Lo stato dell’arte – episodio 6 – Studio versus Spontaneismo
La vera creatività artistica nasce dalla spontaneità (ed è dunque innata) oppure dallo studio (ed è dunque acquisita)?
«Il futuro sarà come sono le scuole di oggi»
La vera creatività artistica nasce dalla spontaneità (ed è dunque innata) oppure dallo studio (ed è dunque acquisita)?
Intervento di Gregorio Luri in occasione del convegno «La scuola sospesa tra istruzione e pedagogismo – Alle radici di un fallimento annunciato», tenutosi a Vicenza il 15-16 novembre 2025, a cura dell’Associazione ContiamoCi! in collaborazione con il gruppo di insegnanti Il Gessetto.
Periodicamente ai docenti vengono raccomandate o impartite le stesse teorie pedagogico-didattiche presentate come “nuove” e come “scientifiche”.
Contro l’illusione pedagogica del “si impara solo facendo” si tratta di guardare agli esiti fecondi alla storia del pensiero.
Offriamo qui un punto di vista alternativo sul mondo della scuola. Chi scrive si occupa di inserimento lavorativo.
Nelle scuole di oggi, paradossalmente, cresce il numero di insegnanti che sembrano provare fastidio per la conoscenza. Alcuni scambiano la cultura per arroganza, lo studio per ostentazione, la competenza per vanità. Ma dietro questo disprezzo si nasconde una difesa psicologica: chi non possiede il sapere tende a svalutarlo per non sentirsi mancante. Da Platone a Nietzsche, la filosofia ci insegna che il valore di ciò che non si ha è il motore stesso del desiderio e della crescita. Solo chi accetta la propria ignoranza può davvero tornare a imparare, e ad accendere la fiamma del sapere anche negli altri.
Una delle didattiche all’ultimo grido è il debate. Questa didattica alla moda prevede che il docente scelga un argomento, magari di attualità, e gli studenti recitino la loro parte in un dibattito.
I genitori degli studenti spesso combattono contro il loro più autentico alleato: il docente esigente.
Daniele Novara è una vera fucina di concetti ed immagini pedagogiche accattivanti quanto decettivi.
La parola “difficoltà” sembra diventata una parolaccia, quando si parla di scuola e di apprendimento. Ma il Paese dei Balocchi continua a non esistere.
Riproponiamo qui un recente intervento del dirigente scolastico Paolo Cortese, pubblicato su La Stampa di Torino. Egli condivide diverse idee che ispirano il Gessetto.
Una utile indicazione di natura sindacale che in qualche circostanza può essere di grande utilità.
Nella scuola di oggi risuonano continuamente, come formule magiche o mantra, delle espressioni che sembrano avere un significato positivo, ma nascondono una realtà ben diversa.
E chi la deride, forse dovrebbe interrogarsi sul proprio ruolo. Una scuola che svolga il proprio compito non è una scuola che ceda al relativismo pedagogico.
Si ribadisce in ogni dove l’importanza dell’empatia per chi è insegnante, come se questa facoltà fosse l’architrave della relazione educativa. Ma siamo davvero sicuri che l’empatia non presenti un lato oscuro? Siamo sicuri di voler anteporre le emozioni alla ragione?
Il presidente dell’associazione pedagogisti educatori italiani sembra cavalcare al contrario i cambiamenti.
La continuità didattica ha davvero un valore assoluto? Non ci sono casi in cui sia meglio non vincolare un insegnante alla stessa classe per anni?
Dilaga l’ideologia che scambia artatamente la valutazione del profitto scolastico con il giudizio personale sullo studente, e così facendo toglie senso alla scuola.
Come un eccessivo attaccamento a se stesso può portare un docente a mistificare la realtà, prevaricare sui colleghi e colpevolizzare o santificare arbitrariamente gli studenti.
Diane Ravitch ha accompagnato con i suoi studi molti cambiamenti avvenuti nella scuola americana, e non di rado ha stigmatizzato gli errori che la politica e i teorici dell’educazione stavano commettendo ai danni del sistema di istruzione pubblico.
Il declino dei licei col latino e dello studio delle lingue classiche non è davvero legato alla loro presunta inutilità quanto piuttosto alla loro difficoltà, al loro non essere alla portata della maggioranza degli studenti di oggi.
“Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno come possono. Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi, cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punto…”,
Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXV.
La realtà non può essere affrontata con gli occhiali dell’ideologia senza che ci venga presentato il conto. La disciplina dovrebbe essere un pre-requisito ragionevole per una scuola di qualità, eppure essa è sovente percepita come un superfluo retaggio di epoche buie. Parla un dirigente scolastico.
È giusto che gli studenti conoscano le ragioni particolari che hanno portato il docente a dare un certo voto; ma ciò non può legittimare gli eccessi di una mentalità pseudo-scientifica.
Sia i mezzi di informazione che i social pullulano di frasi che rivelano il rifiuto di dialogare e di ragionare. Oggi analizziamo: “Chi critica l’attuale scuola è un nostalgico della scuola gentiliana”.
Certe metodologie didattiche hanno trovato molti sostenitori ma, in proporzione, continuano ad avere pochi argomenti a sostegno; inoltre – così come accade con la maieutica o col learning by doing – si basano sulla confusione tra i possibili utilizzi in ambito scientifico, cioè tra persone già formate e istruite, e gli utilizzi in contesto scolastico, cioè tra persone che non hanno ancora le basi necessarie a promuovere la logica propria delle scienze.
Ansia o stress? Facciamo chiarezza.
La scuola dovrebbe essere una palestra per la vita, non una fabbrica di ansia.