Fare le cattedre
Ma perché un docente, che rimane nella stessa scuola e magari lavora lì da decenni, ogni anno deve aspettare settembre per conoscere le classi in cui insegnerà e le materie che insegnerà?
Cattedra: “Nelle scuole e nelle università, complesso funzionale, costituito da una sedia o poltrona e da un tavolo o scrivania, generalmente collocato su una pedana, da cui il docente impartisce il suo insegnamento. Per estensione: insegnamento cui è preposto un professore di ruolo (o anche non di ruolo), relativamente a una disciplina o gruppo di discipline per un determinato numero di ore settimanali”.
Così il dizionario Treccani. Sembra un concetto pacifico, quello di cattedra: una cosa stabile e sicura, ben definibile tanto nel suo significato concreto quanto in quello astratto.
E invece non è così. Neppure le cattedre rimangono ferme, nella tormentata e convulsa scuola di oggi.
Ecco la lettera aperta che la collega Maria Palmieri del liceo scientifico “Francesco Severi” di Salerno ha rivolto all’inizio dell’anno al ministro Valditara sulle colonne di un quotidiano locale. Ci fornirà gli spunti per riflettere sul tema.
Gentile Ministro, il nuovo anno scolastico si è avviato e immagino Lei sappia che in tutte le scuole d’Italia questi sono i giorni delle assegnazioni dei docenti alle classi. I giorni delle “decisioni irrevocabili”, quando i dirigenti (d’azienda), credendosi dio (almeno alcuni), dispensano premi e punizioni. A seconda della lista di appartenenza degli insegnanti, cioè quella dei buoni o dei cattivi, ci si vede assegnata questa o quella cattedra: le mille ore a disposizione, il potenziamento alias tappabuchi, il declassamento su discipline ritenute ‘minori’, corsi particolarmente faticosi, cattedre spezzatino, il tutto ad arbitrio dei dirigenti, alla faccia dei criteri stabiliti che si aggirano tranquillamente. Nella pratica, nella quotidianità di ogni santo anno scolastico, si assiste a forme varie di discriminazione: professionalità mortificate, esperienze accumulate bellamente frustrate, qualità di insegnamento ignorate, dedizione alla professione, buoni o anche ottimi risultati degli alunni in uscita (con riferimento soprattutto alle medie superiori). I dirigenti, sebbene siano i tutori del benessere della comunità educante quale è la scuola, alimentano così demotivazione, depressioni, ma anche sordi conflitti interni, emarginazione, isolamento, in spregio di ogni diritto. Credo Le sia facile comprendere quanto tutto ciò divida e quindi indebolisca le comunità scolastiche per renderle più addomesticabili e manovrabili.
E non serve a nulla denunziarlo nei luoghi deputati, quali sono per esempio i collegi dei docenti. Alle volte, pur ritenendolo mortificante, ci si rivolge ad un avvocato, magari svenandosi (visti i nostri stipendi), o si prova ad interessare il Ministero, ci si rivolge all’Anac, ai sindacati (mah!), al giudice del lavoro e se anche si avesse giustizia, passano gli anni, magari si va in pensione! In ogni caso la soddisfazione del singolo non risolverebbe il problema che è di molti e moltissimi.
Eppure, gentile Ministro, quello stesso docente che si porta dentro il peso del suo malessere ogni giorno deve entrare in classe e si pretende da lui che con convinzione insegni agli alunni la Costituzione, l’uguaglianza, il rispetto di diritti e doveri, che combatta il bullismo, che tuteli il benessere della classe, cioè che persuada gli alunni della forza della giustizia e di tutto ciò che a lui è sistematicamente negato.
Io penso che stiamo vivendo gli anni peggiori della storia della scuola italiana e i motivi sono mille. Uno di questi però è certamente il ruolo dell’insegnante, figura centrale della scuola e della società, visto che gli affidiamo la formazione delle future generazioni. Non mi aspetto miracoli da Lei, non so neanche se Lei creda ancora nella scuola pubblica, visto come la si continua a trascurare, con la scusa dell’autonomia, e come si ignorino tutti i suoi molteplici e gravi problemi.
Probabilmente molti docenti hanno riconosciuto nel quadro tracciato dalla collega alcune dinamiche della propria scuola e, in generale, la condizione bassamente impiegatizia in cui sono precipitati i docenti italiani, trattati come pedine e non come professionisti da aiutare e valorizzare in tutti i modi. È vero però che il problema della cattedra non tocca allo stesso modo tutti i docenti. Sono soprattutto le classi di concorso composite, che comprendono cioè più discipline, a risentirne.
Il caso limite credo sia costituito dall’attuale ambito concorsuale A013, “discipline letterarie, latino e greco”, che conosco bene perché è il mio, il quale comprende quattro discipline (italiano, geostoria, latino, greco: addirittura cinque prime della sciagurata riforma Moratti che abolì al liceo classico l’insegnamento autonomo della geografia).
Attualmente un docente titolare A013 al liceo classico, se insegna al biennio (diversa è la situazione del triennio) non ha alcuna certezza sulla propria cattedra fino ai primi giorni di settembre, cioè praticamente fino all’inizio dell’anno scolastico. Tolte le ragioni di continuità didattica (che tuttavia non offrono una garanzia assoluta, perché il dirigente può comunque forzarle), la composizione della cattedra può assumere le conformazioni più varie, con molte gradazioni che possiamo disporre intorno a quattro tipologie principali:
A. Cattedra regolare e completa: latino 5 ore + italiano 4 ore + greco 4 ore + geostoria 3 ore + 2 ore residue di “potenziamento” per arrivare alle 18 contrattuali. Riservata a pochi Altissimi nelle grazie del dirigente.
