Ricevere la busta
La scuola “del benessere” ha portato all’aumento dei procedimenti disciplinari contro i docenti? C’è una relazione tra il suo principio pedagogico fondamentale – assumere sempre e comunque il punto di vista e il giudizio degli studenti e dei loro genitori – e questo aumento?
La gran parte dei docenti è entrata nel mondo della scuola, ha lavorato ed è andata in pensione senza sapere che cosa sia un procedimento disciplinare, come si svolga, quali conseguenze possa avere non solo sul piano professionale ed economico ma anche su quello morale e personale. Non possiamo che esserne lieti. Fino a qualche anno fa capitava normalmente di lavorare per molti anni in un istituto senza che se ne sentisse neppure parlare. Il procedimento disciplinare era considerato una sorta di extrema ratio cui addivenire nel caso di mancanze veramente significative, ripetute, ravvisate autonomamente dai superiori, non sanabili con l’autorevolezza e la moral suasion che il preside (ce li ricordiamo, i presidi?) poteva esercitare.
In pochi anni la situazione sembra divenuta completamente diversa. Dal vasto e disperso mondo della scuola giungono notizie di procedimenti disciplinari minacciati o aperti al primo diverbio, o semplicemente alla prima discussione col dirigente, avviati non per gravi mancanze del docente ma per dare soddisfazione a lamentele e a pretese di questo o di quel genitore, persino di uno solo, comunicati a sorpresa a docenti seri, dediti al loro lavoro, anche di grande esperienza.
Quella che segue è una delle tante storie che il Gessetto sta ricevendo. La pubblichiamo perché con sincerità, semplicità e immediatezza fa capire molte cose: la ferita che si apre in un docente il giorno in cui all’improvviso riceve la busta da parte di colui che dovrebbe tutelare la sua professionalità; la sensazione di smarrimento di fronte ad accuse insignificanti, magari per comportamenti affatto comuni che contro di lui e solo contro di lui vengono trasformati in pietre dello scandalo, isolate in un quadro da cui una vita di lavoro serio viene cancellata come se non esistesse; l’indifferenza del sindacato che si credeva un alleato; l’isolamento tra i colleghi.
Di fronte a storie come questa, alla natura umana sarà sempre aperto, per non sentirsene turbati, il sistema di quel famoso personaggio che “era un rigido censore degli uomini che non si regolavan come lui […] Il battuto era almeno un imprudente; l’ammazzato era sempre stato un uomo torbido”, e che aveva “una sua sentenza prediletta, con la quale sigillava sempre i discorsi su queste materie: che a un galantuomo, il qual badi a sé, e stia ne’ suoi panni, non accadon mai brutti incontri”.
La speranza, per poterne ancora nutrire nella scuola, è che badare a sé e stare nei propri panni non sia divenuta, a forza di far così, la prima preoccupazione e la prima occupazione di un’intera categoria di lavoratori.
Ho letto del caso della professoressa licenziata e, dato che ci date la possibilità di raccontare le nostre esperienze, vorrei accennare anche alla mia.
Dopo moltissimi anni di insegnamento in cui ero stata e mi consideravo un’insegnante capace (con dei difetti e dei limiti, certo, come tutti) sono finita in un incubo, in un buco nero.
A seguito di un trasferimento, necessario perché ero arrivata a non riconoscermi più e non reggevo la situazione in cui mi ero trovata incastrata (probabilmente ero in burnout, ma da un lato non sapevo di esserlo, dall’altro credevo di potercela fare e volevo farcela da sola, per i bambini più che altro: erano gli anni del post Covid), mi sono ritrovata a passare dalla padella nella brace. Dopo un solo anno nel nuovo istituto sono stata colpita da un avviso di procedimento disciplinare. Ed è stato uno shock.
Il giorno in cui ho ricevuto la busta e in seguito, quando ho ottenuto l’accesso agli atti, è stato come fossi pugnalata al cuore, perché venivo tradita dal mondo che da una vita servivo, a cui avevo dedicato buona parte delle mie giornate (e nottate, dato che da anni non dormivo e ancora non dormo bene), dei miei soldi, per il quale avevo persino trascurato la mia famiglia. Mi sono sentita come un vaso di cristallo che va in pezzi.
