dell’impulso sul contegno, del branco sull’individuo, della derisione sul rispetto. Non c’è soltanto la volgarità dei gesti o delle parole. Colpisce soprattutto la sicurezza con cui vengono compiuti. L’assenza di qualunque percezione del limite. La convinzione che tutto sia performance, tutto spettacolo, tutto contenuto da registrare. Più che un episodio di maleducazione, è sembrata un’eccellente esercitazione di cooperative learning: ciascuno ha contribuito, secondo le proprie competenze, alla costruzione collettiva dell’inciviltà. Il peer to peer ha funzionato perfettamente: nessun adulto è riuscito a interrompere un apprendimento reciproco tanto efficace.
E questo è forse il dato più inquietante: non la trasgressione, che appartiene da sempre all’adolescenza, ma la convinzione che essa non produca conseguenze. La cultura educativa dominante ha spesso separato comportamento e responsabilità. Si è parlato molto di diritti, molto meno di doveri; molto di espressione di sé, molto meno di autocontrollo; molto di autostima, molto meno di autorevolezza del maestro.
Le conseguenze di ciò che fai come studente devono essere parte dell’educazione. Non la vendetta dell’adulto, ma la grammatica della realtà. Se ogni errore viene dissolto nella comprensione infinita e descrittiva, se ogni richiamo viene interpretato come una violenza, se ogni sanzione è vista come una sconfitta educativa, il ragazzo non impara che il mondo oppone resistenza. Lo scoprirà più tardi, spesso nel modo peggiore. Magari dalla parte opposta del mondo.
Le scuse ufficiali sono importanti. Ma non bastano. Una società non si giudica dalle parole con cui ripara un danno, ma dall’autorevolezza educativa che ha saputo esercitare prima che quel danno si producesse.
Forse il vero problema non sono quei sedicenni. Sono gli adulti che hanno rinunciato a dire “no”, convinti che fosse un gesto illiberale. È difficile insegnare il rispetto quando si è smesso di credere che educare significhi anche correggere e talora imporre (sì imporre). E nessuna pedagogia che abbia paura dell’autorità riuscirà mai a formare uomini e donne davvero liberi, perché la libertà non nasce dall’assenza di limiti, ma dall’apprendimento del loro senso.
La cultura pedagogica che domina la scena da qualche decennio sembra aver sostituito il principio di responsabilità con quello della riparabilità permanente: basta chiedere scusa, basta recuperare all’ultimo momento, e il passato sarebbe come non fosse mai accaduto. Ma educare significa insegnare esattamente il contrario: ogni scelta lascia tracce e produce conseguenze che nessun atto tardivo di resipiscenza può integralmente cancellare.
Paradossalmente, le teorie che pretendevano di emancipare i giovani da ogni autorità rischiano di consegnarli all’autorità più conformistica di tutte: quella del gruppo, della pressione dei pari, dell’applauso dei social. Dove l’adulto arretra, non nasce un individuo più libero; nasce spesso un adolescente più esposto alla tirannia del branco. E il branco, come la scena di Bangkok mostra con crudezza, non educa mai: amplifica gli impulsi, dissolve la responsabilità, rende normale ciò che, da soli, molti non avrebbero mai fatto.
La disfatta sommersa, che denunciamo da anni, prodotta dalla deriva neopedagogica, continua a dispiegare i suoi effetti; eppure la risposta consiste, ostinatamente, nel rafforzare e diffondere proprio le cause che l’hanno generata.
Post scriptum – C’è da aspettarsi che, prima o poi, qualcuno spieghi anche la scena di Bangkok ricorrendo esclusivamente al lessico della neurodivergenza o della fragilità o di ragazzi con evidente disturbo oppositivo provocatorio. Sarebbe l’ennesima conferma di una tendenza culturale: trasformare ogni giudizio educativo in una diagnosi e ogni responsabilità in un effetto del contesto. Con il risultato paradossale che l’unico soggetto a non poter essere chiamato (banalmente) in causa è proprio chi ha agito.

Cosa aggiungere? Concordo, concordo al 100%. Sono un docente di scuola media superiore e non posso che confermare quanto voi scrivete e descrivete in modo dettagliato ed approfondito.
Purtroppo è tutto vero. Questa forma di “anti-educazione” che ha preso piede e si è diffusa nella scuola come un virus sembra qualcosa di ineluttabile. Io mi sono sempre battuto contro questa deriva di anarchia ed inciviltà. Ho sempre cercato di imporre “le regole” non in modo autoritario ma rispettoso, comprensivo ed inclusivo. Qualcuno, fra colleghi e studenti e ATA, mi dava ragione ma poi tutti si piegavano al diktat della tolleranza a tutti i costi. Sono stanco ma continuerò la mia lotta. Bravi!! Vi ammiro. Voi continuate così. Continuiamo.