Il voto di consiglio: garanzia di equità nella valutazione o strumento di falsificazione e di frode?
E se il voto di latino lo decidesse il professore di ginnastica, e il voto di matematica la professoressa di religione? Impossibile, vero?
«Il futuro sarà come sono le scuole di oggi»
E se il voto di latino lo decidesse il professore di ginnastica, e il voto di matematica la professoressa di religione? Impossibile, vero?
Contro ogni insofferenza pedagogica relativa alla “vecchia scuola” ci sono milioni di ricordi di tante persone adulte che hanno incontrato bravi insegnanti per i quali il rigore e la chiara distinzione dei ruoli (accompagnati da un sentimento di rispetto da parte degli allievi) non significavano affatto freddezza, distacco, assenza di relazione umana. Ma a molti – purtroppo – questo sciocco stereotipo fa un gran comodo.
Alla resa dei conti, che cosa rimane degli intenti e della volontà di riportare un po’ di serietà nella scuola italiana? Nel caso dell’esame di maturità, un topolino piccino piccino.
Puerocentrismo e rimozione del tempo negli epigoni odierni di Rousseau.
I bravi docenti non rifiutano affatto l’idea di assumersi importanti responsabilità; ma chiedono che quelle responsabilità siano quelle che spettano a loro, e non altre.
Insegno in un liceo da anni. E sono stanca.
Sono stanca di un sistema in cui la bocciatura non è più considerata una possibilità educativa, ma un problema da evitare. Tutto spinge verso la promozione generalizzata. Non importa se le competenze non ci sono. Non importa se le lacune sono evidenti. L’importante è evitare conflitti.
Per una critica epistemologica della deriva pedagogica nuovista.
La scuola ha bisogno di un linguaggio più onesto, chiaro, condiviso, in modo che la realtà che esso deve rappresentare risulti compatibile con la funzione educativa.
Non di rado provvedimenti ministeriali che vengono esibiti nella forma come ispirati a principi di rigore e di serietà, nella sostanza (cioè nella loro applicazione pratica) risultano spesso concepiti apposta per essere aggirati o addirittura rovesciati nel loro opposto.
Nel panorama educativo contemporaneo, la figura dell’insegnante sembra essere stata risucchiata in un vortice di psicologismo e affettività di maniera. Questa deriva non è solo pedagogica, ma affonda le sue radici in un sistema normativo e culturale che, in Italia, ha deciso di svalutare l’esperienza e la maturità intellettuale in favore di un giovanilismo ideologico e populista.
La demonizzazione del voto numerico in favore di una nebulosa valutazione «olistico-emotiva» finisce col togliere trasparenza e oggettività agli obiettivi raggiunti, non restituendo allo studente la verità sul suo percorso scolastico.
Contestare in sé la lezione frontale non è solo sciocco, ma è anche un’operazione che comincia a sapere di vecchio.
Gerry Scotti è l’ennesima vittima del moralismo diffuso quando si parla di temi sensibili sui quali certi ‘guardiani’ inibiscono di fatto ogni discussione che sarebbe invece molto salutare.
Che succede ai concerti se la prima fila si alza in piedi? Ovviamente che devono alzarsi tutti gli altri. E alla fine chi ci guadagna? Nessuno perché tutti vedono come prima. Anche qui tutti si ritrovano come prima: ma agli organizzatori dello show conviene, e conviene moltissimo.
Riflessione sull’illusione interdisciplinare, funzionale al tramonto dei contenuti.
La difficoltà come esperienza educativa irrinunciabile: contro la riduzione insensata della scuola a intrattenimento.
Non ci si può più nascondere: molte, troppe persone hanno spinto l’ideologia ad un punto tale da attribuire alla scuola anche l’inverosimile compito di educare le famiglie pur di non porre divieti ai bambini ed ai ragazzi.
Autorità, conoscenza e responsabilità nella scuola contemporanea.
A che cosa può condurre il ricorso a teorie che si dicono scientifiche pur essendo teorie che non possono essere falsificate, smentite? A nulla di buono.
Una nuova breve recensione del docufilm sulla scuola italiana, che ovunque alimenta una discussione necessaria, ed a lungo rimossa. Circa il declino dell’istruzione pubblica l’autore avanza una spiegazione diversa da quella proposta dai registi Greco e Melchiorre.
Non c’è tessuto civile che possa reggere, senza riportare danni enormi, il progressivo abbandono dello scopo primario della scuola: trasmettere il sapere.
Negli ultimi anni la lezione frontale è stata spesso descritta come un metodo superato e autoritario, da sostituire con attività ritenute più “moderne”. Questo articolo mette in discussione tale convinzione: il problema non è la lezione frontale in sé, ma la sua cattiva esecuzione. Quando è preparata con competenza, chiarezza e capacità narrativa, la spiegazione diretta resta una delle forme più efficaci di trasmissione della conoscenza. Più che abbandonarla, la scuola dovrebbe recuperare l’arte di spiegare bene.
Alla retorica melensa e compiaciuta sul “patto educativo” e sulle “comunità educanti” corrisponde spesso una realtà molto diversa. Ripubblichiamo l’articolo di Adriano Sansa apparso su “Il Secolo XIX” il 21 febbraio scorso.
Come gli “esperti” hanno cancellato il verbo studiare da ogni documento innovativo e svenduto le parole della scuola.
Quando la scuola nuovista teme la memoria più dell’ignoranza.
“Anche voi, ragazzi, imparate a dire no alle lusinghe che vi sono intorno. Imparate a dire no a chi vi vuol far credere che la vita sia facile. Imparate a dire no a chi vi vuole proporre delle cose che sono contro la vostra coscienza”.
Mario Rigoni Stern
È nelle sale “D’Istruzione pubblica”, un docufilm importante per comprendere la condizione reale della scuola italiana, le sue cause e le possibilità di cambiamento. Ripubblichiamo, da La Fionda (www.lafionda.org), la riflessione di Davide Sali.