Riflessioni di una maestra
Come vede la scuola di oggi una docente entrata in ruolo trentadue anni fa? Ecco una lettera che abbiamo ricevuto.
«Il futuro sarà come sono le scuole di oggi»
Come vede la scuola di oggi una docente entrata in ruolo trentadue anni fa? Ecco una lettera che abbiamo ricevuto.
Ma perché un docente, che rimane nella stessa scuola e magari lavora lì da decenni, ogni anno deve aspettare settembre per conoscere le classi in cui insegnerà e le materie che insegnerà?
Questo testo non intende denunciare un generico difetto di stile, né limitarsi a una polemica linguistica. La questione del linguaggio pedagogico è una questione più profonda, che involge caratteri epistemologici e scientifici. Quando i concetti sono vaghi, le definizioni instabili e il lessico inflazionato, non è solo la comunicazione a risentirne: è la possibilità stessa di produrre conoscenza che viene compromessa. La responsabilità di questa situazione non è individuale, ma collettiva. Essa riguarda una comunità scientifica e una comunità scolastica che hanno progressivamente tollerato l’ambiguità, scambiandola per profondità, e la proliferazione terminologica per progresso. Mettere in discussione il pedagoghese significa dunque interrogare le condizioni di legittimità del discorso pedagogico dominante e il suo rapporto con la chiarezza, la verifica e la responsabilità scientifica.
Il confronto con la ricerca scientifica di tradizione medica.
L’essere umano è l’unico vivente che non coincide mai pienamente con il proprio presente: vive proiettato oltre il qui e ora, in un continuo bisogno di altrove, di senso e di trascendenza. Questo articolo riflette su tale carattere strutturale dell’umano e sul ruolo decisivo della scuola nel dargli forma. Contro una didattica frammentata e dispersiva, fatta di progetti occasionali e stimoli effimeri, si difende l’importanza di un’istruzione seria, fondata sulle discipline e sulle lezioni autentiche, capaci di orientare l’immaginazione, educare il pensiero e rendere possibile una libertà non smarrita ma consapevole.
Ne parla Julio Velasco in un’intervista, durante TALK a Napoli, di Francesco Costa per Wilson.
Secondo studi recenti, il cervello si modifica lungo tutto il corso della vita attraverso le attività mentali che intraprende e struttura la propria plasticità in particolare a partire da compiti difficili. La scuola, invece che essere il luogo dell’aiuto e dalla semplificazione, deve stimolare i giovani cervelli attraverso difficoltà e sfide per permetterne il pieno sviluppo.
La difficoltà di troppi insegnanti critici a trovare interlocutori realmente disponibili ad un confronto razionale nel merito delle molte questioni di natura pedagogica che interrogano la scuola, forse è già il segno del fatto che quelle questioni pedagogiche non hanno forza di ragione.
Il grande filosofo, quale rettore del ginnasio di Norimberga, si pronunciò sui modi vacui di un certo tipo di didattica e di pedagogia, già presente ai primi dell’Ottocento. Gli argomenti di Hegel meritano una lettura.
Per secoli è parso illuminante l’adagio di Bernardo di Chartres, che definisce i moderni come “nani sulle spalle dei giganti” del mondo passato; ma da qualche decennio c’è chi vuole scendere da quelle spalle, sentendosi gigante lui stesso.
Nel totale rispetto delle persone, per noi è necessario non lasciare cadere nel dimenticatoio le idee dannose, così come i nostri stessi errori
Anche alla scuola secondaria di primo grado la frantumazione esiziale delle attività uccide gli apprendimenti, e le relazioni educative
La notizia della settimana dal punto di vista molto particolare di chi lavora nella scuola secondaria di primo grado. Tutto è importante tranne che le materie STEM!
Valutare con i metodi di ieri ha ancora un senso nella scuola di oggi? Una riflessione forse radicale, ma certamente coerente, che finalmente ci porta al di là del guado.
Nelle scuole italiane cresce una forma di “falsa empatia” che, invece di aiutare i fragili, diventa il pretesto per attaccare docenti competenti e minare l’autorevolezza. Dietro il volto buono si nasconde spesso un risentimento non elaborato, che produce danni profondi al clima educativo, agli studenti e all’intera istituzione scolastica. Questo articolo ne analizza i meccanismi psicologici, filosofici e pedagogici.
Punti di incontro tra ricerca evidence-based e saggezza educativa. Ce ne offre un quadro esauriente Antonio Calvani, già prof. ordinario di didattica e pedagogia speciale, nonché direttore scientifico dell’Associazione S.Ap.I.E. (www.sapie.it)
Un j’accuse contro la pedagogia della dissoluzione: quella che ha scambiato la conoscenza per oppressione, la fatica per trauma, e l’insegnante per animatore emotivo. Dedicato a chi, tra i pochi superstiti, volesse ancora credere nel valore della verità e nella dignità dell’apprendere.
Intervento di Gregorio Luri in occasione del convegno «La scuola sospesa tra istruzione e pedagogismo – Alle radici di un fallimento annunciato», tenutosi a Vicenza il 15-16 novembre 2025, a cura dell’Associazione ContiamoCi! in collaborazione con il gruppo di insegnanti Il Gessetto.
Le neuroscienze sono con tutta ovvietà un frontiera importante del sapere umano. Non si può dire altrettanto della lettura che ne danno coloro che vogliono cambiare in peggio la scuola.
A scuola la grande letteratura non si studia più (cioè non si legge, né si commenta, né si medita) come si deve. Ma non tutto si spiega con la scuola. Perché nell’ignoranza diffusa della nostra gioventù scolarizzata e laureata c’è anche il peso schiacciante e la pervasività liquida della sottocultura di massa, la moneta cattiva che scaccia agevolmente la buona.
È necessario restituire agli insegnanti il tempo-lezione necessario da dedicare alla lettura in classe dei testi.
La scuola non è più semplicemente malata: si sta lentamente suicidando. Sta rinnegando sé stessa, smarrendo il senso del sapere e del merito, fino a far sentire sbagliati proprio coloro che ancora credono nell’insegnamento.
La vera creatività artistica nasce dalla spontaneità (ed è dunque innata) oppure dallo studio (ed è dunque acquisita)?
Periodicamente ai docenti vengono raccomandate o impartite le stesse teorie pedagogico-didattiche presentate come “nuove” e come “scientifiche”.
Contro l’illusione pedagogica del “si impara solo facendo” si tratta di guardare agli esiti fecondi alla storia del pensiero.
Offriamo qui un punto di vista alternativo sul mondo della scuola. Chi scrive si occupa di inserimento lavorativo.
Nelle scuole di oggi, paradossalmente, cresce il numero di insegnanti che sembrano provare fastidio per la conoscenza. Alcuni scambiano la cultura per arroganza, lo studio per ostentazione, la competenza per vanità. Ma dietro questo disprezzo si nasconde una difesa psicologica: chi non possiede il sapere tende a svalutarlo per non sentirsi mancante. Da Platone a Nietzsche, la filosofia ci insegna che il valore di ciò che non si ha è il motore stesso del desiderio e della crescita. Solo chi accetta la propria ignoranza può davvero tornare a imparare, e ad accendere la fiamma del sapere anche negli altri.
Una delle didattiche all’ultimo grido è il debate. Questa didattica alla moda prevede che il docente scelga un argomento, magari di attualità, e gli studenti recitino la loro parte in un dibattito.