B. Cattedra irregolare: mancanza di una disciplina (per esempio greco) e duplicazione o triplicazione (se geostoria) di un’altra in classi diverse. Per i docenti bene inseriti, ma non (ancora) Altissimi.
C. Cattedra molto irregolare: mancanza di due discipline (per esempio latino e greco) e duplicazione, triplicazione o quadruplicazione (se geostoria) di un’altra in classi diverse. Per i docenti reputati di serie B, o C, dal dirigente e/o dagli Altissimi.
D. Cattedra apertamente mobbizzante: solo geostoria in 6 classi diverse, oppure solo geostoria in meno di 6 classi diverse + le ore residue di potenziamento fino a 18. Per i reietti e i capri espiatori.
Non si tratta di teoria: nella mia scuola ho visto negli anni assegnare, più di una volta e anche a me stesso, cattedre delle tipologie B, C e anche D. Ed esiste naturalmente anche la possibilità E, la cattedra integralmente mobbizzante: nessuna disciplina, solo potenziamento per 18 ore.
Ma quali sono le ragioni di questa varietà? Si tratta di cause oggettive, di rapporto tra l’organico dei docenti e il numero della classi, insomma di difficoltà organizzative che impediscono un quadro orario logico e normale? Solo in minima parte.
È vero che la scellerata riforma Moratti distrusse in un sol colpo la coerenza di una cattedra, la A013, che per decenni era rimasta perfettamente bilanciata su due classi e senza residui orari per completare le 18 contrattuali: latino e greco in una classe (9 ore), italiano, storia, geografia in un’altra (9 ore). Chi ha frequentato il liceo classico fino al 2015 ricorderà infatti di aver avuto al biennio due insegnanti di lettere, quello di “latino e greco” e quello di “italiano”. Chi invece lo ha frequentato molto prima, rammenterà probabilmente il suo insegnante unico di materie letterarie, con 18 ore di lezione nella stessa classe: un modello che a un certo punto molti docenti cominciarono ad avversare e a contestare come squilibrato, antiquato e sostanzialmente poco democratico (in quanti interstizi si ficca la democrazia a scuola!), senza rendersi conto che in questo modo esprimevano sfiducia sul loro stesso operato e gettavano discredito sulla loro stessa professione. Ma anche dopo la riforma Moratti la tipologia A rimaneva largamente praticabile, semplicemente aggiungendo alle 16 di insegnamento in due classi 2 ore a disposizione per le supplenze o di potenziamento, come si faceva in molte altre classi di concorso.
La verità è che molti dirigenti, come denuncia Maria Palmieri, hanno cominciato a gestire le cattedre con criteri e finalità diverse da quelle istituzionali. Un docente A013 è troppo “duro” nelle valutazioni di greco e di latino, le materie che al classico registrano (ancora) un certo numero di insufficienze? Il problema (perché ovviamente lo si considera un problema da risolvere, senza considerare neppure le circostanze di fatto) si sterilizza dandogli una cattedra senza greco e senza latino. Un altro docente ha una didattica dell’italiano considerata troppo “originale”? Risolto, gli si toglie l’italiano dalla cattedra. Un altro ancora non è gradito ai genitori, o ai colleghi dei consigli di classe? Diamogli una cattedra con solo geostoria, così varrà come il due di picche e ci si potrà impunemente far beffe di lui. Se invece, all’opposto, un docente è gradito alla dirigenza, si può star certi che costui continuerà ad avere, anno dopo anno, la sua bella cattedra regolare di tipologia A, sempre nella stessa sezione, magari quella più “tranquilla” o “migliore” della scuola.
E così ogni anno, dopo i mitologici “tre mesi di vacanza” che il docente serio avrebbe volentieri utilizzato per preparare e prepararsi, anche mentalmente, all’anno scolastico successivo, egli arriva a settembre senza sapere con certezza quali materie insegnerà. E non di rado passa un’altra settimana, e ancora le cattedre non ci sono. E ti viene detto che non ci sono perché la scuola “è complessa”, e l’organico “non è ancora al completo”, giacché manca un supplente che dev’essere ancora nominato… e tu pensi: ma guarda, in questa scuola siamo decine di docenti di ruolo, sempre gli stessi da vent’anni, e per sapere quali materie abbiamo dobbiamo aspettare che arrivi il supplente non ancora nominato.
I libri di testo, però, ci hanno obbligati a sceglierli ad aprile. Così giustamente li scegliamo senza sapere chi li dovrà utilizzare.
Enrico Rebuffat
Laureato e dottore di ricerca in filologia greca, ha svolto attività di ricerca nel campo della letteratura classica e quindi, dal 2010, della filologia dantesca (independent.academia.edu/ERebuffat). Dal 2001 è docente di ruolo di materie letterarie nel liceo classico. A scuola e per la scuola ha profuso tutte le sue energie, intelligenza e passione, entusiasta delle sue discipline, fiducioso nella gioventù e convinto che “obiettivo minimo” sia una bestemmia pedagogica, un tradimento culturale e un’ignavia civile. Amato dagli studenti interessati a crescere e ad istruirsi, negli ultimi cinque anni ha dovuto subire senza colpa cinque procedimenti disciplinari dall’ufficio scolastico provinciale di Firenze. La sua attività pubblicistica sui temi della scuola, che ha preso avvio nel 2014 contro il progetto della “Buona Scuola” e da allora non ha più potuto fermarsi, dal 2025 trova la sua collocazione naturale nel Gessetto.

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