Ho cercato l’aiuto del mio sindacato per costruire la mia difesa. Non sto a raccontarvi i dettagli, ma dire che è stato vergognoso il modo in cui è stata preparata è dir poco. Ed ero iscritta in quel sindacato dall’inizio della mia carriera. Il giorno della convocazione a difesa davanti al dirigente è stato una pura formalità, tutto era stato già deciso. La mia difesa scritta (presentatami dal sindacalista leggendomela il mattino stesso, a voce) era lacunosa e inconsistente. Tutto ciò che avevo da dire (e ne avevo di cose!) non m’è stato dato né tempo né modo di dirlo, sostenendo che tacere “era nel mio interesse perché avrei potuto darmi la zappa sui piedi”: perché, vedete, io sono onesta e sono purtroppo anche troppo ingenua e fiduciosa.
Il procedimento non è terminato, come speravo, con un’archiviazione ma con una sanzione e con una serie di ammonimenti e intimidazioni per il futuro. Ma nell’atto consegnatomi dal dirigente c’erano solo frasi generiche e non dettagliate, come nel caso della professoressa licenziata che avete pubblicato, tant’è che mi scervellavo a capire cosa mai potessi aver commesso per meritare questo. Non riuscivo a capacitarmi: era come se mi venisse detto che ero una delinquente, una criminale, solo per aver commesso degli errori che venivano presentati come imperdonabili dal punto di vista professionale.
Delle contestazioni mosse dai genitori, lette in seguito negli atti, ho potuto riconoscere come reale mia responsabilità solo un appunto: tutto il resto era un’accozzaglia di falsità e un ingigantimento di piccoli fatti, di cose, secondo loro, dette da me, ma in realtà supposizioni loro o dei bambini. Leggendo gli atti era palese che si era trattato di un complotto, un voler cercare il pelo nell’uovo per farmi fuori perché non ero gradita.
Io, che già ero in crisi come persona e come insegnante, mi sono ritrovata non in grado di poter riprendere il lavoro. Mi sono presa una pausa e, a suon di sedute dalla psicologa, di corsi di formazione, di tanta riflessione e rielaborazione su quanto accaduto, di buone letture, ho poi potuto riprendere il lavoro. Ma non come prima. Io mi sono sentita morire il giorno della consegna di quella busta, non sarò più la stessa, né come maestra né come persona. Vi assicuro che non è facile lavorare sentendosi impressa addosso una sorta di lettera scarlatta. Farò del mio meglio, infatti, per ottenere la cancellazione della sanzione a mio carico, perché quanto mi è accaduto non lo ritengo giusto, ma nulla potrà restituirmi quanto ho perso.
So che devo riuscire a trarre da ciò che m’è successo qualcosa di positivo. Ho realizzato che per me, che consideravo impossibile vivere senza il mio lavoro (tant’è che lavoravo anche d’estate, per mio diletto, a casa) la vita poteva esistere eccome, senza il lavoro, anzi quella potevo chiamarla vita. Sinceramente, adesso non vedo l’ora di andarmene in pensione. Fatico a vivere nella scuola di oggi che ti chiede un impegno umano e orario esagerato (come se tu non avessi una vita al di là della scuola), dove i genitori la fanno da padrone (anche quest’anno ho visto recidere un contratto a un’insegnante per le lamentele dei genitori), dove le pretese sono sempre maggiori e i problemi aumentano e tu sei spesso lasciato solo, a volte dai colleghi, soprattutto dal dirigente, che non solo non sostiene il suo corpo docente, ma spesso ce l’hai contro. Se solo fossi stata ricevuta, in un tempo adeguato durante l’anno scolastico, e se mi avesse ammonito sui supposti motivi di lamentela, io avrei certamente corretto il cammino, per la paura e l’umiliazione. Invece, benché le mie colleghe abbiano cercato di mettermi la pulce nell’orecchio (avvertimenti di cui non trovavo nessun riscontro nella realtà, col risultato che per tutto l’anno sono stata schiacciata da un senso d’ansia), tutto è stato preparato e celato fino al giorno della consegna della famosa busta.
Sento che vivrò gli anni di lavoro che mi mancano non più con lo stesso impegno, dedizione e sacrificio di prima, ma con maggior distacco e attenzione alla mia salute. Al momento però mi sento solo una che ha scelto questo lavoro fin dall’infanzia, l’ha desiderato, l’ha ottenuto e alla fine è stata tradita. Per cosa, poi? Conosco casi di educatori o insegnanti che fanno cose veramente riprovevoli, ma come spesso accade nel nostro Paese chi paga sono solo i più deboli o sfortunati, i buoni.
Scusatemi per lo sfogo, ma nessuno mi ha consentito di dar voce al mio dolore (a parte la psicologa, la famiglia e le amiche). Volevo solo far sapere che si può essere schiacciati dal sistema senza ritenere di meritarlo. E comunque c’è modo e modo, ci sono colpe e responsabilità di vario grado o rilevanza, che vanno esaminate, non accolte subito senza considerare il diverso peso e quindi misure da attuare diverse; ed esistono complotti che vengono mossi contro un docente al quale non viene data neppure la possibilità di parlare, di far sentire in modo imparziale la sua campana, mentre si dà per certa quella dei genitori. E si sconvolge la vita di un lavoratore indefesso che ha dato tutto per la scuola.
Enrico Rebuffat
Laureato e dottore di ricerca in filologia greca, ha svolto attività di ricerca nel campo della letteratura classica e quindi, dal 2010, della filologia dantesca (independent.academia.edu/ERebuffat). Dal 2001 è docente di ruolo di materie letterarie nel liceo classico. A scuola e per la scuola ha profuso tutte le sue energie, intelligenza e passione, entusiasta delle sue discipline, fiducioso nella gioventù e convinto che “obiettivo minimo” sia una bestemmia pedagogica, un tradimento culturale e un’ignavia civile. Amato dagli studenti interessati a crescere e ad istruirsi, negli ultimi cinque anni ha dovuto subire senza colpa cinque procedimenti disciplinari dall’ufficio scolastico provinciale di Firenze. La sua attività pubblicistica sui temi della scuola, che ha preso avvio nel 2014 contro il progetto della “Buona Scuola” e da allora non ha più potuto fermarsi, dal 2025 trova la sua collocazione naturale nel Gessetto.

Sei vittima di mobbing, di pressioni indebite, o dell’atteggiamento ostile o aggressivo di alcune famiglie?
Raccontaci quel che ti accade perché si sappia, per sentirci meno soli, per trovare insieme la forza di reagire.

Agnosco stilum. Di sicuro tutta questa sbandierata inclusione a te, a me e a tanti altri, non è stata riservata. Non essendoti tu ancora radicata nella nuova Scuola non è stato neanche difficile tradire la tua fiducia. Genitori e Sindacati, meglio sorvolare, almeno qui e adesso. Potrei riconoscermi in quasi tutti i passaggi cruciali della tua vicenda. Anche io, uscito dalla Scuola e da quella mia scuola in particolare, a parte la rabbia per l’ingiustizia subita, piano piano con il passare del tempo ho avuto una serie di *agnizioni* liberatorie e di emozioni di riappropriazione vitale talmente gioiose che all’inizio mi parevano quasi rapinose. Forse di questo ero anche già inconsciamente consapevole quando mi fu notificata in Segretria una busta chiusa con dentro la sanzione. L’applicata, mentre la leggevo, mi fece un bel sorriso e mi disse: “Non se la prenda, professore!”. La guardai dritta negli occhi e le dissi: “Perché, ho forse l’aria di uno che se l’è presa?”. Lei, confusa, abbassò lo sguardo. Hai la mia vicinanza. Senza tempo morto/Ettore
La massima solidarietà alla collega, ho vissuto cose simili anche se per fortuna molto meno gravi, ma ritengo di capire come ci si possa sentire, e concordo, ho visto insegnanti davvero vergognosi da molti punti di vista, intoccabili, e colleghi massacrati per qualche inezia. Un filosofo a me caro diceva: La virtù è premio a sè stessa. Ecco io spero che la virtù della collega in qualche modo le sia di premio.